Un imprecisato pomeriggio ad Atripalda

da | Ago 26, 2020 | Caro diario | 0 commenti

Difficile raccontare Atripalda in maniera semplice ed immediata, ma se dovessi partire da un’immagine potrei descriverla di pomeriggio, non importa in quale stagione, ferma ed immutabile.

Lì, lungo la strada che dolcemente accompagna il fiume Sabato fino alla fine della città, in un imprecisato pomeriggio regna il silenzio, un silenzio che potrebbe tradire i sensi di qualche assonnato abitante che complice il dormiveglia potrebbe confondere le prime ore del meriggio con quelle notturne. Difficile, in fondo, non confondersi, la vita della città è quasi la stessa, quasi perfettamente coincidente se non fosse per quel raggio di sole che obliquo cade, nel silenzio generale, colpendo le vetrine ingiallite di un negozio di elettronica che ha chiuso i battenti da qualche anno.

Come quel raggio di sole pomeridiano anche questa scena non è una rarità: molti locali, un tempo pieni di vita, non hanno retto all’ultima crisi economica e malgrado i costanti sforzi sono stati costretti a sopperire. Quella del 2008, ormai, viene considerata da tutti come una delle crisi strutturali più gravi degli ultimi secoli e in quanto tale ha avuto modo di colpire indistintamente tutti. Tra questi attori alcuni più di altri hanno subito le conseguenze peggiori e qui vi troviamo i giovani che si sono ritrovati a far fronte ad una serie infinita di difficoltà che vanno dal viver quotidiano alla costruzione del proprio futuro.

Questo aspetto potrebbe essere un perfetto punto di partenza per una storia di provincia come tante, con una generazione, quella degli under 35, cresciuta sotto i peggiori auspici e che si è ritrovata completamente schiacciata tra i tagli che lo stato ha operato all’istruzione e alle politiche sociali e le ripercussioni, che da anni, subiscono le politiche giovanili dei piccoli comuni.

Così il terreno principale di queste conseguenze è stata la città che in questi anni non ha fatto altro che rendere ancora più evidenti le disuguaglianze già presenti in società, delineando un quadro clinicamente preoccupante. Disuguaglianze e difficoltà che assumono un certo peso soprattutto per i giovani e che continuano a gravare su di essi ogni giorno, indistintamente dal periodo.

Perciò ritorniamo a quell’imprecisato pomeriggio atripaldese, a quel silenzio irreale e a quel raggio di sole che come sempre fa da cornice alla situazione appena descritta. Ma proprio in questa strana forma di serialità si scoprono le tante strade che portano al centro storico spezzando così tutta la monotonia quotidiana.

Proprio in queste strade si nasconde una delle rare esperienze di partecipazione attiva e di trasformazione della città. Infatti negli anni passati il centro storico è stato teatro e protagonista di una delle azioni più importanti di cittadinanza attiva che ha visto per protagonisti proprio gli under 35 impegnati in una continua opera di rigenerazione urbana di una piccola piazzetta.

DAL “NON SI FA MAI NIENTE” AL “CHE FARE?!”

Il 2015 è stato una sorta di anno zero per Atripalda che, seppur incantata nei suoi torpori pomeridiani, ha vissuto momenti di fervore sociale e culturale importantissimi, il tutto grazie ai molti giovani.

La condizione giovanile in una realtà media provinciale non è per niente semplice da spiegare in poche parole, ma se proprio dovesse essere riassunta in una parola si potrebbe dire che in mezzo ai numerosissimi problemi che contraddistinguono i giovani in generale, per quelli di provincia si potrebbe aggiungere una costante molto importante che è la noia.

Per anni la domanda che ha attanagliato le diverse generazioni è stata la seguente: “Non si fa mai niente, Mo’ che facciamo?”. Una domanda retorica che negli anni è stata posta da un universo eterogeneo e variegato come quello giovanile e quasi sempre è stata accompagnata da rari e pessimisti tentativi di reazione. Una domanda questa le cui reazioni, col tempo, hanno finito col coincidere e limitarsi a due possibili soluzioni: la prima legata ad una sorta di “fuga” dalla realtà di appartenenza per raggiungere la vicina Avellino, complice anche la presenza di numerosi plessi scolastici secondari; la seconda, invece, vede alcuni giovani esercitare una sorta di auto – confinamento nei luoghi di limen della città, come ad esempio la villa comunale dove passare gran parte della propria quotidianità.

Ma nel 2014, alla solita domanda di partenza, avevano fatto seguito moltissime risposte: erano cominciate ad emergere le molteplici difficoltà di una città in debito di ossigeno, dalle numerose mancanze e criticità e a cui i giovani potevano far fronte solo ed esclusivamente partendo dalla propria quotidianità e dalla condizione di liminalità in cui, per anni, si erano ritrovati a vivere.

Come spesso accade la comunanza di destini aveva conferito a questi una particolare sensibilità per i luoghi cittadini che vivevano una condizione di abbandono e che avevano perso, soprattutto, la propria funzione di spazi di aggregazione sociale. Tante, troppe erano le grida di aiuto di una città colpita e ferita gravemente, ma tra tutte le grida la più straziante era quella che proveniva da una piccola piazza del centro storico che sin dalla sua nascita aveva avuto un’esistenza precaria e ambivalente. La creazione di questo nuovo spazio, infatti, era avvenuto nel corso degli anni ’90 al seguito di lavori di ricostruzione ed era andata a sostituire le diverse abitazioni che un tempo ivi sorgevano.

Sconnessa dal suo passato si era ritrovata instabile anche nel suo presente ed era divenuta sempre più un luogo di passaggio e non di sosta; vittima di atti di teppismo urbano aveva per questo suscitato la solidarietà dei tanti giovani che avevano deciso di ripulire e riqualificare l’intera area. Nei mesi successivi grazie anche al riavvicinamento degli abitanti del quartiere la riqualificazione si è trasformata sempre più in una vera e propria opera di rigenerazione.

SPAZI COMUNI DOMESTICI

Tra i tanti momenti vissuti durante i lavori nel centro storico quello simbolicamente più rilevante ha visto come protagoniste le numerose abitanti del centro storico che in seguito ai primi risultati dei lavori ha ricucito la rottura simbolica e generazionale con quel piccolo pezzo di centro storico e con i tanti giovani impegnati della cittadina. Un’improvvisa voglia di donare le proprie piante e i propri fiori aveva pervaso numerose donne del quartiere che avevano portato con sé le piante che da anni tenevano in terrazzo e le avevano donate all’intera comunità.

Quest’azione, infatti, ha rappresentato una vera e propria estensione dello spazio domestico conferendo così alla piazzetta lo status simbolico di spazio casalingo e pertanto un luogo da difendere contro l’usura del tempo e le condizioni di marginalità.

Il lavoro di alcuni mesi ha ridato centralità a quella piccola piazza riavvicinando non solo gli abitanti del quartiere, ma anche moltissimi altri cittadini che hanno riscoperto uno dei tanti luoghi che negli anni era stato posto ai margini di qualsiasi ciclo produttivo e di consumo.

In quegli anni la ricostruzione materiale e simbolica aveva portato alla nascita di nuove forme di aggregazione sociale e culturale che attraverso processi di bottom up avevano ridato centralità proprio a quelle generazioni e a quelle aree che per troppi anni avevano vissuto una condizione di isolamento. Ma proprio come in ogni storia di provincia che si rispetti e che ha a che fare con gli spazi urbani e la propria vita anche in questo caso il lavoro instancabile di numerosi giovani si è dovuto scontrare con le ragioni della realpolitik e così le istituzioni, incapaci, di comprendere a pieno la reale potenzialità dei suoi protagonisti e dei suoi luoghi hanno preferito rifugiarsi in quei silenziosi assolati pomeriggi atripaldesi in cui tutto sembra fermo ed immutabile.

Anche se questa storia non ha avuto un lieto fine, ha comunque dimostrato le potenzialità dei tantissimi luoghi che nella città vengono posti ai margini per ragioni sociali, culturali ed economiche e che in realtà possono dare tantissimo soprattutto grazie alla spinta della cittadinanza attiva, unica attrice capace di comprendere a pieno le criticità e le potenzialità degli spazi cittadini anche scevre dalle logiche utilitaristiche più bieche.

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