Quando l’emarginazione è una scelta

da | Apr 15, 2021 | Lo sbriglialacci | 0 commenti

La limitazione agli spostamenti ha fatto emergere in maniera preponderante una forma di auto-emarginazione che ha raggiunto l’onore delle cronache qualche anno fa, quando la particolarità della cultura giapponese ne ha messo in risalto le caratteristiche salienti in relazione alla dipendenza da videogiochi e le ha attribuito un nome specifico: la sindrome di hikikomori.


A me però piace contestualizzare il fenomeno nella cornice del Paese in cui abito e perciò mi trovo meglio a parlare di ritiro sociale: un particolare insieme di pensieri, atteggiamenti e caratteristiche di personalità che portano la persona a scegliere una vita con interazioni sociali pari a zero, al massimo mediate da una qualche forma di gioco online. Ma procediamo con ordine e partiamo con una premessa: questa particolare forma di stare al mondo non è un qualcosa del tipo “ce l’ho/non ce l’ho” ma, al contrario, rappresenta un continuum, uno spettro, qualcosa di paragonabile all’abbronzatura: c’è chi torna dal mare più abbronzato e chi meno, e poi c’è chi decide di farsi le lampade tutto l’anno per mantenere sempre un colore della pelle più bruno; per cui sappiate che è molto probabile che, leggendo questo articolo, penserete di essere socialmente ritirati perché, specie in quest’ambiente pandemico, penserete di avere tutte le caratteristiche del caso ma non è così, o almeno non per tutti, spero.


Da bambini sarà capitato a tutti di avere un compagno di classe molto silenzioso e riservato, magari è capitato proprio di essere quel bambino o quel ragazzo. Bene, questi bambini, per loro indole, non amano conversare sebbene sia forte il loro desiderio di socializzare benché, magari, abbiano interessi fuori dal comune o preferiscano ascoltare piuttosto che conversare o, ancora, siano più bravi ad esprimersi attraverso il gioco, il disegno, la scrittura o altre forme di comunicazione non prettamente verbale. Succede molto spesso che questi bambini associno questo tipo di pensieri ad una particolare sensibilità verso le emozioni altrui e proprie, la qual cosa giustifica la loro poca loquacità, visto che danno un peso specifico alle parole maggiore del 70% delle persone ossia diverso dalla norma. Questi bambini, che diventeranno ragazzi prima e adulti poi, esprimono la coerenza del loro modo di essere scegliendo accuratamente le amicizie sulla base di una profonda risonanza con le persone con cui scelgono di condividere il tempo senza rinunciare a conoscere nuove persone per cui non decidono di circondarsi di una cerchia ristretta di persone a propri.

Succede spesso, tra gli adulti e figurarsi tra i bambini, che una persona introversa e di poche parole venga scambiata per qualcuno supponente, che non parla con tutti perché non dà retta al prossimo e quindi si tende a stimolare la dialettica delle persone che non parlano, nel migliore dei casi. In altre situazioni, vuoi per malintesi vuoi per genuina cattiveria, una persona fa una battuta sull’introversione manifestata da un’altra persona e gli altri tendono a confermare tale visione perché fa da spiegazione ad atteggiamenti altrimenti non spiegati. La persona introversa, proprio perché sensibile e con tutte quelle caratteristiche di cui sopra, viene sopraffatto dalla vergogna e vorrebbe sparire da lì.


Adesso, un singolo avvenimento del genere non basta a far sì che si scateni una reazione di avversione totale al mondo sociale ma, se le occasioni sono tante, se quello che si pensava un talento viene costantemente deriso per un periodo di tempo, se praticamente il mondo sociale ti dà conferma del fatto di essere inadeguati alla relazione interpersonale in più occasioni (e la suscettibilità verso ciò che si percepisce come una forma di rifiuto da parte del mondo sociale aumenta progressivamente) e se a tutto questo si aggiungono elementi contingenti, oggettivamente neutrali e casuali di tipo personale, come un trasloco, o ambientali, come una pandemia, viene a crearsi la miscela giusta che rende più che concreto il sentimento di inadeguatezza e che talvolta si accompagna a del risentimento verso quel mondo sociale che ti ha rifiutato. Con un macigno del genere sulle spalle l’unica strada percorribile diventa il ritiro in sé stessi e il commiato al mondo circostante, proprio come fanno quelle persone che, consapevoli che la loro morte è vicina a causa di un tumore in fase terminale ad esempio, tendono ad isolarsi, talvolta con metodi diretti e apparentemente maligni.


In questi casi l’emarginazione è una scelta: la scelta di chi viene sopraffatto dall’estrema sensibilità verso le emozioni e, grazie ad una miscela di eventi recanti imbarazzo e casuali, preferisce isolarsi dal mondo ed interagirvi, nel migliore dei casi, attraverso un avatar o comunque lo schermo di un pc.

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