“Bastano una serie di note, tutto il resto” è jazzare!

da | Gen 14, 2021 | Punksophia | 0 commenti

Fin dall’antichità l’essere umano ha avuto bisogno di raccontarsi delle storie per interpretare la propria esistenza e ciò che lo circonda. La natura, la vita e la morte si manifestano come un insieme di immagini prive di significato e le storie, i miti per la precisione, appaiono come uno strumento per ordinare la realtà, per spiegare le contraddizioni dell’essere e le leggi della natura, per individuare le regole del bene e del male. La parola “mito” deriva dal greco mythos e vuol dire, appunto “storia”, “racconto”. Al proprio interno il mito contiene una trama con dei personaggi e delle vicende che si susseguono. Oggi, come in passato, per comunicare messaggi di difficile comprensione, si utilizzano dei racconti il cui fine ultimo è quello di giungere a significati più profondi. Dapprima si coglierà solo il lato formale del racconto ma poi, con il passare del tempo, si potrà giungere ai significati più reconditi. L’essenza del mito è quella dunque di far cogliere, attraverso il coinvolgimento emotivo, i principi ultimi dell’universo mediante la narrazione.

I miti e le storie appartengo alla tradizione dell’umanità fin dalla notte dei tempi. Dai miti greci alla Bibbia, dalle favole di Esopo alle fiabe dei fratelli Grimm, ognuno di questi racconti ha cercato di dare un senso al mondo in cui viviamo. Da questa prospettiva, i film possono essere considerati dei miti contemporanei. Se ci sono delle pellicole che alla fine ci fanno riflettere e porre domande sull’esistenza, allora svolgono con precisione il loro compito di mito. In questo senso, Soul, l’ultimo film della Pixar, disponibile sulla piattaforma Disney+ dal 25 dicembre, assume i contorni del mito. A partire da una storia semplice, il film si interroga sulla domanda esistenziale per eccellenza: “Qual è il senso della vita?”.

Protagonista del film è Joe Gardner, insegnante di musica insoddisfatto in una scuola media di New York che sogna di diventare, senza successo, un grande musicista jazz. Nel giorno stesso in cui gli viene assicurato il tanto aspirato “posto fisso” come professore (e con tutti i vantaggi che ne derivano come assicurazione, assistenza medica, pensione), riesce finalmente a conquistare il suo sogno: suonare in quartetto jazz assieme a una delle più grandi musiciste viventi, Dorothea Williams. Il suo scopo sembra essersi realizzato. Joe è così euforico che presta poca attenzione a dove cammina e finisce per cadere in un tombino. Improvvisamente si ritrova su una lunga passerella nera che scorre incessantemente verso una luminosa e indefinita sfera bianca. L’anima di Joe si è staccata dal corpo e quella sfera è l’Altro Mondo. Il musicista non vuole morire proprio ora che ha realizzato il suo sogno più grande e corre disperato cercando di trovare una soluzione. Nel tentativo di fuggire, Joe finisce però nell’Ante Mondo (detto anche “Io Seminario”), il luogo dove le anime dei futuri nascituri vengono plasmate nella personalità e educate alla vita dai mentori, delle illustri personalità che hanno saputo vivere e che le formano trovando loro una passione che le accompagnerà durante la vita sulla Terra.

Joe viene scambiato per un mentore e gli viene assegnata “22”, un’anima ribelle rimasta nell’Ante Mondo per millenni la quale non riesce a trovare la propria “scintilla” – lo scopo che le permetterà di incarnarsi in una vita nel mondo –, nonostante abbia avuto mentori illustri come Jung, Copernico o Madre Teresa di Calcutta. Joe e 22 stringono allora un accordo: lui avrebbe aiutato 22 a trovare la propria scintilla per poterla usare per tornare sulla Terra e poter suonare con la band.

È palese l’ispirazione del regista Peter Dector al mito di Er, narrato da Platone nella Repubblica. Esso racconta di un soldato valoroso morto in battaglia, originario della Panfilia, Er appunto, figlio di Armenio. Dopo che il suo corpo fu portato sul rogo per essere arso come da tradizione, tornò in vita e si mise a raccontare quello che vide nell’Al di là. Una volta uscita dal corpo, la sua anima si incamminò insieme alle altre arrivando in un luogo divino dove si aprivano due voragini in terra e due in cielo. Al centro di esse si trovavano i giudici, i quali ordinavano ai giusti di salire a destra in cielo e agli ingiusti di scendere a sinistra nelle profondità della terra. Gli stessi giudici ordinarono a Er di assistere e di riferire agli uomini ciò che accade nell’Al di là. Gli ingiusti venivano puniti con una pena che corrispondeva a dieci volte il male commesso. I giusti venivano premiati mediante la stessa proporzione. Concluso il periodo prestabilito dei premi e delle punizioni, che corrispondeva a mille anni, le anime ritornavano, attraverso le altre due voragini, al punto di partenza, dove rimanevano per sette giorni. All’ottavo giorno erano costrette ad incamminarsi al cospetto della Necessità e delle sue figlie, le Moire: Lachesi rappresentava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro. A quel punto un banditore prese dalle ginocchia di Lachesi i vari modelli di vita in numero maggiore rispetto alle anime presenti – e li schierò a terra ordinatamente. Qui Platone capovolge un fondamento nel quale l’uomo greco ha sempre creduto: la vita non è più soggetta ad un fato necessario al quale non è possibile porre rimedio. Il destino dipende dall’uomo perché egli stesso può scegliere il demone che lo accompagnerà per tutta la vita (eudaimonia, “benessere”, vuol dire appunto “essere accompagnati da un buon demone”). Ma così come può scegliere un buon demone, può sceglierne anche uno malvagio. Ogni anima, quindi, era chiamata a scegliere il proprio destino secondo un ordine prestabilito. Solitamente, le anime che provenivano dal cielo effettuavano scelte avventate perché erano inesperte di sofferenza, scegliendo ad esempio vite di tiranni, attratte dall’apparente felicità. Le anime provenienti dal basso sceglievano con giudizio le loro vite successive, memori delle sofferenze patite. La maggior parte delle anime sceglieva, però, in base allo stile di vita precedente: per esempio, l’anima di Odisseo, dopo aver vissuto un’esistenza travagliata, preferì scegliere la vita di un uomo tranquillo qualsiasi. Dopo la scelta, ogni anima riceverà da Lachesi il proprio demone; Cloto confermerà la scelta del destino; Atropo lo renderà immutabile. Successivamente, tutte le anime sono costrette a bere l’acqua del fiume Amelete, così da dimenticare l’accaduto (Lethe in greco vuol dire “dimenticanza”).

Il film sembra ispirarsi anche alla “teoria della ghianda” dello psicanalista americano James Hillman. Riprendendo Platone, ne Il codice dell’anima egli sosteneva che ogni individuo viene al mondo con una forma unica e irrepetibile che ci contraddistingue, il daimon, che chiede di essere realizzata per portare felicità nella propria vita. Questa forma è la particolarità che ogni essere umano porta dentro di sé, caratterizzata da quei talenti, passioni e attitudini predeterminati dal demone interiore ma che dimentichiamo al momento della nascita. Come la ghianda sboccerà e diventerà una quercia poiché ne racchiude il potenziale, così ogni individuo è destinato a realizzare il destino racchiuso nel daimon.

La scintilla del film sembra essere dunque ciò che Hillman introduce nella teoria della ghianda, lo scopo per cui ogni essere umano sembra destinato a compiere. Ma Soul va al di là delle teorie psicanalitiche e ci insegna che scintilla non è lo scopo. La passione e il talento non determinano necessariamente quello che dobbiamo essere. Saper fare una cosa, come saper suonare il piano o essere un campione di calcio, non vuol dire che quella cosa ci faccia star bene. Molte volte il talento può trasformarsi in vera e propria ossessione, determinando il distacco dalla vita. La scintilla è dunque la presa di consapevolezza che la vita non va vissuta per uno scopo ma con uno scopo, ossia assaporarne ogni istante. Quando, nel corso della trama, 22 si incarnerà per sbaglio in un corpo, tutte le sue ansie e le paure di vivere spariranno. Sperimenterà quanto può essere gustoso assaporare un pezzo di pizza appena sfornato, parlare del più e del meno con il barbiere, ascoltare con passione una canzone, lasciarsi trasportare dai colori e dagli odori dell’autunno. La scintilla appare solo quando si è pronti a vivere. «Magari la mia scintilla è guardare il cielo blu o camminare. Sono davvero brava a camminare!» afferma 22. Questa è la scintilla: vivere. Questo significa jazzare!

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