Teaching

da | Nov 22, 2021 | Fuori righe | 0 commenti

Se penso al più grande fallimento della nostra società, mi viene in menta il sistema scolastico. Dal primo anno di elementari fino al quinto superiore, percorriamo un sentiero che dovrebbe riempirci di esperienze positive e prepararci al mondo universitario o del lavoro ma purtroppo non è così. Almeno dalle elementari fino alle medie, sei un semplice pacco postale che viene fatto avanzare piano piano tra gli anni, riempiendo la tua testa di nozioni che dimenticherai appena avrai varcato la soglia delle scuole medie per il liceo. Ed è proprio alla fine delle medie che inizia il fallimento, come novelli studenti di Hogwarts ci piazzano davanti la scelta di un futuro incerto ma a differenza dei maghi e streghe nati dalla mente della Rowling non abbiamo nessun cappello che ci ascolti e indirizzi.

IL CAPPELLO PARLANTE

Quella domanda “cosa vuoi fare da grande?” che ci scarica una responsabilità che ancora non è chiara, ci guardiamo intorno cercando il supporto degli altri ma che alla fine non troviamo poiché siamo tutti sulla stessa barca con un singolare nome: incertezza.
Perché farci questa domanda, quando anche da adulti non sappiamo dove stiamo andando e se il fallimento un giorno diventerà successo? Perché invece di fare una domanda simile non ci hanno dato la possibilità di poter anche inseguire un sogno, quello che da bambini abbiamo custodito gelosamente e di indicarci la via giusta per realizzarlo? Perché alla fine eravamo circondati da adulti che non avevano tempo ad ascoltare, senza nemmeno un cappello o un grillo parlante a darci dei consigli.

GREAT TEACHER

Durante i primi due anni del liceo, su MTV veniva trasmesso l’anime G.T.O. che aveva come protagonista un ex teppista con il sogno di voler diventare insegnante. A ripensarci Onizuka nonostante la sua preparazione scolastica e passato, era in grado di valorizzare i suoi studenti che venivano considerati fallimenti o problematici dai suoi colleghi; non dico che nel nostro sistema scolastico veniamo visti in questo modo (anche se qualcun* lo pensa e lo esprime) però veniamo portati a considerare maggiormente i nostri fallimenti che successi. Perché veniamo introdotti in un sistema che invece di mostrare la collaborazione ci insegna a competere, a sentirci in colpa quando sbagliamo o non siamo all’altezza mentre magari siamo portati in altro. E magari quelle discipline in cui eccelliamo sono viste come inutili, come se sviluppare una persona dipenda tutto dalle materie di serie A e serie B e non da ciò che è portato. Onizuka ascoltava i suoi studenti, si metteva in prima linea per aiutare i ragazzi e ragazze della sua classe a scoprire se stessi ed evitava categoricamente di farli sentire un peso, evitando così di farli sentire come dei fallimenti. Forse esistono docenti così, che tengono ai propri studenti e che non sono pronti a demoralizzare al primo errore ma che invece li spingono a realizzarsi. Ma di Onizuka con il suo german supplex ci dobbiamo accontentare di vederlo su schermo.

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