Solo un ricordo di Facebook

da | Ott 7, 2021 | La raccomandata | 0 commenti

Cara Fabiana,

quando scorro i ricordi di Facebook, un po’ mi vergogno. Non prenderla a male, ma proprio non riesco a concepire come potessi scrivere e pubblicare certe cose. In queste occasioni non mi riconosco in te, eppure io ero proprio te.

Non ce l’ho con te, sia chiaro, più che altro vedo la tua ingenuità, quel non conoscere le cose a fondo che ti portava ad assumere atteggiamenti di massa. Ed ecco continui post di aggiornamento su cosa facevi, dov’eri, cosa dovevi fare, dove saresti andata.

Se a quei tempi qualcuno ti avesse voluto male, avrebbe avuto tutti gli strumenti per agire. Per fortuna, non è stato così, ma a posteriori questa osservazione fa riflettere.

Nella società odierna i concetti di identità reale e identità percepita appaiono sempre meno sovrapposti. I social rappresentano un mondo parallelo dove il più delle volte ogni individuo mette in vetrina uno sconosciuto, uguale alla maggior parte delle persone, ma non a se stesso.

Questo fenomeno appare chiaro scorrendo i video di Tit Tok che, per un processo a me sconosciuto, mi appaiono su Instagram. Tutti uguali, tutti a fare lo stesso balletto, tutti con la base musicale del momento. Sì, può essere anche divertente, ma quale tratto distingue di preciso la protagonista di un video da quello del video precedente? Cosa cambia tra la foto provocante della mia vicina di casa e quella della tizia che non vedo da una vita? Apparentemente nulla.

C’è solo un’unica cosa ― non da poco ― che fa la differenza in questo quadro a tinta unita ed è rappresentata dal proprio nome e dalle eventuali informazioni rese pubbliche.

Eventuali in realtà non è il termine giusto. Sono tante, troppe, le notizie e le immagini condivise ogni giorno sui nostri profili social per documentare la propria vita. Una distesa sconfinata di luoghi frequentati, dettagli di vita personale, foto di minori. Ma non importa, quello che più conta è il numero di likes al proprio post, le visualizzazioni alle stories.

Ho una notizia da dare. Un culo in primo piano non ci salverà. E la mia non è una battuta. Mentre siamo assuefatti dalla droga del terzo millennio, sottovalutiamo i rischi che si corrono nel pubblicare sui social. Più si pubblica più l’appropriazione delle informazioni da parte di terzi diventa un gioco da ragazzi, più si mette il proprio privato in vetrina più si facilitano azioni criminali.

Come? Basta una foto in vacanza per comunicare che in casa non c’è nessuno, un dettaglio su un impegno, per ricevere un’email ingannevole da malintenzionati. E, ok, l’abbiamo capito che i cuccioli di uomo sono tanto carini, ma – tralasciando le ripercussioni che una persona potrebbe avere quando realizzerà che la sua infanzia è stata condivisa con un numero indefinito di sconosciuti senza il suo consenso – passa mai per la testa di un genitore che quelle foto potrebbero entrare a fare parte di circuiti criminali?

I rischi si corrono anche in ambito lavorativo. Sempre più di frequente mi capita di imbattermi in foto e video di colleghi sui luoghi di lavoro. Sorrisoni, talvolta balletti che, a mio parere, intaccano l’eticità professionale e che, in generale, non tengono conto dei dettagli che un frame può contenere. La superficialità con cui si condivide, fa passare in secondo piano che una data foto potrebbe mostrare sullo sfondo le slides di un progetto aziendale riservatissimo.

Tendenzialmente se e quando ci si accorge di questi errori è troppo tardi. Rimuovere dai social la foto di turno non elimina il problema. Qualcun altro potrebbe già averla salvata sul proprio PC o, peggio, condivisa a sua volta. E, quando un elemento viene risucchiato dal vortice del web non si recupera più.

Insomma, tutto ciò per dire che vanno pure bene infiniti balletti tutti uguali, ma facciamo sì che le leggerezze che mettono a rischio la nostra privacy restino solo un ricordo di Facebook.

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