Abbecedario di provincia: lettera P

Abbecedario di provincia: lettera P

È giunto il momento di allargare le braccia e confessare a me stesso che stavolta non ho nessun piano. Ricordo che un giorno mi dicesti che sembro uno di quei giocatori di poker che ha l’asso nella manica anche quando la fortuna è lontana. Ed invece a questo giro nessun bluff: ho paura di perdere.

Sai, questi tempi sono complicati da tradurre, parlano un linguaggio che io non comprendo, addirittura più difficile del cinese. E non ci capisco molto di contratti a termine, di stage formativi e colloqui conoscitivi. Io, del resto, ho sempre pensato che sarei sopravvissuto di parole. E poi ora che le giornate si stanno accorciando ho ancora più timore della notte che verrà e non so se sarò in grado di fermare le mille capriole del mio cuore.

Però che buono il panino smezzato per risparmiare qualche michelino da investire nelle bollette che aumenteranno in autunno. E che bontà fantasticare sulla vita che vivono le persone nel giro giusto. E che bellezza il tuo sorriso a fine giornata quando ferito e squattrinato ti abbraccio e tu confermi la fiducia in me. Lo so che dobbiamo contare innanzitutto su noi stessi, ma a volte è necessario avere qualcuno che tifi per te, qualcuno che ti lanci la borraccia piena d’acqua quando senti le gambe tremare, la schiena a pezzi e la testa ti consiglia di mollare, che alla fine tu non sei mai stato degno del gruppo di testa.

Però comunque ho paura del futuro – sono queste le parole della settimana – anche perché chi abbiamo votato ci vuole come animali famelici ed io invece vorrei soltanto conquistare un pizzico di tranquillità, che poi dovrebbe essere la base di un Paese democratico.

 

Un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità

Un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità

Avrei voluto scrivere un pezzo commovente sull’amore. Poi, però, il maledetto signor Spotify ha scelto come colonna sonora di questa fredda sera “Maniac” di Michael Sembello. Allora ho indossato la fascia da palestra e ho incominciato a saltellare come un forsennato. All’inizio ho sudato come un maiale poi ho sentito le gambe sempre più elastiche e mi sono accorto di poter fare cose incredibili, tipo staccarmi da terra di almeno dieci centimetri e addirittura non avevo neanche più vergogna di guardarmi allo specchio. La stessa faccia che fino a ieri mi procurava vomito e rabbia adesso era l’unica che desideravo sul mio collo. Persino il grasso in eccesso mi è apparso come un vestito da festa, sai di quelli belli che ad un matrimonio ti aiutano a strappare complimenti anche dalle immancabili facce di cazzo. Ed è questo l’amore: un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità.

Quando c’era il freddo di fine estate e scorsi un treno in lontananza che sbuffava al cielo. Io avevo appena detto addio ad una compagna di classe di cui ero innamorato. Ed ero triste, tanto triste. E lì, su quella panchina, scrissi la mia prima roba. C’era amore in quell’istante – per un sogno che sta ancora qui accanto a me – nonostante la triste certezza di non poter più riassaporare le sue labbra sapore Labello.

Quando calpestai la prima volta un marciapiede di Atripalda, purtroppo o per fortuna la mia città. La nebbia, l’umidità che ammazza le ossa, e poi gli amici. Attraverso l’amore che provo per ognuno di loro ho scoperto che nella nebbia ci si può giocare a nascondino e che un piccolo centro favorisce gli abbracci più forti. E soprattutto grazie a questo amore ora so sempre dove stanno le montagne. Ed io mi sento protetto anche quando la sabbia scotta troppo.

Quando ho vissuto il dolore più forte della mia vita e all’improvviso in casa entrò un sacerdote impazzito. Sembrava un incrocio tra un personaggio scritto dal miglior Verdone ed un cantautore folk caduto in disgrazia. In mezzo a tante lacrime vidi lei, la mia compagna, ridere di gusto e non sa che in quel momento mi ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che ci possa essere: ovvero mi ha dedicato un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarmi ad una precaria felicità nonostante la tempesta.

L’amore non è roba buona per chi aspira alla tranquillità

L’amore non è roba buona per chi aspira alla tranquillità

Il foglio bianco da mezz’ora suggerisce che non sarà facile scrivere d’amore. Il problema è che tutte le parole somigliano a qualcosa di già letto e soprattutto risulta complesso silenziare il mondo circostante e ascoltare cosa ha da raccontare il nostro cuore. In fondo, l’amore è soprattutto una specie di colloquio terapeutico proprio con il nostro cuore disteso sul lettino e noi attenti – o troppo spesso distratti – a cercare di individuare le cause dietro questo “malsano” sentimento. Non sarà facile, ma la nostra banda di #scarpesciuote proverà a farvi emozionare, ridere, incazzare, bestemmiare, sognare (vi ricorda qualcosa?).

Nel frattempo, vi ringraziamo per la costante attenzione che ponete nei confronti del nostro progetto editoriale. E anche per questo motivo stiamo lavorando per farvi un regalo che altro che la dedica di Benigni alla Braschi. Quindi, seguiteci, commentate e inviateci anche qualcosa di vostro, magari una bella lettera d’amore (questi i requisiti per la pubblicazione: non troppo sdolcinata, che sappia di torta alle mele appena sfornata e che abbia il profumo di una birreria aperta).

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti

Abbecedario di provincia: lettera S

Abbecedario di provincia: lettera S

Settembre è il tuo compleanno, oggi è il tuo compleanno. E non fa niente se in cucina nessun delirio per una torta malriuscita, e pazienza se non mi incazzo per le tue urla nei confronti di un armadio ingiustamente accusato di essere vuoto. Per me, da tre anni, è cambiata soltanto la distanza fisica tra me e te. Quello che conta, e tra le innumerevoli cose includerei la cantilena del tuo parlare, è sempre dentro di me. E lì neanche Dio può entrarci. Poi non so se hanno ragione i no-vax e cioè che il vaccino modifica il dna e che potrei risvegliarmi domani mattina ed essere Fedez senza autotune al centro di un palco con il pubblico che vorrebbe una canzone. Ma anche in questo caso so che tu mi aiuteresti.

Settembre è ricominciare. Magari più abbronzati oppure consapevoli che a volte è necessario accantonare per un po’ i propri sogni e cercare altrove la serenità necessaria per affrontare tutti i giorni. Per quanto mi riguarda, è come se fossi alla festa di fine anno scolastico, al centro della sala da ballo con la giacca sgualcita e lo sguardo perso un po’ nel vuoto. Stavolta non attendo nessuna ragazza dalle scale, bensì il prossimo capitolo della mia vita. Ricominciare mi ha fatto sempre paura, soprattutto quando non so la direzione da prendere e nemmeno Google Maps corre in mio soccorso. Continua a suggerire di girare a destra ma lì c’è un tipo che ossessivamente scatta foto alle lucine che poi non ho mai capito che cazzo ci sta da fotografare a due lampade Ikea appese ad un filo. Comunque, ho fiducia che me la caverò. E che nonostante tutto i miei sogni resisteranno anche se il mio tempo avrà una cadenza diversa rispetto al passato.

Settembre è il vero amore. È la donna che ti tiene i piedi per terra, che ti suggerisce di fumare qualche sigaretta in meno e che forse sarebbe meglio andare a dormire qualche ora prima ché poi domattina bisogna svegliarsi per studiare o per guadagnarsi il pane. È quella donna che ti stringe le mani nonostante il freddo in arrivo e tu benedici il cielo che il dolce inganno dell’estate sia finalmente finito. In fondo che coglioni credere che tutto sia possibile.

 

L’eredità democratica che sperperiamo ogni giorno

L’eredità democratica che sperperiamo ogni giorno

Io non ho studiato e neanche ho la voglia di infilarmi in un discorso sulla complessità del processo democratico. In fondo fuori ci sono gli ultimi scampoli dell’estate e vorrei trombare. Però, una cosa la vorrei scrivere: siamo stati culati.

Dai, parliamoci chiaro. Se fossimo nati in Afghanistan avremmo avuto soltanto una scelta: morire per mano del potentissimo occidente oppure essere sgozzati da una banda di controfigure di Borat. È questa la democrazia riservata a questo angolo di mondo: la libertà – e neanche tanto – di scegliere da chi essere ammazzati. Noi, invece, abbiamo ereditato le vittorie dei nostri nonni e quindi comodamente seduti nei nostri salotti esclusivi tra flûte di champagne e sardine come antipasti discutiamo su come dialogare con i talebani oppure su come innescare un processo di accoglienza dei profughi (un premio di 1 milione di euro a chi riuscirà a spiegare ai poveri cristi come me che cazzo significa).

Secondo me non ci stiamo rendendo conto che l’eredità finirà prima o poi, così come il culo di cui sopra. Anzi, penso che i conti siano già in rosso: in fondo la maggior parte del popolo è nauseato dal potere e quindi sta venendo meno il principio della democrazia, ovvero milioni di cittadini lontanissimi da chi prende le decisioni che condizioneranno inevitabilmente la nostra vita. Le colpe, poi, sono di entrambe le parti in causa: le nostre, troppo impegnati a combattere contro una vita di merda oppure a discutere in tivvù mentre le piazze (già prima del Covid) sono riservate agli aperitivi; dei politici, che una volta eletti si chiudono nelle loro stanze ed “io sono io mentre voi non siete un cazzo”.

Vi parlo della mia città, Atripalda. Anche qui la democrazia, per come l’abbiamo studiata fin dalle elementari, scricchiola e non poco. Cioè, in diversi processi decisionali fondamentali per la comunità non è stato coinvolto nessun cittadino. So che sembra populismo e forse lo è, ma dico io non è possibile fare un sondaggio e vedere cosa pensa la città su di un determinato fatto?

Non so se sono stato chiaro ma credo che siamo stati culati a nascere in un Paese dove almeno non ti ammazzano ma sono altrettanto consapevole che questa fortuna noi non la stiamo meritando (sicuramente meno rispetto a quegli esseri umani che disperatamente si aggrappano alle ruote di un aereo diretto verso Ovest).