L’ignoranza che uccide

da | Set 25, 2020 | La raccomandata | 0 commenti

Cara Fabiana,

non so tu, ma io mi sento molto amareggiata. Sì. perché se c’è una cosa che non è cambiata dal passaggio da Napoli a Parma è il dover essere bombardata da notizie di cui faresti volentieri a meno.

La storia dell’uomo è sempre andata a braccetto con la violenza, questo si sa, e di tipologie di violenza ce ne sono tante, ma tra quelle che mi fanno venire proprio l’orticaria vi è la violenza giovanile.

Beh, la violenza giovanile, come avrai notato anche tu, è stata la protagonista di queste ultime settimane. Un bel viaggio per tutta l’Italia, con le tappe più note a Colleferro dove il giovane Willy ha perso la vita a causa delle botte prese dal branco e a Caivano dove una diciottenne è stata “involontariamente” uccisa dal fratello.

Poi, un anziano picchiato a Vicenza per aver difeso una ragazza, un altro ragazzino adescato in un parco e pestato da un gruppetto di giovani e non so quante altre ancora.

Una mattina ho sintonizzato la tv sul telegiornale e il 70% delle notizie erano incentrate sulla violenza giovanile. Tutte storie che emergono, ovviamente. Un caso eclatante mette in risalto una tematica e per un certo periodo, più o meno breve, si parlerà solo di quello e, di conseguenza, darà risalto a eventi legati ad essa.

Qualcuno sostiene che nell’ultimo periodo ci siano stati molti più casi di violenza, addirittura che la cosa si debba ricollegare al Covid-19.  Ci si sente oppressi e si cerca una valvola di sfogo, dicono. Può anche essere, ma, sia ben chiaro, la violenza giovanile c’è sempre stata. Ora è il tormentone. Tra poco tramonterà e si punteranno i riflettori su altro tema, che ne so, la sicurezza stradale dopo l’ennesimo incidente con morti. Poi magari tra sei mesi, di nuovo violenza. Ci si dimentica, semplicemente, ma la violenza c’è sempre.

C’era quando non eravamo ancora nate, c’era quindici anni fa quando andavamo a scuola e di tipologie di violenza ne abbiamo incrociate più di una: il bulletto di turno che ti prende in giro, quello più aggressivo che ti spinge in un angolo, il gruppetto che ti prende di mira.

E c’è oggi che accendi la tv e ti verrebbe di spegnerla un attimo dopo. Anche io stavo per farlo quella mattina, poi però ho preferito fermarmi e cercare di approfondire quello che stava accadendo. Niente di nuovo per la storia dell’uomo, come ho già detto, ma, diciamoci la verità, il binomio violenza/giovani è un boccone amaro molto più difficile da mandar giù. Lo è perché i giovani dovrebbero essere la speranza del futuro, coloro che posseggono quella forza e quello spirito necessario per cambiare ciò che non va e vedere, invece, una parte di loro convertire la propria energia in violenza fa girare le palle. E così da una parte subentra la rabbia degli spettatori pronti a giudicare e condannare i carnefici, dall’altra si fanno largo la protezione e i tentativi di giustificazione di parenti e genitori perché quegli stessi carnefici sono anche figli, nipoti, amici. Tutte manifestazioni che prendono comodamente posto a sedere nei salottini dei talk show o si esibiscono tra le pagine dei social, solo per un breve attimo di notorietà.

La verità, però, è che una volta messa da parte questa mania di protagonismo che forse è uno dei più grandi mali del nostro secolo, quello che resta è un’unica grande domanda: Cosa spinge questi ragazzi ad essere violenti a tal punto da arrivare ad uccidere?

Beh, questa domanda io me la sono posta quella mattina davanti al telegiornale e, sinceramente, sono riuscita a dare subito una risposta. Poi, ho letto qualche articolo, ascoltato interviste e, ahimè, la risposta era sempre e solo la stessa.

Ovviamente una risposta da osservatrice, l’analisi specifica la lascio ai professionisti. Eppure osservando e ascoltando i protagonisti delle varie vicende di violenza il vero problema mi si è palesato davanti agli occhi. Come hanno sostenuto molti, è vero che c’è un filo rosso che collega tutte le storie di violenza, ma a mio parere non si tratta dell’amore.

Quello che ho visto io è un filo rosso pesante, capace di stritolarti, a tratti offensivo per una società che si vanta di essere evoluta. Sto parlando dell’ignoranza e, mi spiace dirlo, in queste settimane l’ho vista ovunque: nei carnefici, in alcune delle vittime, nei parenti di entrambi.

Le immagini che ho visto in questi giorni, le parole che ho ascoltato, mi hanno raccontato di realtà povere, annoiate, senza alternative. Vedere degli intervistati – vittime o colpevoli che siano – che, alle porte del 2021, non riescono a costruire una frase in italiano, mi fa provare solo rabbia. Mi fa provare rabbia assistere alla sfilata dei pensieri poveri di contenuto e dei valori completamente sballati. Bisognerebbe, però, capire, con chi arrabbiarsi. C’è da prendersela con i diretti interessati? Con i genitori? Con la scuola? Con la società tutta? Bella domanda. Sicuramente l’ignoranza è l’acerrima nemica dell’istruzione. Dove c’è l’una, non c’è l’altra. E sicuramente, a mio parere, bisognerebbe rivedere un attimo l’attuale sistema educativo nazionale, verificare che tutti ne abbiano accesso e, dove necessario, portare l’istruzione sin dentro alle case, sin alle orecchie dei figli, sin alle orecchie dei genitori. Se un figlio ignora è forse perché ignora anche una madre ed è qui che devono intervenire la scuola e altre realtà con lo stesso fine educativo. Perché dove c’è istruzione, c’è conoscenza, ci sono idee, stimoli, iniziative.

Sono sicura che se qualcuno – genitore, insegnante, istituzioni o chi per loro – negli anni si fosse preoccupato di far conoscere a uno dei carnefici di Willy la bellezza di una poesia, il fascino della storia o semplicemente l’amore per il nostro pianeta e i suoi abitanti, Willy sarebbe ancora vivo.  Sono, invece, meno sicura che un mondo in cui usare il dito per tenere il segno sulla pagina di un libro piuttosto che puntarcelo contro sia ancora possibile.

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