Abbecedario di provincia: lettera S

da | Dic 23, 2021 | Abbecedario di provincia | 0 commenti

Prologo:

Avevo preparato un pezzo sul Natale. Poi, convinto da Netflix, ho rivisto la trilogia di Spiderman diretta da Raimi e ho cambiato idea.

***

Era il 2002, avevo 10 anni. Sovrappeso, zero amici, occhiali tondi a culo di bottiglia e capelli stopposi: queste le mie uniche qualità, oltre ad una sterminata collezione di libri e fumetti. Un giorno qualsiasi, però, mio cugino mi cambiò la vita.

«Ti va di venire al cinema a vedere Spiderman?»

«Si, certo».

Sembra una risposta di cortesia, lo so, ma credetemi se vi dico che dentro di me era tipo Natale quando ricevi proprio i regali che desideravi e sticazzi la fede e lo spirito natalizio.

Scusate un attimo ma non so come collegare i vari pezzi che ho in testa e quindi ve li scrivo di getto, tanto in questo periodo siamo tutti più buoni.

Innanzitutto quel film, quel Spiderman, è stata la carezza più delicata per chi come me ha subìto maledettamente la solitudine e a tratti l’emarginazione perché ritenuto diverso. Su quel maxischermo, infatti, ho visto che anche uno “sfigato” può essere speciale, che in fondo ognuno di noi ha qualche tipo di talento nonostante l’assenza di muscoli e di popolarità. Certo, il ragno radioattivo ha dato una grossa mano, ma sono convinto che Peter avesse già tutto dentro. Le soddisfazioni più importanti, del resto, le ha conquistate senza il costume. È stato sufficiente aver quel pizzico di convinzione in più, la stessa che ci hanno fatto tremare quei deficienti che ritenevano più da uomo il poster di Baggio invece che quello di un supereroe. Quel film è stata la rivincita di tutti noi sfigati e basta. E a qualcuno di noi ha salvato la vita.

In sala, poi, mi ricordo la meraviglia, lo stupore ad ogni scena d’azione, e la paura quando arrivava Goblin ed una parte di te sapeva che ora erano cazzi per tutti. Queste emozioni, nel corso degli anni, le ho smarrite un po’. Credo che la colpa sia mia, della vita spesso amara e delle continue distrazioni a cui ci abbandoniamo senza opporre un minimo di resistenza. Così, l’altro giorno ho staccato tutto e l’ho rivisto. All’inizio nulla, neanche un brivido e non nascondo di esserne rimasto deluso, quasi ferito. Con il trascorrere dei minuti, invece, qualche pelo ha incominciato a drizzarsi e alla fine mi sono ritrovato a tirare a cazzotti al cuscino e ad alzarmi dalla sedia in preda all’ansia. Non è mai troppo tardi per spegnere il telefono e ritornare umani.

E nell’angolo della mia camera, infine, ho rivisto quel bambino timido, impaurito e che si sentiva sempre in differita rispetto al tempo che viveva.

Ho avuto la tentazione di avvicinarmi e dirgli che fu stupido chiudere i fumetti nel baule, che dopo qualche anno sarebbe stato da “figo” la passione per i supereroi. Ma soprattutto gli avrei consigliato di non ascoltare gli altri, di lottare per le cose che ci fanno stare bene e che in qualche modo ce l’avrebbe fatta. Certo, Goblin ci ferirà, e anche assai, però ci si sopravvive, con amore e paura.

Ed invece ci siamo soltanto guardati, forse lui mi ha fatto qualche complimento per le conquiste in campo amoroso ed io, se ricordo bene, gli ho suggerito di tirarsi fuori la camicia dai pantaloni. Ci siamo sorrisi, questo lo ricordo bene, ed ognuno è andato nel suo universo. Sono convinto che troverà il coraggio necessario per non mollare.

 

 

 

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