W il politicamente corretto! Abbasso il politicamente corretto!

W il politicamente corretto! Abbasso il politicamente corretto!

Negli ultimi tempi sui social e al di fuori di essi si è parlato e discusso spesso del pensiero dietro al politicamente corretto, se sia giusto o meno e se questo concetto ci porti ad una sorta di censura. Non è una questione di giusto o sbagliato ma semplicemente bisogna considerare diversi fattori e i contesti in cui si vuole applicare e discutere; il politicamente corretto inizia ad essere simile al concetto di normalità, ovvero non esiste come pensiero condivisibile da tutti. Perché paragono la normalità al politicamente corretto? Navigando tra i social e confrontandomi con altre persone, mi sono reso conto che non esiste un concetto unico e accettato da tutti di politically correct!
Negli ultimi anni è stato possibile osservare diversi casi in cui questo concetto è stato applicato e come il pubblico ha reagito a queste decisioni. Però bisogna precisare un aspetto che spesso viene dimenticato: il politicamente corretto è nato prima come movimento ideologico delle università americane che proponeva la riduzione di termini offensivi nei confronti delle minoranze ed oggi si è evoluto in un processo inclusivo, sia a livello lessicale che in opere e prodotti culturali.



LUI, LEI, LORO


La base del politicamente corretto è l’inclusività di quelle categorie di persone che normalmente non vengono considerate, escluse ed emarginate. Fin qui il discorso regge ed è ciò che dovrebbe diventare normale, cioè accettare il prossimo e il diverso. Ma la situazione cambia nel momento in cui l’inclusività diventa obbligatoria per determinate situazioni, che cercherò di spiegare più avanti. Rimaniamo per un attimo nella sfera sociale prima di trasferirci in quella della mediologia.
Per me è importante separare e definire al meglio questi due aspetti del politicamente corretto, poiché è facile perdersi ed essere fraintesi.
Sono per l’inclusività sociale, per non lasciare nessun individuo privo di diritti e per il rispetto verso il prossimo; mi è capitato di parlare con diversi interlocutori dell’utilizzo dei pronomi, per esempio, e ho notato come una questione così “semplice” non sia presa seriamente. Elliot Page qualche mese fa ha fatto coming out definendosi un transgender, non-binario e di preferire lui/loro come suoi pronomi e nonostante questa sua decisione è possibile ancora leggere persone che lo chiamano con il suo deadname, il nome che la persona aveva alla nascita, Ellen Page; questa questione fa parte del politicamente corretto e dell’inclusività? Sì. Ora l’evento riguarda un attore, un personaggio famoso che con questo suo coming out ha portato all’attenzione la maggior parte dei media ad affrontare questo argomento ma prima di questo evento, almeno per me, era difficile reperire informazioni su un qualcosa di così delicato e importante.

BIANCO, NERO E GIALLO

Il politicamente corretto non va ad influenzare solamente la sfera sociale ma viene applicato anche nei prodotti ed eventi culturali; in questo caso l’argomento va trattato con i guanti poiché è un campo minato e basta poco per creare una polemica che va a fare solamente danno al tutto. L’anno scorso nacque una discussione riguardante  Via col vento, in cui si affermava che il film mostrava contenuti razzisti e in base a questa situazione la compagnia HBO decise di rimuoverlo momentaneamente  dai suoi cataloghi per poi reinserirlo con un disclaimer esplicativo del contesto storico che la pellicola mostrava e distanziandosi da qualsiasi riferimento razzista. In questo caso il politicamente corretto, per me, è stato utilizzato in modo sconsiderato poiché la pellicola riprende momenti storici realmente accaduti e che si spera non si ripetano nel futuro, inoltre va ricordato che l’attrice afroamericana Hattie McDaniel è stata la prima a vincere l’Oscar. Il caso di Via col vento non è stato l’unico, ci sono stati altri eventi, prodotti culturale e decisioni che hanno fatto storcere il naso, come per esempio la decisione di far doppiare determinati personaggi ad attori e doppiatori che rispecchino il genere e la nazionalità.
Un pensiero su questa situazione va fatto per la scelta di far interpretare il personaggio storico di Anna Bolena all’attrice di colore Jodie Turner Smith, creando una situazione controversa. Da un lato ci sta la decisione e la volontà di far doppiare personaggi di fantasia solo ad attori ed attrici che rispecchino il genere e dall’altro la scelta di forzare qualcosa che non rispecchi eventi storici. Decisioni come queste portano l’argomento del politicamente corretto ad essere visto come una sorta di bavaglio mediatico, dove le persone iniziano ad autocensurarsi per non creare problemi e non trovarsi in situazioni da cui è difficile poi uscirne; quando si parla di personaggi di fantasia e la scelta di far interpretare il ruolo ad attori “diversi” dall’origine, non ne vedo il problema poiché parliamo di prodotti culturali.

W LA DIVERSITÀ!

Tutta questa situazione mi fa pensare, in conclusione, alla serie Community dove il direttore del college di Greendale cerca di creare una mascotte perfetta, in modo tale da non offendere nessuno. Ciò che esce dalla mente del simpaticissimo Craig Pelton risulterà essere grottesco : una figura umana non definita. Ma almeno l’obiettivo di essere politicamente corretto il direttore di Greendale lo ha raggiunto!

Gli insuperabili X-Men

Gli insuperabili X-Men

Quando si è bambini, spesso e volentieri non comprendiamo ciò che ci circonda o ciò che vediamo in televisione. Da piccolo guardavo molti cartoni animati (anche oggi che sono adulto eh!) e tra questi ricordo gli Insuperabili X-Men, un gruppo di supereroi dotati di poteri fin dalla nascita e che appartenevano alla Marvel. La casa delle idee attraverso i suoi media ha sempre cercato bene o male di riportare un riflesso della società in cui viviamo; nel 2012 la Marvel annunciò il primo matrimonio gay sulle pagine del fumetto degli X-Men ed era il primo passo verso una maggiore inclusività nel panorama supereroistico. Ma cosa collega gli x-men con la tematica di questa settimana? Nonostante tra di loro ci siano dei supereroi, la razza mutante è vista con sospetto e paura. Nel mondo Marvel l’homo sapiens superior è una minoranza rispetto al resto della società, nonostante sia possibile trovare persone di qualsiasi appartenenza culturale, di genere o nazionalità; crea un paradosso che in un gruppo così omogeneo si possa parlare di minoranza.
La società ideata dalla Marvel porta la figura di Magneto da antagonista ad antieroe, in una crociata mutante dove l’unico pensiero è quello di essere accettati; una figura oppressa e liberatrice, il signore del magnetismo in più occasioni nelle avventure degli x-men dimostra che non ha interessi solo gli homo sapiens superior ma per gli esseri umani in generale. Diventa un simbolo di lotta e libertà contro gli oppressori, figure ed organizzazioni che inquinano i media e portando i mutanti ad essere demonizzati.
Quando ero bambino i concetti di maggioranza e minoranza in una società non sapevo neanche cosa indicassero e a distanza di anni rivedere e rileggere le avventure degli X-Men sotto questa nuova lettura un po’ ti sorprende; come detto in precedenza all’interno della razza mutante ci sono supereroi ma anche super cattivi, seguendo una logica di lotta tra bene o male ma con una differenza sostanziale dalla concezione filosofica a cui siamo abituati: in questo caso i cattivi di turno non fanno altro che cercare di difendere i propri simili, oltre che ambire ad una parità di diritti. Uno tra i tanti antagonisti di Wolverine&Co. è il signore del magnetismo, Magneto.
IL SIGNORE DEL MAGNETISMO
Oltre ai fumetti e la serie animata, gli x-men approdano sul grande schermo negli anni 2000 e introducono così la razza mutante al mondo cinematografico. Nel film il principale antagonista è Magneto, con lo scopo di trasformare gli homo sapiens in una sorta di homo sapiens superior come definisce se stesso e la sua razza il signore del magnetismo.
Ma Erik Magnus Lehnsherr non è solo l’antagonista della storia ma riesce ad essere  anche il simbolo dell’oppressione, poiché il suo principale obiettivo non è quello di trasformare gli esseri umani normali in qualcosa di superiore ma di far comprendere il senso di oppressione, discriminazione ed odio che sono costretti a provare ogni giorno. Spesso le minoranze che si trovano in una società diversa dal loro luogo di origine, costretti a scappare da una guerra per esempio si ritrovano in una nazione che non li accetta e che li emargina.
Ma questo purtroppo non avviene solo con popolazioni culturalmente diverse da noi, anche se oggi con la velocità di comunicazione dovuta grazie ad Internet sarebbe possibile conoscere l’altro ed iniziare ad abbattere concetti come maggioranza e minoranza; Magneto in ogni media prodotto dalla Marvel cerca di abbattere il muro del pregiudizio, la sensazione di paura con ogni modo possibile e creare una parità di diritti tra gli homo sapiens e i mutanti.
Una particolarità che contraddistingue il personaggio di Magneto è la sua origine: nato ebreo durante il periodo nazista ed imprigionato ad Auschwitz. Questa informazione rende ancora più interessante il personaggio, essendo stato oppresso fin dalla nascita si può comprendere il desiderio di stabilire una sorta di uguaglianza tra umani e mutanti



ESSERE MINORANZA
Quello che gli x-men rappresentano è l’inclusività in una società ancora troppo lontana dal comprendere al 100% l’uguaglianza tra diritti, in fin dei conti all’interno del gruppo di Charles Xavier e Magneto incontriamo qualsiasi tipo di persona. Ma non rappresentano solo l’inclusività, rappresentano il diverso e la paura per esso, la speranza di poter guardare negli occhi l’altro e poter dire “siamo uguali, il sogno di un futuro radioso. Nonostante Magneto usi metodi da terrorista, riesce in qualche modo a portare l’attenzione dei media su ciò che significa realmente essere minoranza e la Marvel attraverso di loro cerca di preparare il terreno verso l’accettazione del diverso alle future generazioni. Ovviamente un fumetto, un film o una serie tv non possono portare al totale cambiamento di pensiero o di eliminare delle situazioni di discriminazione ed emarginazione ma possono essere un piccolo supporto per chi realmente vuole fare qualcosa a cambiare la realtà che ci circonda.
W gli insuperabili X-Men!

 

 

Doctor Who?

Doctor Who?

Oggi nell’articolo che state leggendo, non troverete film o serie tv, non avrete modo di confrontare la realtà con i media che ci circondano insieme a me come abbiamo sempre fatto anzi in queste righe l’unico riferimento che leggerete sarà il titolo.
Poiché parlare di recovery plan nella mediologia, nei fumetti o nei film non è tanto difficile o complesso ma è un argomento che oggi voglio trattare in modo diverso, da un punto di vista di qualcuno che ha dovuto in qualche maniera abbandonare questa strada, quel percorso fatto di studi e ricerche, di collaborazioni e che è stato costretto dalla sua stessa città ad abbandonarla e trovare altrove una sicurezza economica.

Il PNRR
Il 24 Aprile è stato approvato il testo del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e con esso sono state approvate 6 missioni. Ciò che mi viene da pensare e mi preoccupa maggiormente è il fatto che se non ci fosse stata una situazione particolare come questa pandemia mondiale, nessun piano nazionale e nessuna missione di ripresa sarebbe stata proposta e varata; grazie ai vari governi che abbiamo avuto negli anni precedenti, con i loro tagli e le loro non preoccupazioni per il futuro, ci ritroviamo oggi in una situazione che definirla critica sembra quasi una barzelletta.
Leggendo le varie missioni che questo ennesimo governo propone, è possibile leggere “l’istruzione, formazione, ricerca e cultura” e solo l’anno scorso l’Unione Europea ha tagliato la ricerca per 39 miliardi e con questo avvenimento recente i dubbi sono più che legittimi.

Il futuro della ricerca

Oltre alla ricerca anche altri ambiti hanno subito dei tagli, come la scuola ma oltre a questa piaga quasi solo italiana bisogna tener conto che nel 2019 secondo una ricerca sul territorio su 13.029 assegnisti solo il 9.5% troverà una collocazione a tempo indeterminato, numeri che preoccupano e situazioni che dovrebbero andare a migliorare ma che invece vanno a peggiorare. Quando finì il percorso di studi della laurea magistrale, avevo intenzione di fare richiesta per il dottorato nella stessa facoltà in cui mi ero laureato ma per una combinazione di eventi e situazioni decisi di non provarci più. Passava il tempo e il desiderio di iniziare una carriera accademica svaniva pian piano, sia perché nei 30 anni vieni quasi considerato vecchio all’interno del mondo accademico e lavorativo e sia perché la necessità di trovare qualcosa di concreto diventava un pensiero sempre più pressante.
Sarebbe bello poter viaggiare tra lo spazio, il tempo e ogni luogo con il T.A.R.D.I.S come fa il millenario Dottore della BBC ma la realtà ci ancora ad impegni, situazioni e ci insegna che magari i sogni devono rimanere chiusi nel cassetto.
Con la speranza che un giorno il viaggiare ci porti in luoghi lontani, che ci permetta di conoscere culture e usanze diverse e che la ricerca di un futuro migliore si realizzi.

Coraggio cartaceo

Coraggio cartaceo

Quando si parla di coraggio il primo personaggio che mi viene in mente, è il Leone codardo, figura emblematica che possiamo trovare nel romanzo Il meraviglioso mago di Oz, di L. Frank Baum e accompagna la giovane Dorothy nel suo viaggio verso la Città di Smeraldo, insieme all’Uomo di Latta e lo Spaventapasseri per incontrare il Mago di Oz. Nonostante la sua codardia non si tira mai indietro davanti al pericolo e pur di cambiare e diventare coraggioso, decide di imbarcarsi in un viaggio verso l’ignoto e questa è una condizione in cui spesso ci ritroviamo : affrontare il futuro ignoto.
Costantemente, che sia una cosa volontaria o involontaria, dimostriamo atti di coraggio non indifferenti e proprio come il leone della storia cambiamo la nostra persona e la nostra vita. Di personaggi che impersonano o ricordano il coraggio, nei media ne esistono a migliaia ma oggi su queste righe vi parlerò di due graphic novel di recente lettura che mi hanno colpito: Pelle d’uomo e PTSD.

Post Traumatic Stress Disorder

Nonostante l’autore Guillaume Singelin nel suo fumetto descriva la situazione di vita in cui si ritrovano i veterani una volta ritornati dalla guerra. La protagonista di questo fumetto è Jun, una ex veterana che ritornata dalla guerra ha perso tutto e per questo motivo tende ad essere riluttante verso il prossimo; tutta la graphic novel è ambientata in un non specificato paese asiatico, dove i veterani sono considerati dei relitti umani e abbandonati a loro stessi. Jun nonostante sia anche lei una veterana è allontanata da tutti e lei è felice di questa condizione, non dovendo dipendere da altri e fuggendo dai fantasmi del passato. Ma la sua vita inizia a cambiare lentamente da quando incontra Leona e Bao prima e poi l’anziano Grey con il cane Red; questi personaggi con le loro esperienze creano in Jun un cambiamento, un piccolo processo che inizierà a far accettare alla protagonista i proprio fantasmi del passato per un futuro migliore. Ma dove sta il coraggio in tutto questo? Mentre l’intera città disprezza e allontana Jun o gli altri veterani perché visti come una minaccia alla pace, Leona con suo figlio Bao decide di aiutare prima la protagonista e poi gli altri ex-soldati a sopravvivere. Il coraggio di aiutare il prossimo, senza pensare ad un tornaconto personale e sprezzante del pericolo la giovane Leona si accompagna con il figlioletto nei bassifondi della città dove sa di essere utile e si prodiga ad aiutare il prossimo nonostante sia in corso una guerra tra bande di spacciatori per il controllo del territorio. Oggi incontrare persone del genere risulta sempre più difficile, abituati a crescere in una società che ci insegna a competere e “ribellarsi” a quest’idea che ci viene inculcata fin da piccoli è un atto di grande coraggio e non indifferente; aiutare il prossimo senza un tornaconto, immaginate come sarebbe bella la nostra società? Eppure preferiamo girare il volto, preferiamo continuare quelle battaglie tra poveri che ci distraggono e che ci portano a diffidare del prossimo ma magari un giorno tutto questo cambierà.
Per me aiutare il prossimo o accettare l’aiuto di qualcuno li considero come atti di grande coraggio. In una società che ci divide e mette l’uno contro l’altro, queste sono quelle attenzioni che desideriamo dare e ricevere in fin dei conti.

Pelle d’uomo e cuore di donna
Dai ricordi della guerra in Asia ci trasferiamo in Italia con Pelle d’uomo di Hubert. L’autore francese è prematuramente scomparso l’anno scorso, ha scritto capolavori come Piccolo e Mezzo Sangue entrambi della saga Gli Orchi – Dei in cui ci catapulta in un mondo fantasy in cui l’uomo è sottoposto completamente a delle creature mastodontiche, viste come divinità. A differenza della saga che mi ha fatto conoscere ed apprezzare Hubert, Pelle d’uomo non è un semplice fantasy; è un ritratto di una società rinascimentale italiana dove la protagonista è una giovane ragazza, Bianca, che è la promessa sposa di un uomo di cui non conosce nulla, Giovanni. La protagonista di questa storia però non accetta le imposizioni di una società patriarcale, dove il matrimonio non è organizzato per amore ma per contrattazione e un periodo storico dove la donna non aveva alcun potere o importanza; Bianca però ha la fortuna di poter “vivere” un’esperienza diversa poiché nella sua famiglia le donne si tramandano una pelle d’uomo e incuriosita decide di indossarla e in modo tale da avvicinarsi al suo futuro sposo e conoscerlo meglio. La protagonista con questa sua curiosità decide di inoltrarsi in un mondo a lei sconosciuto, oltre ad avere desiderio di cambiare la società in cui vive; Bianca è il prototipo della femminista poiché con il suo pensiero e il suo impegno vuole che uomini e donne siano trattati in modo equo senza distinzioni di genere, un desiderio che porta la ragazza a compiere una rivoluzione anche se lo fa attraverso una pelle diversa. Inizialmente mossa da un sentimento d’amore e pian piano dalla voglia di cambiare le cose, la ragazza si rende conto di come la donna e gli uomini stessi si ritrovano a vivere in una società che non permette all’individuo di essere se stesso; nei panni di Lorenzo, il suo alter ego, riesce a vedere un mondo dove l’uomo è libero di essere se stesso, senza nessun pregiudizio sul proprio orientamento. Dal rinascimento italiano ad oggi sono passati diversi secoli, qualcosa è cambiato ma di lavoro ci sta ancora molto da fare; dalla parità tra uomo e donna in ogni ambito alla libertà di non nascondere la propria identità in una società che dovrebbe essere “tollerante” ma che ancor oggi non è così. Insieme bisogna che le cose inizino a cambiare e per fare ciò non dobbiamo girarci dall’altra parte pensando che in fin dei conti queste lotte non ci interessano, perché un giorno potremmo ritrovarci in una situazione in cui i discriminati siamo noi.

La copertina di “Pelle d’uomo” di Hubert

Da emarginato ad eroe

Da emarginato ad eroe

La parola emarginare deriva dal francese émarger ed in genere è utilizzata per indicare una persona, gruppo o comportamento non accettato dalla società. Tutti ,chi più e chi meno, si è ritrovato in questa situazione o ha visto qualcuno che veniva emarginato. E la parte che più spaventa è la quasi totale accettazione di questa condizione. Siamo quasi abituati a rimanere tra le nostre mura mentali ed ignorare ciò che ci circonda che accettiamo e andiamo avanti o aspettiamo che siano altri a risolvere la situazione.
Anche nei prodotti culturali, come il cinema o le graphic novel, viene vista come una tematica spinosa e spesso è possibile vedere l’evoluzione che compie il protagonista da emarginato ad eroe; di film, fumetti, videogiochi o serie siamo pieni e spesso l’emarginazione è l’inizio della storia. Di seguito vi parlerò di 47 Ronin e di I Kill Giants,e di come il concetto e la prospettiva sull’argomento possa cambiare a seconda della situazione del protagonista o della protagonista

La locandina del film 47 Ronin con Keanu Reeves

Questione di onore ed emarginazione

Nel 2013 nelle sale cinematografiche usciva il film 47 Ronin di Carl Rinsch e con Keanu Reeves. Visto qualche giorno fa su Netflix, il film è ambientato in Giappone durante lo shogunato di Tokugawa Tsunayoshi e precisamente nel dominio di Akō e ci viene mostrato come il governo dell’epoca e le tradizioni fossero dei pilastri della società giapponese. Nella pellicola l’attore Keanu Reeves interpreta un giovane emarginato di nome Kai e la motivazione dietro questa situazione la notiamo dalle sue origini: non è un giapponese puro sangue ma mezzo giapponese e mezzo inglese. Per l’epoca (ma anche oggi per alcuni individui) il non essere un “purosangue” era un motivo più che valido per non accettare la sua presenza e come si denota nel film, la situazione di Kai lo portava ad essere una figura molto servizievole nei confronti dei giapponesi. Questo aspetto del carattere di Kai era dovuto anche alla gentilezza che il daimyō Asano Naganori gli ha mostrato in tenera età. L’onore è una caratteristica che nella società giapponese viene considerata importante, figlio di una serie di tradizioni che arrivano dall’unificazione del Giappone e dallo shogunato di Tokugawa Ieyasu; una tradizione che oggi si è persa però è la figura del samurai, i membri della casta militare del Giappone feudale e i quali prestavano fedeltà ai daimyō; il film qui citato oltre a mostrarci come essere figli di una relazione “non pura” portava ad una vita di emarginazione, ci descrive anche la situazione in cui i samurai non erano riconosciuti più come tali ed erano costretti a vivere come ronin. Per un samurai diventare ronin indicava due situazioni : la morte del daimyō o aver perso la fiducia di quest’ultimo.
Nel film Kai riesce a passare dallo stato di emarginato di corte ad eroe proprio per la decadenza del titolo di samurai che colpisce Kuranosuke Oishi e i suoi uomini dopo che il daimyō Asano è costretto a fare seppuku. Durante il periodo Edo il seppuku fu riconosciuto come un rituale del suicidio che portava a lasciare intatto l’onore del samurai che lo praticava.
L’onore anche dopo la morte verso il proprio signore porta Oishi e gli altri Ronin ad accettare la presenza di Kai, la stessa figura che in passato hanno rinnegato ed emarginato. 
E l’onore è il motore che porta ad evolvere tutta la trama del film, portando un emarginato a diventare samurai ed entrare nella tradizione del paese.

Kai firma l’accordo con gli altri ronin, elevandolo dallo stato di emarginato

A caccia di giganti

Cambiamo epoca e nazione. Il film a differenza di 47 Ronin non viene distribuito al cinema ma viene rilasciato sulla piattaforma di streaming Netflix. Ci troviamo negli Stati Uniti e la protagonista di questo film, tratto dal fumetto I Kill Giants di Joe Kellyè una bambina di nome Barbara. Non ha amici e si estranea dalla realtà giocando a D&D e immaginando di uccidere giganti nella foresta della cittadina, ergendosi a paladina della propria città. Per questo suo modo di vivere, viene emarginata a scuola e tutti gli studenti la definiscono strana; ma il suo estraniarsi dalla realtà, fuggire in reami lontani con la fantasia non sono altro che degli strumenti di difesa che utilizza per proteggersi da altre realtà: la famiglia. No, nessun problema di violenza domestica o simili ma dei problemi gravi che la portano ad accettare il suo stato di emarginata e ad alienarsi alla sua età, evitando qualsiasi tipo di relazione sociale. I giganti che lei dice di abbattere ed affrontare, sono quei problemi o quelle situazioni scomode che tutti noi magari affrontiamo quotidianamente e che cerchiamo di nascondere sotto al tappeto, aspettando che si risolvano; mentre noi, volontariamente o no, nascondiamo e fingiamo che questi giganti non esistano la piccola Barbara è pronta ad affrontarli e sacrificarsi, per i suoi affetti e i suoi ricordi. Armata del suo martello Coveleski, chiamato in onore del giocatore di baseball, non perde mai il coraggio di affrontare un gigante in battaglia e dimostra di essere all’altezza per situazioni e sfide che chiunque altro non saprebbe affrontare.
I Kill Giants è prima una storia  e poi un insegnamento che dovrebbe mostrarci come non giudicare gli altri, senza sapere le storie o le situazioni che vivono ma che purtroppo ci risulta difficile seguire. I giganti esistono e solo noi possiamo fare qualcosa per sconfiggerli, trovando il coraggio per affrontare le nostre più grandi paure o fronteggiando quelle situazioni inevitabili che ci portano ad allontanarci da chi in fin dei conti ci vuole bene.

La copertina del fumetto di Joe Kelly

Il tempo passa e il problema resta

Dal Giappone feudale ad oggi, il problema dell’emarginazione resta. In passato la motivazione poteva nascere dalla paura per il diverso e per l’ignoto, per quelle culture o popolazioni che si conoscevano attraverso i racconti dei mercanti come per esempio il pensiero che i gatti neri portino sfortuna ma questa credenza ha origine durante il periodo delle crociate e all’epoca avvistare un gatto nero indicava la presenza di saraceni in zona; oggi viviamo nella stessa situazione nonostante gli strumenti per la comunicazione e la conoscenza dell’altro siano migliorate, basti pensare come le immagini di profughi siano sommersi di commenti quasi increduli, come se scappare dalla guerra non sia una motivazione valida per sopravvivere ma sia una certezza per emarginare. L’emarginazione può colpire tutti, non importa dove sei nato, come sei cresciuto, cosa hai studiato o come ti identifichi; oggi molti combattono questo problema con la speranza di lasciare un futuro più radioso, in cui nessuno possa avere paura di esporsi. Nel nostro paese c’è chi sta operando perché determinate situazioni, atteggiamenti non si ripetano; si ha sempre più bisogno di leggi contro l’omotransfobia, contro la discriminazione, contro il diverso. Oggi siamo tutti emarginati e dobbiamo lottare insieme per migliorarci, per creare una società in cui la paura sia solo un ricordo.