La funzione riflessiva, ovvero come si capisce chi si ha di fronte

da | Nov 8, 2021 | Lo sbriglialacci | 0 commenti

L’argomento che con la redazione di Scarpesciuote stiamo affrontando in questi giorni si rifà ad un costrutto fondamentale della mente umana: la funzione riflessiva. Questa funzione mentale è forse l’elemento che più distingue la specie umana dalle altre specie animali.

La funzione riflessiva permette alle persone di capire meglio se stessi tramite la comprensione degli stati mentali di chi ci si trova di fronte. Se l’empatia si riferisce a quella condivisione di emozioni che ci permette di cogliere l’affetto dei nostri interlocutori e di sperimentarlo su noi stessi, la funzione riflessiva si estende anche a caratteristiche più razionali dell’esperienza mentale altrui come, per esempio, le motivazioni e i pensieri associati agli affetti. Il processo mentale che si riferisce alla funzione riflessiva è definito mentalizzazione e rimanda all’idea di comprendere la mente dell’altro che si riflette nella nostra in tutti i suoi aspetti cognitivi e affettivi.

La funzione riflessiva è un costrutto mentale che non si acquisisce dall’oggi al domani ma si costruisce a partire dalle prime interazioni che si hanno a partire dall’età di sei mesi di vita. A questa età, i neonati credono che il mondo interno e quello esterno siano equivalenti, questo vuol dire, ad esempio, che non concepiscono la fame come qualcosa che viene da dentro di sé e che quindi è necessario mettere qualcosa nello stomaco (il latte materno), credono che un agente esterno li stia attaccando e gli stia inducendo malessere. Allo stesso tempo credono che la sazietà non derivi dall’introdurre cibo nel proprio corpo ma che il contenimento generato dall’essere accudito dalla madre estingua quella sensazione spiacevole che creava angoscia (e prima credevano che quella stessa angoscia era colpa della madre che non c’era). Per far fronte a queste angosce impensabili per noi “grandi”, i neonati “fanno finta” che i propri stati mentali stiano al loro esterno e possono essere manipolati con le mani e con i piedi: è per questo che li vediamo intenti a pestare e tamburellare la qualsiasi, utilizzando i giocattoli nei modi più impropri e disparati possibile. Il mondo mentale dei lattanti come evidente, è molto diverso da quello degli adulti ma non per questo meno complicato: i neonati vivono in uno stato mentale simile alla schizofrenia, la differenza con quest’ultimo è che si evolve verso forme più integrate di pensiero mentre la malattia mentale può essere considerata, in un certo senso, come il ritorno a forme di pensiero arcaiche, proprie delle prime fasi di vita.

Difatti, il mondo interno del neonato evolve col passare del tempo grazie alle continue interazioni con le persone che lo accudiscono. Queste interazioni si accompagnano ad uno sviluppo delle diverse abilità fisiche e mentali in parallelo; allo sviluppo degli organi deputati all’emissione dei suoni e alla crescita delle connessioni neurali nel cervello, ad esempio, si sviluppa la capacità di dire parole che, man mano, assumono un significato sempre più specifico. L’insieme dello sviluppo psichico e fisico, dunque, permette al neonato di considerare nello stesso momento quelle sensazioni che prima divideva attraverso l’equivalenza del mondo interno a quello esterno e tramite il gioco del “far finta”. A 4 anni, infine, il bambino è capace di concepirsi come possessore di stati mentali.

Il passo successivo è quello di riconoscere la stessa capacità nelle persone che gli gravitano intorno attraverso la continua interazione con le persone. Interagendo con adulti e bambini, il nostro frugoletto si rende conto che anche gli altri hanno degli stati mentali e che questi ultimi, inoltre, possono avere caratteristiche simili ai suoi stati mentali e altre diverse che, man mano, impara a gestire e utilizzare come regolatori dei propri stati mentali. La funzione riflessiva è questo: regolare i propri stati mentali attraverso il confronto con quelli altrui. Riconoscersi in questo modo ci da la possibilità di capire meglio come noi stessi funzioniamo.

Relazionarsi con gli altri ci permette di conoscere meglio noi stessi, nel bene e nel male. La socialità, positiva o negativa che sia, è alla base della crescita e dello sviluppo della nostra persona.

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