Competo dunque sono

da | Ago 15, 2020 | Banda di scarpe sciuote | 0 commenti

Nasci.
Ti danno un nome ed un cognome, entri in contatto con il tuo primo nucleo sociale: la famiglia.

Cresci fino a quando esci dal nucleo familiare per spostarti all’interno di una struttura sociale diversa, le prime difficoltà e incontri i primi estranei: la scuola.

Qui iniziano ad insegnarti di tutto ma la cosa che ti segnerà a vita sarà il concetto di competizione. Vieni inserito in un contesto dove devi mostrare al prossimo che sei migliore di lui o di lei, secondo dei giudizi che vengono esposti da terzi. Ma tu continui a studiare e crescere, ti sposti dalle elementari alle medie. Ti ritrovi in un nuovo contesto, con nuove esperienze che ti segneranno. Scopri qualcosa di te, scopri l’altro o l’altra, scopri che esiste il rifiuto.

Nella competizione devi mostrarti migliore, in questa situazione vieni immerso in varie discipline e gli insegnanti sono lì a giudicarti e a plasmare pian piano il tuo futuro, e ti viene chiesto “cosa farai da grande?”
Guardi alla domanda in modo strano, non sai cosa rispondere e inizi ad essere etichettato come indeciso.
Ma in fin dei conti stai iniziando a conoscere te stesso, come puoi sapere cosa farai da grande?

Finiscono gli anni delle medie e ti pongono davanti alla tua prima scelta: Il liceo. Da qui nuove esperienze, nuovi concetti e livelli di competizione in ogni campo e la scoperta dell’emarginazione.

Sei nell’adolescenza e inizi a distaccarti dai ruoli sociali, inizi a creare una parte di te che non piace all’altro

Sei nell’adolescenza e vieni marchiato a fuoco per il futuro, qui si decide. In 5 anni devi far capire chi sei, per farti etichettare: leader o fallimento? Inizi a dubitare di te stesso, inizi a pensare alla domanda che ti hanno posto anni fa e ti ripeti ancora che non sai definirti come puoi dire chi sarai?

Finisci gli anni del liceo, qualunque sia l’indirizzo che hai preso, ora devi scegliere l’università. Vuoi fare qualcosa che ti piace? Non puoi. Non esiste il piacere per lo studio, esiste il dovere. Si il dovere, perché dovrai fare degli studi che ti permettano di emergere in un conflitto eterno tra deboli, emergere in un mondo dove se vali sei considerato oppure puoi anche andartene, un mondo dove sei solo.

Studi universitari, un modello diverso da quello del liceo e quindi ti trovi ancora una volta a doverti adattare a ciò che fai e ciò che sei. Inizi relazioni che non sai dove porteranno, con persone che non sai se saranno tue amiche o sarai solo uno strumento per andare avanti e sotterrarti nella mediocrità sociale. Una mediocrità imposta ma che in cuor tuo sai di valere e per fare ciò devi mostrarti.

Uomo o donna non ha importanza, devi mostrarti come se tu fossi un pezzo di carne, un pezzo di antiquariato ma non una persona. Sei un oggetto. Inizi a perdere l’identità di essere umano e inizi a diventare inumano, una mera macchina costruita per competere e non collaborare.

Ma la cosa che diverte di più, perché alla competizione si aggiunge il tempo. Si il tempo, perché devi laurearti in pochi anni in modo tale da dire “sono il/la migliore” per poi realizzare che il tempo lo hai perso. Hai perso a competere in qualcosa che doveva formarti, darti esperienze positive e prepararti al tuo futuro che non hai scelto. Sei tra i fortunati a finire in tempo? Brav*! Ora competi per un lavoro che al 90% non ti darà soddisfazioni e dovrai adattarti a ciò che la società ti chiede e di diventare anonim* per farlo, competi in qualcosa che nessuno ti ha preparat*.

Competi per un posto in questo mondo che ti fa sentire miserabile e fuori posto.


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