Note cartonate

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Ci vorrebbero le canzoni delicate a cantare le donne, quelle che con gli occhi chiusi sogni mentre se li apri per un attimo ti accorgi che il mondo può essere anche fiorito all’improvviso.

Tuttavia, in questi tempi il gentil sesso è un peso, come quei pezzi di denuncia sociale che tutti acclamano, ma che nessuno ha il coraggio di urlare a gran voce. La verità è che le donne fanno paura, in quanto dotate di un “problem solving” che noi uomini possiamo solo invidiare. Hanno un’anima nobile. Una donna imbrunita dagli anni, avrà sempre una sensibilità delicata ed un candore eterno, come eterni sono i loro profumi.

La canzone di oggi: “Gesù Cristo sono io” di Levante.

Questo pezzo parla di violenza sulle donne a tutto tondo e credo sia un brano che rispecchi a pieno il mio pensiero. Il maschilismo è una forma di violenza, che mette nudo la fragilità e la presunzione di chi ne è carnefice. A questo proposito, vorrei accendere l’attenzione anche su di un fenomeno che la società a volte “dimentica”: la violenza sugli uomini; fenomeno sempre troppo stigmatizzato, tuttavia attuale e reale.

Dedico, quindi, queste strofe ad entrambi i sessi e spero che noi uomini possiamo davvero cogliere il meglio dalle donne e dalla loro grande forza di volontà e spero che le donne possano davvero capire che anche noi uomini siamo essere speciali e che le persone violente sono solo esseri che non sanno chiedere aiuto.

“…confessa che sei il demonio nella testa/ Che mi trascina sempre giù/ Confessa/ Che il paradiso non mi spetta/ Che non mi sono genufless*/ Che non mi sono genufless*/ Che da te risorgo anch’io…”

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Oggi parliamo di minoranze, siano sociali, economiche e politiche.

Far parte di una minoranza non è sempre un accostamento negativo, infatti, nell’ambito musicale essere come pochi è spesso sinonimo di qualità e di particolarità. Non a caso l’artista che ho deciso di esaminare ha basato la propria carriera sulla diversità. Nel corso della sua lunga e prolifica carriera è stato estimatore della sperimentazione ed un capostipite della nuova musica pop italiana.

Il ballo del potere non è tra i pezzi più celebri di Franco Battiato, tuttavia porta con sé numerose chiavi di lettura. Sicuramente quella più evidente è il disprezzo che l’autore siciliano canta nei confronti dell’egemonia culturale occidentale e la violenza che la stessa compie ai danni di Paesi Meno sviluppati, i quali non vivo di ipocrisia e di false sacralità.

Lo stesso concetto lo potremmo portare nelle nostre realtà, dove troppo spesso chi vive nelle periferie è relegato ai margini della socialità ed è spesso dimenticato dallo Stato, non a caso tanti sono i balli del potere, balli che inscenano una deresponsabilizzazione cosciente.

«Ti muovi sulla destra, poi sulla sinistra
Resti immobile sul centro
Provi a fare un giro su te stesso, un giro su te stesso»

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«Come sarebbe il mondo, se potessi scegliere?»
Oggi parliamo del nostro punto di vista inerente al nostro Paese ,sia esso politico o sociale.
L’Italia somiglia ad una canzone che non è perfettamente a tempo, tuttavia riesce comunque ad emozionare le persone.
Vorrei avessimo più tempo da dedicare alle diseguaglianze, quelle vere, quelle oggettive.
Vorrei ci fosse una possibilità per tutti, di potere realizzare i propri sogni e vedere incoronati i propri diritti.
Vorrei fossimo tutti uguali, che sia io di Atripalda o di Milano.
A tal proposito oggi vi propongo un pezzo profondo di Luciano Ligabue, ovvero “Buonanotte all’Italia “.
Il Liga in questo pezzo ci parla del contraddittorio che vive nel nostro Paese da sempre.
La sua sconfinata bellezza viaggia di pari passo con la corruzione, la criminalità e l’emarginazione delle classi sociali meno abbienti; il tutto condito da una mala politica che ci asfissia da anni.
«Buonanotte all’ Italia che si fa o si muore
O si passa la notte a volersela fare»

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Oggi parliamo di coraggio: questo può assumere varie sfaccettature, a seconda del luogo in cui si vive ed a seconda della situazione familiare.
Il coraggio è un ritornello scanzonato, orecchiabile, anche fruibile a tutti e che inonda le nostre viscere, improvvisamente, senza una spiegazione razionale.
Il coraggio, molto spesso, è un prodotto della paura. Ci spinge a difenderci e a reagire contro le depressioni e altri mali che molto spesso sono tipici delle nostre realtà.
A tal proposito oggi analizziamo un brano di Fabrizio Moro, ovvero “Il peggio è passato”, tratto dall’album “Ancora Barabba” del 2010.
In questo brano si parla di coraggio a sfondo sociale e politico. Lo si fa raccontando a pieni polmoni la triste realtà che ci porta a considerare il nostro Belpaese una sorta di bancarella traballante, che si fonda su pilastri di omertà.
«Ma che rivoluzione che tutti qui vorrebbero, ma nessuno ha mai il coraggio di prendere il bastone e darlo in bocca a chi ci vende le illusioni»

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Oggi parliamo di emarginazione, una parola mai sola, al dispetto della condizione che interessa chi ne è colpito, ma che semanticamente può essere seguita da termini come allontanamento, alienazione. Sono questi i rimandi che la nostra immaginazione ci consegna ogni qual volta in cui ci troviamo a dover ragionare di marginalità.

Ma che cos’è l’emarginazione? Essere emarginati è molto più che una condizione sociale, spesso diventa una condanna esistenziale che ci accompagna in ogni sfera della vita, finanche a quella individuale.

Nella musica la possiamo immaginare come una nota; può essere studiata, ricercata e se collocata nel giusto contesto può assumere un valore ben preciso, ma al tempo stesso, rischia sempre di divenire prima di senso, addirittura stonata. Questa condizione è spesso frutto di una certa superficialità con cui si tende a definire, semplificare qualsiasi cosa che non ci torna a genio. L’emarginazione è spesso frutto di un giudizio, superficiale per l’appunto, che ha in esso la pretesa di sapere cosa è il giusto e cosa è sbagliato.

Non si può parlare di emarginati e di esclusi senza parlare di Fabrizio De André e a tal proposito prendiamo in esame un pezzo storico, “Via del campo”. Una canzone piena di vita. Una canzone, come molte del cantautore genovese, in cui gli ultimi, gli esclusi diventano i protagonisti. Con le sue canzoni De André, anche in quelle più drammatiche, riesce a darci sempre un punto di svolta, improvviso e inaspettato e così Via del Campo diviene, serbatoio di vita, di rinascita, addirittura di riscossa.

Dove l’emarginazione è grande, la voglia di rinascere sarà ancor più grande.

Dopotutto…

«Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior»