Il lavoro (agile) ai tempi del Coronavirus

Il lavoro (agile) ai tempi del Coronavirus

Ripensare a quelli che sono stati i mesi precedenti è un processo complesso e molto articolato, in breve tempo abbiamo dovuto fare i conti con numerosi stravolgimenti a cui eravamo totalmente impreparati, tra questi forse quello che più ci ha stupito è stato l’entrata in scena dello smart working. Per settimane parte del dibattito mediatico è stato spesso occupato da questo “nuovo” aspetto del mondo lavorativo, ma quello che ai molti è sembrato un vero e proprio attore irruento, in realtà è riconosciuto e “regolamentato” dal 2017 al seguito del Job’s Act.

Certo, è entrato a far parte della nostra quotidianità solo nei mesi scorsi, ma sono bastati a creare due platee distinte e separate: da un lato coloro che vedevano nel lavoro agile la responsabilizzazione del dipendente, la conquista di maggiori libertà di azioni e di tempi, dall’altra parte invece chi vedeva la perdita di ulteriori diritti a causa delle numerose zone d’ombra che si sarebbero create. Mentirei se dicessi di essere un seguace convinto dello smart working, anche alla luce dell’esperienza maturata in questi mesi. Ma credo che sia doveroso procedere con ordine e raccontare quello che è stato il mio rapporto con il lavoro agile.

Come spesso accade i cambiamenti del mondo del lavoro si sovrappongono totalmente (o quasi) ai cambiamenti sociali in cui ci ritroviamo a vivere e anche questo caso non ha fatto eccezione; infatti si è potuto assistere a una graduale trasformazione del modo di intendere e considerare il lavoro man mano che la situazione dei contagi si evolveva. Così dopo settimane di notizie allarmanti, il 10 marzo ci siamo ritrovati in ufficio per discutere di possibili e probabili mosse da intraprendere in caso di una chiusura totale delle città. Quella che potrebbe sembrare una decisione paranoica, nasceva in realtà da quello che chiunque poteva ascoltare al telegiornale, infatti nei giorni precedenti l’Italia settentrionale era stata interessata da notevoli restrizioni e rappresentava un chiaro campanello d’allarme anche per le realtà produttive meridionali.

La scelta era quasi obbligata, quelli che negli anni passati erano risultati “graziosi” uffici, ricavati dai sottoscala o sottotetti scarsamente attrezzati per qualsiasi cosa si sarebbero rilevati in quei giorni ancor più pericolosi, soprattutto a causa delle alte concentrazioni di personale e dell’insalubrità degli ambienti.

Andava così preparato e organizzato il lavoro che si sarebbe svolto da casa, evidenziando la prima grande difficoltà relativa ai dispositivi digitali con cui avremmo dovuto svolgere il lavoro. Ciò che è una convinzione generale molto diffusa e che vede nell’Italia un paese digitalmente avanzato e con un grado elevatissimo di diffusione di dispositivi, in realtà è risultata essere falsa. Così anche nell’ufficio abbiamo assistito ai primi segnali di stratificazione sociale del lavoro.

Una forte dose di irresponsabilità e una ferma convinzione nel presenzialismo più ostinato ha fatto sì che il primo a non credere a qualsiasi forma di lavoro da remoto fosse il nostro stesso (ex)datore di lavoro che ha così demandato a noi dipendenti la gestione e condivisione di quei rari dispositivi portatili in possesso dell’azienda. Come naufraghi in mare aperto abbiamo dovuto operare delle scelte drastiche che ci hanno costretto a fare a meno di molti colleghi, impossibilitati a procedere con il lavoro da casa per mancanza di dispositivi o per altre ragioni strettamente connessi.

Diretta conseguenza di questa prima problematica è stata quella dell’aumento, vertiginoso, del carico di lavoro che in un periodo di scadenze ci ha visto psicologicamente sopraffatti. L’assenza parziale o totale di ulteriori risorse ha portato a molteplici situazioni di stress durate per la quasi totalità della quarantena provocando numerosi scompensi nel viver quotidiano, uno su tutti è quello che ha trasformato i nostri spazi di vita in vere proprie strutture totali. Per quasi tre mesi abbiamo vissuto totalmente le nostre abitazioni e nei nostri spazi angusti abbiamo condiviso spazi e tempi anche con gli altri costringendo a ridefinire il tempo stesso del lavoro e che come conseguenza ci ha portato ad essere reperibili e disponibili a qualsiasi ora della giornata superando spesso le otto ore di lavoro giornaliere.

Anche se è stata un’esperienza breve con la sua intensità ha portato alla luce numerosi spunti riflessivi, uno su tutti che in contesti scarsamente regolamentati – figli soprattutto delle diverse riforme del lavoro – le forme di sfruttamento e di stratificazione risultano essere costanti preoccupanti da cui difficilmente si riesce a sfuggire.