Famiglia & Co.vid

da | Ott 16, 2020 | Lo sbriglialacci | 0 commenti

Per raccontare il Covid da una prospettiva psicologica, ho scelto di narrare un intervento di sostegno che ho svolto nell’immediato post lockdown all’interno di un progetto rivolto alle famiglie con figli a carico, denominato per l’appunto, “Servizio Famiglie”, messo a punto dal dipartimento di Psicologia dell’università Sapienza di Roma, rivolto alle famiglie di tutta Italia che hanno avuto problemi nella gestione dei propri figli durante i mesi di marzo e aprile (per chi volesse cercarlo, basta scrivere su Google “servizio famiglie sapienza”). Visto il buon riscontro, il servizio è ancora attivo, la modalità online permette, inoltre, di raggiungere qualsiasi famiglia in Italia. L’idea è nata dalla considerazione che l’obbligo di rimanere a casa per tanto tempo ha destabilizzato le abitudini delle famiglie che, tutto d’un colpo, si sono ritrovate a convivere a contatto diretto e prolungato. L’equilibrio familiare si fonda, infatti, su una serie di metodi di gestione dei conflitti e delle diverse visioni del mondo dei componenti della famiglia che, quando vengono meno, lasciano salire a galla i problemi che da una parte, generano disagi psicologici in chi li esperisce, dall’altra, mettono i conviventi nella difficile posizione di dover trovare una soluzione a questi problemi senza gli strumenti (routine familiari, abitudini eccetera) che di solito venivano usati.  

L’intervento è consistito in tre colloqui via Google Meet, con padre e madre della famiglia, più uno per la verifica della bontà dell’intervento stesso. La finalità è quella di fornire dei consigli e dei suggerimenti sul da farsi e di verificarne, dopo un mese, la validità.

Per questioni legate alla privacy cambierò nomi e luoghi di provenienza.

Vengo contattato da una famiglia di Olbia, i genitori si dicono molto preoccupati per il comportamento che il figlio più piccolo dei loro tre sta avendo dall’inizio del lockdown. In particolare, questo bambino, che chiameremo Matteo, ha perso ogni interesse nelle attività scolastiche e nella vita familiare in generale, si lamenta tanto per piccole cose ogni giorno, ha degli scatti d’ira che lo portano a gridare contro chiunque voglia suggerirgli qualcosa da fare (sia esso svago o studio) ed è arrivato a minacciare di morte i familiari che lo importunano, alternando tali minacce a frasi del tipo “voglio morire” oppure “ voi (genitori) mi state soffocando”.

Prima del fatidico 10 marzo 2020, la routine di Matteo, che ha 8 anni, prevedeva sveglia alle 7.30, colazione, scuola, pranzo, compiti, svago, uscite pomeridiane (quando il tempo lo permette), altri compiti, videogiochi, cena, tv, nanna; i fratelli frequentano la prima e la terza superiore, con loro ha sempre avuto un buon rapporto, sebbene con il fratello maggiore siano frequenti gli scontri, anche fisici, che si risolvono sempre in gioco…fino alla fase 1. Ciò che più gli dava fastidio di questa fase 1, raccontano i genitori, è il fatto di non avere più contatti con gli amici di scuola e con le maestre, di non poter studiare come fanno i fratelli più grandi visto che a lui i compiti arrivano dal registro elettronico e non fa lezione online. Questa differenza è bastata ad impedire a Matteo di riconoscere il suo spazio nella famiglia e a sentirsi maltrattato da qualcosa che, non avendo forma ben definita, è diventata l’autorità dei genitori.

 La mia impressione è stata che questa visione del mondo di Matteo fosse stata enfatizzata dal modo con cui i genitori e i fratelli hanno provato a far fronte alle difficoltà del bambino: la prima reazione, infatti, è stata quella di usare toni severi e imposizioni rigide tipo “fai i compiti o le prendi di santa ragione” dai genitori e “di che ti lamenti? Sei fortunato, noi invece siamo costretti ad andare a scuola anche a distanza” da parte dei fratelli. Questi modi hanno inasprito lo scontro anziché sedarlo.

Per cercare di porre un rimedio a questa situazione, ho rimandato la mia impressione clinica e gli ho suggerito di provare a costruire una nuova routine giornaliera per il figlioletto, fatta di attività previste e prevedibili; inoltre, per fargli capire cosa stesse succedendo intorno a lui, ho detto loro di spiegare il Covid attraverso storie di fantasia o esempi storici come la febbre spagnola (sfruttando la passione del bambino per le materie di studio e, in particolare, per la storia) e di provare a contattare le maestre di Matteo e farle parlare con lui; infine, per allentare un po’ la presa, gli ho detto di concedergli qualche momento in più di gioco ai videogames, una concessione straordinaria per un evento straordinario.

L’incontro di revisione, dopo un mese, ha restituito l’immagine di un bambino dalla felicità e dalla spensieratezza ritrovata, l’allentamento delle misure, unito al meteo, che ha permesso a questa famiglia di poter andare al mare, hanno favorito una ripresa graduale in Matteo. I comportamenti di protesta e di richiamo dell’attenzione su di sé sono scomparsi dopo poco, fare attività calendarizzate (i pomeriggi a giorni alterni al mare, i giochi di società tutti in famiglia il venerdì sera e altro) ha restituito l’idea di una vita organizzata e gli ha permesso di riconoscere nuovamente lo spazio che ha nella famiglia e, più in generale, nel mondo.

Questa breve storia dimostra come gli individui più fragili alle conseguenze psicologiche del lockdown siano stati i giovani, giovanissimi in particolar modo; di rimando, poi, i genitori, essendo anch’essi presi di sorpresa dall’evento pandemia, non hanno avuto gli strumenti necessari a fronteggiare le nuove esigenze dei figli, avendo anche loro problemi imprevisti da risolvere a cui si sono sommati questo tipo di problemi familiari.

Mai come adesso risuonano appropriati i primi versi della “Canzona di Bacco” di Lorenzo De Medici:

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuole esser lieto, sia,
di doman non c’è certezza.

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