Rimani, ancora qualche minuto, il tempo di credere che tutto stia già qui

Rimani, ancora qualche minuto, il tempo di credere che tutto stia già qui

Rimani ancora qualche minuto, il tempo di credere che tutto quello di cui abbiamo bisogno stia già qui. Se avremo sete, non mancheranno le birre rigorosamente indipendenti da logiche di mercato; se avremo fame, non mancheranno le nonne, che ancora non si sono estinte perché anche Dio ha capito che potremmo fare a meno persino dell’onestà, ma non di una nonna; se avremo voglia di camminare, non mancheranno i marciapiedi già calpestati dalle nostre suole sporche di speranze disattese; se avremo voglia di fare l’amore, non mancheranno donne ed uomini da amare almeno per qualche secondo.

E se a me non bastasse tutto ciò? Se io volessi qualcosa in più? Se io volessi fuggire da qui perché i miei sogni sono più grandi di un pettegolezzo di paese? Se io necessitassi di un cielo diverso perché il cielo visto da qui ha smesso di turbarmi l’anima persino in estate? E se desiderassi ascoltare canzoni altrove da qui, cosa mi risponderesti?

Io non lo so. Non ho le risposte adatte per convincerti che non fa niente se non incontri il lavoro giusto che potresti trovare in una città più meritocratica. E non ho ancora trovato nemmeno le parole giuste per convincerti che la felicità, in fondo, la si può trovare anche rinunciando a qualche legittima aspirazione personale. Per esempio, io rinuncerei ad un po’ di prestigio se semplicemente qui venissero garantite dignità e meritocrazia.

E lo farei perché a furia di rinunciare a cambiare le cose abbiamo smarrito noi stessi; perché, forse giusto in tempo, ho capito che senza la briscola davanti al bar non esisterebbe nemmeno la Gioconda; perché è giusto fare le esperienze altrove, ma è altrettanto giusto rimanere per proteggere la vita dei piccoli centri altrimenti morirebbe l’intero Paese. Mica per caso avete mai visto una specie progredire uccidendo quelli più in difficoltà?

Esistono motivi per restare laddove si è nati? E quali sono?

Esistono motivi per restare laddove si è nati? E quali sono?

Nonostante la digestione del cibo ingurgitato tra Pasqua e Pasquetta sia ancora difficoltosa, abbiamo deciso di ritornare in campo con una nuova tematica da affrontare nelle prossime settimane.

In questi giorni – in realtà in questi anni – spesso abbiamo discusso sui motivi per cui scappare dai piccoli centri in cui siamo nati. Tuttavia, non ci siamo quasi mai soffermati a riflettere su cosa potremmo fare per restare. Non siamo del tutto convinti, infatti, che le cause della fuga e gli eventuali motivi per restare coincidano.

E non siamo nemmeno convinti, infine, di aver fatto il massimo per creare nella nostra terra le condizioni ideali per fermarci – almeno fisicamente – laddove da piccoli giocavamo a pallone e sognavamo di diventare persone migliori.

Nelle prossime settimane, dunque, proveremo a mettere nero su bianco tutto quello che vorremmo affinché non andare via diventi una valida alternativa alla ormai “banale” fuga al Nord o addirittura all’estero.

Abbecedario di provincia: lettera U

Abbecedario di provincia: lettera U

Stavo scrivendo un pezzo sulla felicità e sul nuovo programma di Cattelan, poi ho letto un commento sui social e ho cambiato idea. Stavo scrollando la bacheca di facebook e mi è balzato all’occhio un post di un utente che si lamentava in maniera generica di non so cosa. Tra i commenti in vista, un tizio ha subito scritto “Chi ha sbagliato?”. E allora sarà stata pure la storia di Will Smith, un paio di episodi che mi sono accaduti nella vita, ma ho dato di matto.

Non ce la faccio più e so che sto sbagliando perché quando si scrive bisogna stare, almeno secondo me, con il cuore in pace, anche se addolorato ma sempre in pace. Però a questo giro non ce la faccio, perdonatemi.

Allora, chi ha sbagliato? Ma io non lo so porca puttana, stiamo tutti qui con le mani tremanti per la fretta di esporci subito sui social oppure per dire in piazza a Tizio e Caio “Eh, ma tu hai sbagliato”. Cazzo, prendiamoci 5 minuti per riflettere sulle situazioni, su una parola detta in un certo modo oppure su uno schiaffo sempre sbagliato ma a volte più forte delle nostre idee. Io mi sono rotto i coglioni di un’opinione da fast food e di percepire perennemente la voglia di superiorità morale che in molti stanno mettendo in mostra.

Non so se sia colpa dei social, dei tempi che viviamo, queste domande le lascio ai sociologi, io tuttavia credo che abbiamo smarrito la voglia di confrontarci, di ascoltare le ragioni altrui, di ammettere che siamo umani e che sbagliamo, a volte di culo possiamo anche comportarci bene (ma poi secondo chi?) ma in fondo siamo destinati ad inciampare almeno un bel po’.

Eppure, nonostante i nostri scazzi “sgarbati”, siamo sempre più pronti a puntare il dito contro gli altri ed allora io non ci sto capendo più nulla. Stiamo barattando il diritto ad essere “umani” per darci una pacca da soli sulla spalla e per una manciata di like su facebook.

E allora Will, anche se non ci conosciamo, semmai dovessimo prenderci un caffè, io ti direi che la violenza è sempre sbagliata e che è da animali reagire così. Però io una volta ho tirato un calcio ad un palo – e non ad una persona perché io prenderei schiaffi da tutti (non voglio essere ipocrita) – perché mi lasciò una ragazza. Ed un’altra volta spaccai una sedia perché non riuscivo a farmi capire da chi diceva di volermi bene.

Lo vedi quello che ti ha condannato? Trascorre ogni sera davanti ad un bar ed una volta l’ho visto inveire contro un bambino. E hai letto il post di quella ragazza? In un pomeriggio intero ha parlato male persino della sorella.

E quindi giustifichiamo tutto e tutti? Mettiamola così: no al Mostro di Firenze, sì a Will Smith. Del resto, i detti antichi hanno sempre sintetizzato al meglio l’essenza della vita, quindi “errare è umano, preservare è diabolico”. Non abbiate fretta di esprimere un’opinione, si tratta di una cosa seria e non di un apprezzamento su quel bellissimo ragazzo di Ryan Gosling.

P.S: La parola della settimana sceglietela voi, per me è “Umanità” (una delle sue migliaia di sfaccettature).

 

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

La guerra era bella soltanto quando me la raccontava mio nonno. Io, bambino, sulle sue gambe, mentre lui, con occhi e parole, tratteggiava uomini cattivi e cieli colorati di morte e fuoco. Provavo paura, ansia, ma soprattutto la serenità di conoscere già l’esito più importante: ovvero lui lì con me. E mi viene da sorridere ripensando, a questo proposito, uno dei suoi detti più riusciti: “Finché le racconti, le cose, significa che tutto va bene”.

Ora, ed è da egoisti, mi sento smarrito, terrorizzato da una storia di sangue e di merda che non so se potrò raccontare a chi vorrà ascoltarmi. Sono tante le domande che frequentano la mia testa: a cosa servono migliaia di bombe nucleari quando ne sono sufficiente un paio per cancellare l’umanità? Perché gli interessi di poco devono invitare milioni di persone alla morte certa? Come mai ho una sensazione sempre più netta sul fallimento del genere umano?

Più di qualcuno mi dirà che si tratta di capire, che si tratta di vicende assai più complesse. Io, però, non sono d’accordo. Per me, quelle persone che siamo stati, siamo e saremo anche noi, devono soffrire soltanto a causa delle buste della spesa pesanti, che ti lasciano un segno sulla pelle peggio degli amori finiti, oppure perché i testi di Diritto Privato sono scritti da un alieno capitato sulla Terra per sbaglio. E visto che sono cattivo, si può provare dolore persino a causa di un lavoro sempre troppo precario.

Mai, però, bisogna avere paura per colpa di pochi coglioni che stanno lì a discutere di confini, missili, negoziati. È molto complicato comprendere che i loro interessi ed i nostri sono due rette parallele che non si incontreranno mai? Che lui, noi, tu, vogliamo “soltanto” vivere tutti i giorni per provare a capirci qualcosa di piccole cose come la felicità, l’amore e stronzate simili?

Tuttavia, so che si tratta soltanto di parole scritte dall’ennesimo coglione che, mentre scuote la testa, ha la quasi certezza che ci estingueremo per colpa nostra ed è forse meglio così.

 

 

I conflitti, quelli che suscitano paura e quelli che ti fanno crescere

I conflitti, quelli che suscitano paura e quelli che ti fanno crescere

Il conflitto ucraino, come qualsiasi stupida guerra, arricchisce pochi e impoverisce i poveri cristi come noi, già messi a dura prova prima dall’eterna crisi economica ed in ultimo dalla pandemia. Le immagini che ci giungono dall’Ucraina, a due passi da noi, sono drammatiche, da chiudere gli occhi talmente dal dolore oppure da aprirli ancora di più per comprendere meglio lo schifo che.

I conflitti, però e per fortuna, non sono però soltanto quelli vigliaccamente bellici. Ognuno di noi, ad esempio, vive i conflitti interiori, che un po’ ti spaventano ma che ti fanno crescere. Insomma, abbiamo pensato che dietro al concetto di “conflitto” esiste un universo tutto da scoprire e lo sappiamo che farà male, però ci risolleva il cuore pensando che al di là delle nubi qualcosa di buono arriverà.

Nelle prossime settimane, quindi, proveremo a scovare le parole più giuste, i pensieri che vi e ci faranno sentire meno soli in questi mesi intrisi di odio ed anime cattive.

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore