Il coraggio balcanico di fronte ai suoi spettri: apologia della sconfitta.

da | Nov 20, 2020 | Distinti est | 0 commenti

Mi ritrovo molto spesso in questa fase della mia vita a riflettere sul significato della parola sconfitta, a quanto questa condizione abbia influenzato e continui ad influenzare la mia esistenza.

In un’epoca dominata da un’“effimera positività” veicolata dalle mostruosità social noto sempre più l’enorme difficoltà dell’individuo nell’ammettere la sconfitta in ogni sfera dell’esistenza, nel tollerare anche solo la possibilità di rientrare per una volta nella tanto temuta zona oscura del fallimento. Lo sport e la sua immagine riflessa nei circuiti mass-mediatici degli ultimi decenni ne è la prova lampante: non è difficile rilevare come fama e prestigio, biografie e celebrazioni vengano ormai misurate nell’ unico ed imperante metro di misura ad oggi valido, ossia quello delle bacheche dei trofei, individuali o collettive.

Quanti soldi hai, quante donne hai, quanti followers hai, quanti trofei hai vinto: è il “cretinismo economico” di gramsciana memoria sollevato a parametro risolutore di ogni tipo di valutazione. Un giudizio di valore calante a mo’ di spada di Damocle sulla testa di ognuno di noi, che non potrà mai sfuggire alla fredda condanna della matematica. Sarà per questo che, nel campo del mio sport preferito, sono sempre stato legato a figure che, oltre alle vittorie, hanno saputo scandagliare a fondo anche l’altra metà del cielo, più oscura e scomoda, quella della sconfitta, in campo così come nella vita. Ed ecco che alla cantilena recitata dei ricchi palmares di Cr7, Messi o Ibrahimović (lo dico da milanista sfegatato, quanto mi tedia ormai la stantia narrazione di supereroe invincibile!), ho sempre preferito i colpi pazzi e sregolati di Savicević, Gasgoigne, Cantona o Tino Asprilla.

Cantona dopo il celebre episodio che lo tenne lontano dai campi per mesi (Credit: PA Wire) .

Le ultime sonnacchiose partite a porte vuote giocate dalle nazionali mi hanno fatto profondamente riflettere, non solo su quanto la geografia del football stia drasticamente cambiando, ma su come certe attitudini, in fondo, non cambino mai. E se vi è un popolo che più mi ricorda l’attitudine alle pazze vittorie e alle tragiche sconfitte è sicuramente quello jugoslavo, un popolo che oggi, ironia della sorte, non esiste più se non nei cataloghi della Jugonostalgija o negli aneliti sopiti delle ormai tristemente vuote cattedre di lingua serbo-croata. Frammentati in sei repubbliche, i balcanici sanno ancora offrire spettacoli ai miei occhi bellissimi e rocamboleschi.

Jugoslavia anni 90.

 La Serbia di Milinković-Savić è fuori dagli Europei, capitola a Belgrado dopo la lotteria dei rigori contro una modesta Scozia, tornata sulla ribalta internazionale a 24 anni dalla rassegna iridata di Francia ’98. “Possono vincere contro chiunque e perdere contro…chiunque!”: eccolo il motto che da sempre accompagna il calcio balcanico. Sarà per l’orgoglio ferito o per il sangue bollente che scorre a fiotti da quelle parti, ma dopo pochi giorni le Orlovi (le aquile, questo il nomignolo affibbiato alla selezione serba) asfalta i fratelli russi con un pesante 5-0 in un innocuo incontro di Nations League. A Belgrado l’importante è esagerare, in negativo o in positivo… poco importa.

Serbia – Russia

La Macedonia “del Nord” (la geografia politica dell’ultim’ora impone nomi tanto nuovi quanto vecchi…) mette la testa fuori dal sacco qualificandosi per la prima volta ad una rassegna internazionale. Il “nostro” affezionatissimo Goran Pandev si prende scettro ed opale alla conquista del continente, è il nuovo Alessandro Magno: in una fredda notte caucasica piega la Georgia e scrive una nuova e bella pagina di cultura sportiva in un Paese ancora alla ricerca della propria identità nazionale, impegnato a litigare con greci e bulgari, a turno.

Pandev festeggia la storica qualificazione della Macedonia del Nord agli Europei.

La festa impazza per le calde strade di Škopje, dove è ancora vivido il ricordo dell’ultimo macedone ad aver scritto il proprio nome nella storia. Parliamo del mitologico Darko Pančev, macchina da gol alla Stella Rossa, clamoroso bidone all’Inter, un Giano bifronte del pallone dai tratti inspiegabili, che ha incarnato tutto lo spirito sornione, tragicomico, fatalista e stralunato di questo popolo capace di tutto.

Giocatori come Savicević, capaci di leziose e tanto “montenegrine” dormite colossali, ma anche di guizzi risolutori da capogiro (per info contattate Andoni Zubizarreta, vedete che vi dice…), ci riconciliano con l’umana esistenza, con la complessità delle nostre vite, in un mondo dove valiamo sempre e solo se vinciamo e possediamo qualcosa o nei casi peggiori, qualcuno. Spesso mi vengono in mente le lacrime di Baresi a Pasadena e credo proprio che certe esternazioni siano state cancellate dalla circolazione: mai piangere, sempre sorridere, mai perdere. Eccola, la vera tristezza. In questa ottica non mi meraviglio dello scalpore che hanno suscitato nel mondo del web le dichiarazioni rilasciate da un gigante come Maldini (è il quarto rossonero che cito, lo so, perdonatemi…): “sono uno dei calciatori più perdenti della storia”. Una frase tagliente, spiazzante, quasi da sembrare ironica, proferita con una fermezza ed una lucidità disarmante, capace di scioccare anche i suoi colleghi più prossimi, costernati: “Paolo, ma…ma che stai dicendo?”. Immaginate un Cr7 o un Ibra dire una cosa del genere. Non ci riuscirete.

Sarà che oggi il “Sole dei vinti” ci risulta più pallido e freddo che mai (passatemi la citazione che qualcuno potrebbe trovare…scomoda…), ma credo che cancellare la sconfitta dalle nostre vite e dalle nostre bacheche sia come perdere due, tre, quattro volte. E allora amici in alto i calici… brindiamo a quel sangue balcanico che di volta in volta ci ricorda che essere uomini vuol dire trattare successo e disgrazia come lo stesso impostore (ops, altra citazione). Ogni mattina faccio come Maldini e mi guardo allo specchio: “sono Giannicola, sono uno dei più perdenti della storia”. Accenno un sorriso che assomiglia a un ghigno. Fine. Sipario.

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