Ecco

da | Nov 19, 2021 | La raccomandata | 0 commenti

Ecco. È il titolo di una canzone di Niccolò Fabi, anzi il titolo della canzone, quella scritta in seguito alla morte prematura della figlia. Si tratta di un testo struggente in cui il cantautore immagina azioni al contrario. Abbiamo, quindi, una freccia che piantata in un ramo percorre il suo tragitto a ritroso per poi tornare al suo arco; dei pezzi di vetro sul pavimento che prendono il volo per tornare a ricomporsi in bicchiere. Fabi tenta di riavvolgere il tempo, sperando che insieme a quella freccia torni indietro anche sua figlia. Il suo è un fallimento – quello di non essere riuscito magari a fare abbastanza – e vorrebbe una seconda possibilità.

Fallimento. È una parola che non comprendo poi così bene. A livello fonetico mi trasmette tanta negatività. È come se tra le lettere che la compongono fosse incastrato un dito pronto a puntare contro, a giudicare. Ma cosa vuol dire realmente fallire? Cercando su Google ho, con sorpresa, scoperto che la parola fallimento deriva dal latino fallere, inganno.

Fallimento e inganno. Due parole che hanno in comune l’accezione negativa, ma cos’altro? Ci ho riflettuto e sono arrivata alla conclusione che nella parola inganno sia racchiusa la vera natura del fallimento. Non intendo dire che chi fallisce sta al contempo ingannando qualcuno, ma piuttosto che inganna se stesso.

Mi spiego. Nell’immaginario condiviso una persona che fallisce è tendenzialmente vista come un individuo incapace di ottenere quello che vuole. Per quanto si possa mostrare una certa dose di compassione nei confronti del fallito, anche quest’ultimo in prima persona prova vergogna nel comunicare il mancato raggiungimento dei propri obiettivi. Nella nostra società fallire è una colpa e chi incespica in questa disgrazia si sente in dovere di giustificare la propria condizione, magari cercando cause esterne che possano ridurgli la pena.

Il fallimento racchiude in sé la convinzione di non essere all’altezza ed è con quest’arma che inganna la sua vittima. Il fallito, quindi, si sente inadeguato e viene pervaso da sensazioni negative che difficilmente conducono a una reazione.

Il fallimento inganna perché non lascia intravedere la sua energia positiva. Eppure essa esiste. È un aspetto considerato da pochi, ma il fallimento trasporta con sé una potenza risolutiva che non dovrebbe essere mai sottovalutata. Chi fallisce ha sì un dito puntato contro, ma anche tutti gli elementi per fare in modo che quello stesso dito si rigiri e punti verso una direzione, una nuova strada. Chi fallisce ha appena fatto un’esperienza e da quella esperienza ha tratto un insegnamento. Quantomeno conosce gli errori compiuti e sa, quindi, evitarli.

Spesso, nel tentativo di rincuorare una persona che ha fallito si fa riferimento all’idea che, una volta toccato il fondo, non si possa fare altro che risalire. Falso. Risalire è una scelta, altrimenti si rischia di restare su quel fondo. Non facciamoci, quindi, ingannare dalle parole: fallimento è oggettivamente una brutta parola, ma potenzialmente può condurre a risvolti molto positivi. Ecco.

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