Abbecedario di provincia: lettera B

Abbecedario di provincia: lettera B

Non sono mai stato bravo a capire quando fosse il momento di baciare la persona che avrei voluto baciare. Forse ora che ti vedo lì, con la spesa in mano e qualche pensiero in testa ti bacerei. E non so che tipo di bacio sarà, se quelli che poi uno si dimentica tra un servizio da sbrigare e le sigarette da comprare oppure un bacio che ti porti dentro, come se fosse stata l’imprevedibilità del destino più bella.

Ho sistemato anche gli occhiali sul naso, così da evitare infortuni fisici e qualche ferita sul tuo naso che non è perfetto ma nemmeno brutto. Però poi comprendo che non è il momento giusto, ma come si capisce quando arriva il momento giusto? Probabilmente quando si esauriscono le parole e comunque serve mettere un punto, come si fa con le frasi di senso compiuto.

Eppure qui non c’è un senso compiuto, non esiste alcun senso in un uomo immobile tra gli scaffali di un supermercato ad attendere che Dio o chi per esso gli dica “Vai, ora è il momento giusto, non puoi sbagliare”. Ed io inizio a sudare, vado in panico perché non so cosa fare, se avvicinarmi con una scusa e poi baciarti o in alternativa chiedertelo. Ecco, vigliaccamente potrei regalarti un “bonus bacio” che potrai consumare quando vuoi, tanto io sono pronto, ci sono sempre. Guarda, ti dirò qualcosa in più: anche se fossi in una pizzeria super buona e tu chiamassi io verrei. E direi al cameriere che non fa niente, che non cenerò stasera, che mi sazierei di baci, che sono poco calorici e comunque riempiono.

Ecco cosa c’è dietro ad un bacio (almeno nel mio caso): la paura che tutto svanisca, la preoccupazione che le labbra che desidero desiderino altro da me, che ce l’ho anche screpolate e forse sporche di cornetto. E quindi rimango qui, nel supermercato, a controllare se la frutta è fresca, se la merce è sistemata al meglio negli scaffali, se in fondo troverò il coraggio di baciarti ed uccidere menate mentali che però rendono più romantico un imbranato bloccato davanti ai biscotti mentre gli altri li stanno già smezzando con l’amore.

Abbecedario di provincia: lettera D

Abbecedario di provincia: lettera D

Io che sottolineo ancora le frasi che preferisco sui libri e tu che appunti tutto sul telefono. Io che rido alle battute demenziali e tu a quelle ben costruite, raffinate oserei dire. Io camicia nei jeans e tu che ti affidi alla diplomazia dei colori. Io cioccolata fondente – quella che sto mangiando ora è buona, scrivetemi in privato che vi dico qual è – e tu i dolci classici, quelli che nonna preparava quando eravamo tutti assieme ed io ancora non avevo sui coglioni metà della mia famiglia.

Io podcast perché mi piace avere il controllo sulle cose: stoppare, mandare avanti, riprendere più tardi, come faccio con le persone, come ho fatto con alcuni amici: non so perché ma ora ti metto pausa, poi vedremo; tu invece la radio perché ti lasci sorprendere dalla vita, perché in fondo ti piace non sapere cosa accadrà dopo. Io che non sorrido mai (quasi mai) e tu che lo fai per me, anche nelle foto. Credo che un giorno un tale che ci ha visti assieme abbia detto che prima o poi mi sarei suicidato. Ma la mia non è tristezza, bensì ho il brutto vizio di pensare che sia tutto una perdita di tempo: la nostra storia, i progetti che facciamo, la fiducia che diamo alle persone e che prima o poi verrà tradita. Non so se sia pessimismo oppure residui adolescenziali.

Torniamo alla classifica delle differenze tra me e te. Io che ricordo tutto perché ho una tremenda paura della solitudine e quindi mi serve ogni ricordo di questo momento per tenermi compagnia; tu che hai la memoria di un pesciolino rosso e non può essere altrimenti per chi è sempre al passo con il presente: mai un passo indietro né avanti e questo si vede dai tuoi occhi sempre aperti. Io che odio il mare e non perché non sappia nuotare: è una questione di sudore, di bambini che urlano a perdifiato e di maschi sempre troppo fieri di sé; tu che ti confondi con le onde al punto che io vorrei essere mare per accarezzare in contemporanea tutto il tuo corpo: vuoi vedere che la mia nei confronti del mare è soltanto gelosia?

Io che ogni giorno combatto contro i miei mostri per non lasciarmi trascinare sul fondo e tu lo sai e non so perché corri questo rischio, quello di essere coinvolta anche tu in questa sfida mortale tra me e la vita. E dimmi, io ho mai corso un rischio per te? Forse quando ho deciso di acquistare delle Nike invece delle classiche polacchine. Così, giusto per vederti contenta.

La cioccolata sta finendo, maledizione.

Io che vorrei esserci e tu che ci sei.

Abbecedario di provincia: lettera R

Abbecedario di provincia: lettera R

Stavo in macchina. Il semaforo era arancione ma io ho inchiodato, preferendo non rischiare. Ho svoltato a destra e alla prima posizione utile mi sono fermato. Sono sceso dall’auto, mi mancava l’aria, ero tutto sudato, solo una domanda mi circolava in testa “Da quando ho smesso di rischiare?”. Non lo ricordavo più.

Probabilmente l’ultima volta che ho rischiato è quando qualche anno fa ho baciato una ragazza che non mi aveva lanciato chissà quali segnali. Finì con uno schiaffo e con me che raccontavo in giro che in fondo avessi una zanzara sulla faccia e che il fatto che lei non si facesse più sentire è perché i tipi tatuati e maledetti, dall’alba dei tempi, tirano sempre di più. Insomma, un po’ di colpa al destino ed un’altra ai gusti ambigui delle persone.

Da lì, da quel bacio assolutamente ricambiato (sto scherzando, altrimenti una mia amica crede che io sia serio e mi potrebbe dire “guarda che lì c’è una contraddizione), non ho più rischiato, nemmeno al bar, sempre “Negroni”, nemmeno al cinema, la scelta è sempre di un altro, nemmeno nella mia vita, immobile ad aspettare semplicemente che le cose capitassero. Avevo la barba che cresceva sempre di più, quasi a non voler rischiare nemmeno più la faccia, avevo il cuore che “ma guarda, questo ostacolo è bello figo”. Avevo un corpo enorme: era l’unico modo per sfamare una tristezza che ti divora da dentro, che ti fa credere che senza di lei tu non possa vivere.

Poi ho rischiato e ho messo incinta una scema (sto scherzando).

Eppure adoravo inseguire le onde, giocarmi il tutto per tutto con le persone e con i giorni, che mica sono infiniti. Poi, tra un amore sbagliato ed un successo professionale, accade il freddo dentro di te, le gambe pesanti e la mente annebbiata. La tua vita diventa una stazione, ogni giorno a salutare chi va via perché la promessa di restare qualsiasi cosa accada è soltanto un tormentone estivo, una foto di due innamorati sui social.

E incominciano i dubbi sulle tue capacità, le paure ti marcano a uomo: semplicemente quello che ti faceva stare bene ora ti fa male. E non c’è nulla di peggio. Inizi a cambiare con ossessione ogni canzone, ogni film, ogni persona, ogni luogo, ogni pensiero, ogni obiettivo, ogni sogno. Desideri soltanto che tutto finisca nel giro di un secondo così da poter dare ragione a quello che il mostro dentro di te ti suggerisce quotidianamente: sei al mondo per utilizzare esclusivamente il telecomando.

Poi un giorno, con le mani in tasca, ti affacci giù e noti che quei calzini non si abbinano ai pantaloni, però ‘sto fatto ti strappa un sorriso, è come se ti desse uno strattone all’anima. E decidi comunque di uscire, anzi li metti in mostra: è un piccolo rischio per gli altri, ma un grande rischio per te (semicitazione). Le cose grandiose, in fondo, iniziano sempre a caso, a cazzo di cane come direbbe qualcuno.

E da lì, a poco a poco, ho compreso che il rischio di vivere, tra tutti i rischi, è quello a cui dire sempre sì, ogni giorno, anche quando la ciorta ti gira contro, anche quando giochi al nascondino ma gli altri non lo sanno.

Per Amore

Per Amore

Si resta per amore
Per tutte le sue varianti
Nei paesi muti si resta per amore
Paesi muti, non silenziosi
Che pure il silenzio può essere poesia
Ma un paese muto non sospira neanche
Non dorme
Semplicemente non esiste
E allora solo l’amore può farti rimanere
Può farti credere che nei vicoli ci sia ancora un piccolo rumore da cogliere
Un fruscìo, un lamento, un gemito
Il paese muto ti parla
Devi avere buon orecchio
Devi essere predisposto
All’ascolto
E all’amore
Paesi muti
Irpinia 2022

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

La guerra era bella soltanto quando me la raccontava mio nonno. Io, bambino, sulle sue gambe, mentre lui, con occhi e parole, tratteggiava uomini cattivi e cieli colorati di morte e fuoco. Provavo paura, ansia, ma soprattutto la serenità di conoscere già l’esito più importante: ovvero lui lì con me. E mi viene da sorridere ripensando, a questo proposito, uno dei suoi detti più riusciti: “Finché le racconti, le cose, significa che tutto va bene”.

Ora, ed è da egoisti, mi sento smarrito, terrorizzato da una storia di sangue e di merda che non so se potrò raccontare a chi vorrà ascoltarmi. Sono tante le domande che frequentano la mia testa: a cosa servono migliaia di bombe nucleari quando ne sono sufficiente un paio per cancellare l’umanità? Perché gli interessi di poco devono invitare milioni di persone alla morte certa? Come mai ho una sensazione sempre più netta sul fallimento del genere umano?

Più di qualcuno mi dirà che si tratta di capire, che si tratta di vicende assai più complesse. Io, però, non sono d’accordo. Per me, quelle persone che siamo stati, siamo e saremo anche noi, devono soffrire soltanto a causa delle buste della spesa pesanti, che ti lasciano un segno sulla pelle peggio degli amori finiti, oppure perché i testi di Diritto Privato sono scritti da un alieno capitato sulla Terra per sbaglio. E visto che sono cattivo, si può provare dolore persino a causa di un lavoro sempre troppo precario.

Mai, però, bisogna avere paura per colpa di pochi coglioni che stanno lì a discutere di confini, missili, negoziati. È molto complicato comprendere che i loro interessi ed i nostri sono due rette parallele che non si incontreranno mai? Che lui, noi, tu, vogliamo “soltanto” vivere tutti i giorni per provare a capirci qualcosa di piccole cose come la felicità, l’amore e stronzate simili?

Tuttavia, so che si tratta soltanto di parole scritte dall’ennesimo coglione che, mentre scuote la testa, ha la quasi certezza che ci estingueremo per colpa nostra ed è forse meglio così.