Attenti, lo Sceriffo è giù in città

da | Ott 4, 2021 | Distinti est | 0 commenti

Immaginate di rappresentare uno dei movimenti calcistici più modesti d’Europa. Immaginate, poi, di provenire dalla nazione più povera d’Europa considerando diversi indici di sviluppo. Immaginate, poi, che quest’ultima sia anche una bugia o una mezza verità, che il vostro Paese, in realtà, si trovi incastrato in quella dimensione ma in un lembo di terra non riconosciuto da nessuno, incastrato in una paradossale matrioška. Sì, perché questa è la realtà dello Šerif Tiraspol, club dominatore assoluto del calcio moldavo e, nell’ultima settimana, di tutte le cronache calcistiche continentali.

La squadra giallonera l’ha fatta grossa, andando a violare con irriverenza un tempio del calcio europeo, casa del club più blasonato. Il tiro bomba di Thyll che ha ammutolito il Santiago Bernabeu ha già fatto il giro del mondo. Incredibile, clamoroso a Madrid: Real 1 – Šerif 2. Lo sceriffo è sceso giù in città incattivito: due partite, sei punti, primato nel girone. Ed ora un certo timore si aggira tra gli avversari. Lo sceriffo a breve farà tappa a Milano, Inzaghi e co. sono già stati avvisati.

Parlare dello Šerif è parlare della sanguinosa storia della Transnistria e della Moldavia. La folta comunità russa stanziatasi sulle rive del Dnestr da secoli non ha mai abbandonato le proprie posizioni dopo la caduta dell’Urss, innescando una potente carica di dinamite: una sanguinosa guerra civile condotta negli anni ’90 senza né vinti né vincitori, dalla quale sono riuscite ad emergere figure politiche a dir poco bieche, come il generale russo Aleksandr Lebed’, nome noto a chi ancora mastica di politica russa.

La Moldavia è, dunque, divisa in due: la parte rumenofona, con capitale Chisinau, e quella russofona, detta Repubblica autonoma di Transnistria, con capitale, appunto, Tiraspol. E lo Šerif, oggi, rappresenta paradossalmente una nazione, la Moldavia, che non lo rappresenta. La Repubblica di Transnistria, come anche la Moldavia, è stata per anni a centro di loschissimo affari europei: terreno di incontro tra Oriente ed Occidente, città che pullulano di spie, prostituzione, traffico d’organi, stoccaggi di scorie e rifiuti pericolosi. Le macerie dell’Urss hanno sepolto i suoi figli, lasciando a terra una sanguinosa scia. Le cronache, i racconti ed i romanzi italiani di Nikolaj Lilin (tra cui il famoso “Educazione Siberiana”) hanno contribuito a portare alle luci della ribalta una realtà per lo più sconosciuta.

La storia giovane della squadra di Tiraspol rappresenta un po’ la storia paradossale ed ambigua di questo Paese che non esiste eppure esiste: il club (di forte impronta russa) è stato fondato nel 1993 da due ex collaboratori del KGB riciclatisi imprenditori, Viktor Gušan ed Il’ja Kazmaly. Proprietari della plenipotenziaria holding “Sheriff” (Supermercati, telefonia mobile, canali TV, pompe di benzina), i due hanno costruito un monopolio che nel calcio ha prodotto un dominio incontrastato, vincendo ben 19 campionati moldavi nelle ultime 20 edizioni.

La squadra, con mezzi economici di gran lunga superiori alla media locale, può attingere ai campionati esteri scovando delle piccole gemme come Thyll ed il terzino Cristiano, acquistato dalle serie minori brasiliane, di professione scaricatore di porto (Sic!). Quella dello Šerif Tiraspol non è una favola dai contorni illibati e non possiamo credere che il calcio moldavo sia un posto idilliaco di rose e fiori: le aderenze politiche dietro alla potente holding “Sheriff” sono troppe per non capire da dove arrivi la schiacciante superiorità della formazione giallonera, in un Paese divenuto il buco nero d’Europa per attività illecite.

Eppure a Madrid abbiamo assistito ad una impresa memorabile, che resterà negli annali. Davide ha battuto Golia in casa propria, la comunità russofona proveniente dalla Transnistria lancia un grido d’orgoglio: il Paese è reale, esiste. Trasuda lacrime e sangue, nonché il dramma della diaspora russa, vittima di stragi per lo più passate sotto silenzio dopo la caduta dell’impero sovietico.

Il calcio, in fondo, serve anche a questo: raccontare storie dimenticate quando qualcuno sembra non voler più ricordare.

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