L’Irpinia e la sua personale zona rossa

da | Dic 9, 2020 | Riflessioni | 0 commenti

Negli ultimi mesi ognuno di noi, chi più chi meno, si è ritrovato con una cartina geografica davanti. L’avrà trovata su qualche giornale o su di un sito online e su di essa avrà ritrovato le regioni tutte accomunate da quattro semplici colori. Inutile ripeterli, ormai li conosciamo a memoria e sono entrati a far parte della nostra quotidianità come non mai.

Certo negli anni passati avevamo sentito parlare lo stesso di zone rosse, io ho un ricordo indelebile del terremoto in Abruzzo e del centro storico di L’Aquila dichiarato zona rossa e ripetuto in un loop infernale da tutti i telegiornali nazionali nei tragici giorni che seguirono il sisma, ma ricordo anche la zona rossa e la zona gialla del G8 di Genova in quegli altrettanto tragici giorni di un caldo luglio di inizio millennio.

Tutte queste forme di categorizzazione nascono dalla necessità, temporanea, di tenere sotto controllo uno specifico contesto di riferimento che per qualche ragione si ritrova a vivere una condizione diversa dalla normalità.

Per questo lo stesso meccanismo vorrei provarlo a trasferire in un altro contesto.

Provate ad immaginare una terra, una provincia in cui l’unico dato in costante crescita è quello che riguarda lo spopolamento, che affiancato al costante invecchiamento rendono l’Irpinia arida. Una terra in cui i giovani sono eternamente in lotta sul da farsi.

In tanti emigrati eccellenti, privi dei vecchi simboli che l’immaginario collettivo conferisce a chi parte: non hanno più la valigia di cartone e non ci sono le stazioni dei treni (anche perché gran parte di queste sono state chiuse e altre di dubbia utilità verranno aperte in futuro, forse!). I nuovi simboli sono gli autobus il cui colore richiama il limoncello di terzetto che da adolescenti compravamo al supermercato a 99 centesimi, l’odore che li accompagna non è quello del paccodigiù, come qualcuno vuole farci credere, o meglio non è solo quello, ma è il puzzo di piscio stantio dei cessi degli autogrill dove ci si ferma per qualche minuto.

Ma altrettanti restano, come moderni personaggi Joyciani, aggrappati alla banchina, incapaci di abbandonare il proprio presente e impauriti dal proprio futuro, costretti a sperare di non aver superato i 28 anni e 364 giorni per poter aspirare a un contratto annuale di Servizio Civile.

Ne ho viste di persone qualificate e costrette ad elemosinare 437 euro, – “quest’anno è, poi si vede” li ho sentiti dire – sperare in una futura assunzione per 500 euro mensili.

Troppo pochi per costruire un futuro e troppo tanti da per poterli consumare in un solo vizio e allora giù con l’alcool, una piaga fin troppo presente nelle nostre strade, e giù con il gioco. Ma dopotutto se in paese l’unica cosa che sopravvive sono i centri scommesse e i bar, non è che si può pretendere molto.

La Terra dell’Osso la chiamava Manlio Rossi Doria, una delle tante menti che a questa Terra e a queste Persone era fortemente legato. Un appellativo che avranno sentito spesso i nostri genitori dopo quel 23 novembre 1980: l’avranno sentito dire per anni, anche quando la ricostruzione aveva riacceso la speranza di vedere l’Irpinia finalmente zona verde e non zona rossa da cui fuggire. A distanza di quarant’anni quella definizione ritorna nelle nostre orecchie e sotto le nostre dita appoggiate a un giornale.

Dopo tanti anni, la voce di chi ha provato a rianimare un territorio troppo spesso martoriato resta sola e inascoltata. Si preferisce esaltare parole come stordo, pepe, a scapito di un vocabolario della crisi (da cui ripartire per lottare) tutto nostro che va dalla a di amianto e finisce con la t di terremoto.

Un vocabolario che viene, appunto, preferito ad una narrazione della provincia meno scomoda, più idilliaca, un po’ come in quella scena dell’indimenticabile film di Ettore Scola C’eravamo tanto amati (1974), in cui Nicola Palumbo (personaggio ispirato a Camillo Marino, un altro che per questa provincia ha fatto tanto) assiste impietrito alla reazione dei suoi concittadini, che al termine della proiezione di Ladri di biciclette (1948, De Sica) etichettano il film come oltraggioso e colpevole di “offendere la grazia, la poesia e il bello” di una nazione che stava uscendo a fatica da anni terribili.

Decenni dopo quel tragico giorno l’Irpinia continua ad essere una terra di crisi e di emergenza, una zona rossa permanente.

Ecco, dopo tanto, dovremmo avere il coraggio di definirci così anche ufficialmente, perché forse, grazie a questo metodo potremmo avere maggiore consapevolezza delle problematiche che da sempre ci accompagnano.

Certo richiede uno sforzo enorme, ma non impossibile da cui poter ripartire finalmente.

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