Telefonami tra 5 anni

da | Set 16, 2020 | Caro diario | 0 commenti

Difficile non notarlo, Atripalda, come tutti gli altri centri della Campania vive uno strano fermento che ormai dura da qualche settimana; anche la strada, con i suoi rifiuti lasciati a terra, ci racconta di questa strana euforia, infatti alle recenti mascherine scolorite dalla polvere e dall’usura, si sono aggiunte delle piccole figurine con su dei volti, accompagnate da un logo e una frase: strani santini che promettono il cielo in terra e la terra in cielo.

Tipica situazione di un semplice condominio di provincia durante il periodo elettorale.

Difficile non notarlo, Atripalda come tutta la Campania è in campagna elettorale e così quei volti sereni e sorridenti che incontriamo sotto i nostri piedi ce li ritroviamo anche appesi ai muri: sono tanti, ringiovaniti e sorridenti, con i loro occhi decisi cercano di rassicurarci, guardano lontano loro. Sono volti e corpi che esercitano una strana attenzione verso i passanti, e anche i più distratti, che non possono fare a meno di voltarsi, anche per un secondo e cercare in loro una qualche risposta.

Difficile non notare che i bar, ancora storditi dall’emergenza Covid19 e dalle relative misure anti-contagio sono in fermento. I caffè pagati non si contano, e come le fredde domeniche di gennaio in cui i bambini scambiano le figurine dei calciatori, dalle tasche di alcuni avventori spuntano mazzetti di santini.

In queste settimane non è difficile farsi delle domande, dopotutto ci si sente al centro del mondo e proprio per questo si trova sempre qualcuno pronto all’ascolto, che promette soluzioni che fino a qualche mese fa sembravano insperate.

Sono giorni opulenti, pieni di fermento in cui anche il più distaccato al processo democratico elettorale riesce a sentirsi ebbro e la politica invade anche il più intimo dei nostri spazi. Ci sentiamo frastornati, come in quegli ultimi dieci minuti che precedono la mezzanotte l’ultimo dell’anno. Ci sentiamo storditi, ma al tempo stesso vigili e presenti: dopotutto nessuno vuole perdersi questo momento e nessuno vuole sentirsi escluso, come la vigilia di capodanno.

Per un momento ognuno di noi si sentirà centro e non più periferia, ognuno avrà i suoi quindici secondi di centralità.

Lo sa bene chi vive in periferia, in quei giorni il quartiere non ha più barriere, le strade deserte già dopo il tramonto sono un lontano ricordo. Lo sanno bene molti giovani che improvvisamente ritornano al centro di qualsiasi agenda politica e anche il proprio curriculum si materializza, come d’incanto, sulle scrivanie degli imprenditori locali. Lo sanno bene gli abitanti dei quartieri e lo sanno bene anche le buche, i lampioni fulminati e così via.

In quei giorni la fiducia nel processo democratico elettorale è alle stelle e i telefoni che squillano più del dovuto ce lo dimostrano. Ma come nella notte di San Silvestro il giorno successivo il silenzio si è già riappropriato delle strade. La città si risveglia da un lungo sogno chiassoso e colorato, lo fa in maniera silenziosa e disattenta, quelle poche macchine che passano non riescono a spezzare questa atmosfera, anzi in alcuni momenti l’acuiscono.

Il silenzio comincia piano piano ad impossessarsi della città e del suo tempo, lo fa in maniera costante e lo fa senza abbandonarci per anni. In quel lungo lasso di tempo i telefoni smettono di squillare, i problemi non si attenuano e con essi anche le domande che prima erano state sommerse di risposte adesso si ritrovano, inspiegabilmente, irrisolte. E allora ci si affida all’unico termometro capace di misurare lo stato di salute della città: la fila, anch’essa silenziosa, che ogni settimana si crea davanti l’ufficio del sindaco di turno. Questa misura lo stato influenzale delle nostre realtà.

NOI COSA POSSIAMO FARE? UNA MATTONELLA A PIAZZA GARIBALDI

All’iniziale fermento elettorale, fa dunque seguito un periodo lungo di gestione della cosa pubblica dove maggioranza e opposizione si trincerano, il più delle volte, nelle stanze del palazzo di città cercando di affrontare a distanza i problemi di una comunità di cui hanno perso i connotati. I volti sicuri e sereni tappezzati per la città sono solo un lontano ricordo.

La sfiducia invade i bar, per strada gli ondulamenti di testa in segno di sconforto raggiungono un numero talmente elevato che è facile perdere il conto. In molti, in questi momenti, sono pronti a denunciare il fallimento della democrazia, dopotutto i lampioni sono ancora fulminati, le strade ancora pericolose, il verde pubblico pieno di rifiuti, le strade piene di buche e la pavimentazione delle piazze sempre più distrutta.

Lo sa benissimo anche piazza Garibaldi dove per qualche settimana la pavimentazione, nei pressi delle panchine, è rimasta sprovvista di mattonelle. Lo sa benissimo chi ci passa perché nel corso delle settimane ci è inciampato spesso e lo sa benissimo anche chi ha provato ad allertare chi di dovere.

Per settimane quella piccola parte di piazza è rimasta sprovvista di mattonella, fino ad una mattina quando improvvisamente quel vuoto è stato colmato artigianalmente dall’unione di diversi pezzi di marmo.

Ritrovando quel pezzo di piazza pieno ho ripensato ad una frase di Stephane Hessel letta durante gli anni dell’università:

«Il peggiore degli atteggiamenti è l’indifferenza, dire “io non posso niente, me ne infischio”. Comportandovi così, perdete una delle componenti essenziali che ci fa essere uomini. Una delle componenti indispensabili: la facoltà di indignazione e l’impegno che ne è la diretta conseguenza.»

Un piccolo gesto ci ha ricordato che quando le istituzioni non riescono ad ascoltare quello che la città ha da dire tocca a noi agire, dimostrando innanzi tutto che la democrazia non ha fallito e che il nostro compito non si conclude quando usciamo dall’urna, ma continua ogni giorno in strada.

Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di assistere e partecipare all’inserimento di moltissime “mattonelle” volte a colmare i vuoti del tessuto sociale e urbano atripaldese: lo hanno fatto molti giovani nei quartieri insieme agli abitanti, lo hanno fatto molti altri giovani nelle aree verdi della città, nei parchi e nelle ville, lo hanno fatto in molti in piccolissimi e tanti punti della città che non sono balzati agli onori delle cronache locali.

In tanti hanno dimostrato che la partecipazione attiva alla vita pubblica è fondamentale tanto quanto il processo elettorale e che la vita democratica non si esaurisce nell’arco di pochi giorni all’anno, ma è parte attiva di qualsiasi comunità. Grazie a questa ogni cittadino riesce a far sentire la propria voce anche oltre il periodo elettorale, ma soprattutto è grazie a questa che chi ci rappresenta riesce a venire, o quantomeno dovrebbe riuscirci (qui entra in gioco la maturità e onestà politica dei rappresentanti che negli ultimi anni difficilmente si è palesata), in contatto con le problematiche che ha deciso di risolvere intraprendendo la vita politica istituzionale.

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