Lost in Time

Lost in Time

Dall’inizio del primo lockdown mi è capitato spesso di leggere sui social o aver ascoltato in fugaci conversazioni come questa pandemia sia stata in grado di privarci della libertà, della socialità, di qualcosa. Ma di una cosa sono sicuro non verremo privati mai: il tempo. E’ un concetto astratto ma che ci accompagna in ogni momento, studiamo la storia per conoscere i tempi che sono andati e che dovrebbero essere da monito per non ripetere determinati errori ma nonostante tutto qualcosa di negativo accade. Come si dice? Errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Il tempo è una variabile maleabile come l’argilla, abbiamo a disposizione una quantità quasi illimitata ma che non sappiamo gestire in modo corretto a volte. Per mia esperienza durante il primo lockdown ho imparato a gestire meglio questa risorsa, riscoprendo il valore dietro al tempo e a ciò che potevo recuperare: serie tv, libri, film e passioni abbandonate da tempo. Ho imparato a dare valore a ciò che avevo, a ciò che facevo e dandomi piccoli obiettivi giornalieri; ammetto che spesso non sono riuscito a raggiungerli ma ero felice di ciò che facevo, ero una volta tanto organizzato.

E nel primo lockdown pensavo, realmente mi mancano tutte quelle cose che dicono sui social? Sinceramente non mi sembrava mi mancasse la libertà di esprimere un mio pensiero o di parlare impaurito da un eventuale censura, la socialità aveva solo cambiato i canali di comunicazione : da una modalità face to face, magari con un caffè, si era passati dietro ad uno schermo. Avevo semplicemente cambiato il modo di usufruire e consumare il mio tempo ma le persone con cui condividevo quei momenti, prima della pandemia, erano sempre le stesse.

Il tempo è una variabile maleabile. Arrivati a questo punto vi starete chiedendo perché io stia parlando del tempo, vero? Bè nella mia nuova organizzazione quotidiana ho avuto il piacere di guardare un film che tratta proprio del tempo e del suo utilizzo: In Time.

Il Tempo è tutto

Nel 2012 la pellicola di Andrew Niccol fu distribuita nelle sale cinematrografiche italiane;nel film ci sono vari volti noti del mondo dell’intrattenimento come Justin Timberlake, Cillian Murphy, Olivia Wilde e Matt Bomer.
In Time è ambientato nel 2169 e le persone sono programmate geneticamente ad invecchiare fino ai 25 anni, da quel momento in poi sul loro braccio compare un timer che gli segnerà il tempo restante prima di morire. Con questa prospettiva il tempo è diventato una valuta con cui la gente paga e viene pagata per il proprio lavoro ed è il mezzo di pagamento per le necessità ed i lussi; il tutto avviene tramite una particolare tecnologia, dove è possibile immagazzinarlo in appositi apparecchi e trasferirlo di persona in persona. Pertanto ne risulta una società squilibrata, dove i ricchi possono vivere per sempre, mentre gli altri cercano di negoziare giorno per giorno la loro sopravvivenza.
Il tempo è diventato tiranno, la vita gira intorno all’ultimo attimo e ogni istante diventa importante e in funzione della sopravvivenza dell’individuo singolo. La differenza di classe è mortale, chi è povero vive alla giornata mentre chi è ricco guarda all’immortalità; azzarderei a parlare di un’applicazione del capitalismo allo stato puro, dove anche il tempo è negato a chi lavora per sopravvivere.
Il protagonista del film, Will Salas, vive insieme alla madre nella zona 12 conosciuta anche come “il ghetto e cerca di far sopravvivere lui e la sua famiglia lavorando in una fabbrica che si occupa della costruzione di apparecchi presta-tempo; la società è divisa in zone ed ognuna presenta regole e “prezzi” adeguati al tipo di tenore di vita presenet. La zona 12 è un luogo dove l’inflazione cresce, gli stipendi calano e il costo della vita aumenta e sempre più persone perdono la vita una volta scaduto il proprio tempo mentre la zona 4, conosciuta come New Greenwich, è il luogo dove vivono i più ricchi e si sentono come divinità al comando in un Eden strappato al tempo e allo spazio.
Ma le regole del tempo vengono osservate e controllate da persone che si autodefiniscono Timekeeper (o custodi del tempo), individui che si preoccupano che la distribuzione di questa valuta non si sperda nelle zone più abiette e che rimanga uno status quo.

I segreti di questa società vengono rivelati a Will una sera dal centenario Henry Hamilton, dopo che l’uomo è stato salvato da Will stesso dai Minutemen un gruppo criminale che spadroneggia nella zona 12 sottraendo il tempo ai più sfortunati. Henry rivela a Will che lui ha vissuto 105 anni e che non ha più piacere a vivere come un privilegiato, soprattuto quando ha scoperto che esistono persone che controllano tutto per fare in modo che la società rimanga divisa tra ricchi e poveri. Se tutti non morissero, infatti, si avrebbe prima la sovrappopolazione del pianeta e poi ci sarebbe una crisi, che andrebbe ad esaurire le risorse che non sono illimitate. Quindi la gestione di tasse, paghe e tariffe viene fatta in modo che pochi vivano secoli, millenni o per sempre, mentre i poveri continuino a morire, mantenendo un equilibrio.
Il tempo è denaro e ogni attimo di vita diventa prezioso, più di prima.
Will si rende conto di questa cosa dopo che ha ereditato da Henry il secolo che l’uomo aveva deciso di spendere quella sera. Deciso a cambiare la sua vita e approfittare della nuova situazione economica, si trasferisce a New Greenwich dove si ritrova ad essere un estraneo. La prima ad accorgersi di questa caratteristica è la giovane Sylvia Weis, figlia del miliardario Philippe Weis, che nota come il ragazzo faccia le cose di fretta e non con calma. Questa è la caratteristica che ha accompagnato fino a quel momento Will nel ghetto, dove perdere un singolo attimo poteva decretare la tua fine.

Oltre il tempo

Il tempo è tutto in questa società descritta da Andrew Nicoll e mi ha portato a ragionare come il tempo stesso sia la chiave fondamentale della nostra stessa esistenza. Siamo dipendenti e indipendenti allo stesso tempo, scandiamo ogni secondo della nostra vita senza preoccuparci realmente di come spenderemo questa preziosa risorsa.
C’è chi magari preferisce spenderlo urlando che viviamo in una dittatura anche se siamo ben lontani da una forma di governo tale; c’è chi magari si reinventa e chi riscopre sè stesso.
Fintanto che il tempo sarà libero oso affermare che saremo liberi, poichè saremo noi stessi i custodi che decideremo come spendere e guadagnare questa valuta.

Sui giovani di oggi ci si scatarra su

Sui giovani di oggi ci si scatarra su

Parlare di violenza giovanile sembra un argomento semplice: i giovani annoiati si riuniscono in gruppi all’interno dei quali sfogano i loro istinti e la loro noia a discapito di qualcuno o qualcosa, turbando la quiete pubblica e destando preoccupazione nella popolazione; la società deve porvi rimedio. Punto.

La gioventù è la fase della vita più burrascosa, intensa e frenetica della vita di tutti, è fatta di tutta una serie di “prime volte” e chiunque, ripensandola, è pervaso dalla nostalgia dei turbinii che furono, frutto di emozioni virulente, anzi violente! E l’incapacità di gestirle, come accennato altrove, deriva da mancanza di esperienze pregresse e dal naturale sviluppo del cervello, che dà un senso agli istinti prima che alle decisioni complesse.

Ma perché la violenza? E perché la provincia?

Si potrebbe provare a rispondere a questa domanda provando a dare un contesto più ampio alle prime righe di questo articolo. La violenza è la risposta più semplice e veloce che chiunque, dai bambini agli anziani, fornisce a sé stesso quando è pervaso da istinti aggressivi, frutto a loro volta, di qualcosa che è accaduto ed a cui si sente di dover porre rimedio. L’aggressività, tuttavia, è un impeto, una pulsione per dirla in psicologese: ciò significa che è qualcosa da cui non si può sfuggire, anche se ci si prova. L’aggressività ha bisogno di essere espressa e non repressa, e oltre a quanto già detto, la violenza ne costituisce il comportamento maladattivo per eccellenza: chi è violento, infatti, non è ben accetto nella società, incarnando echi arcaici di tirannia e restituendo la voglia di prendere le distanze da essa, quando assistita o subita. Infatti, il comportamento violento non è l’unica risposta all’impulso aggressivo.

Esiste un fantastico meccanismo mentale molto complesso ed evoluto che trasforma i desideri, i pensieri e gli istinti considerati inarrivabili, inaccettabili o controproducenti, in azioni pienamente soddisfacenti per chi le compie e socialmente ben viste. Questo meccanismo è la sublimazione e, in quanto complesso ed evoluto, ha bisogno di tempo perché venga acquisito e utilizzato. Si potrebbe aggiungere anche che c’è bisogno di uno spazio per accrescerlo e di una certa “educazione mentale” impartita dalla realtà in cui si vive. Con questi ultimi due termini mi riferisco alle iniziative promosse dai centri urbani e agli spazi aggregativi (palestre, associazioni sportive e culturali, centri sociali eccetera) presenti sul territorio; qui le persone hanno modo di trovare un luogo ed un mezzo con cui dare forma ai propri moti interni, all’insegna di un obiettivo comune definito. In questi luoghi, infatti, ci si aggrega per fare qualcosa (ad esempio imparare uno sport, una forma d’arte, conoscere i modi di fare degli altri, coltivare un hobby): quel fervore interno, tanto potente nei giovani, trova un contenitore che svolge una funzione superiore al semplice “imbottigliamento” tipico delle anonime piazze o bar di paese, in quanto fornisce anche uno scopo a cui poter volgere i propri impulsi, aggressività compresa. I giovani, dunque, hanno la capacità di esprimere ogni loro pensiero o istinto in modo sublime, vale a dire in una forma tale per cui anche l’istinto aggressivo si trasforma in qualcosa di diverso da un comportamento violento; come la scuola fornisce lo spazio aggregativo in cui si modellano le capacità verbali, matematiche e, più in generale, cognitive, le attività extrascolastiche dotate di uno spazio e di un contenuto permettono lo sviluppo delle abilità mentali come la sublimazione.  La realtà di provincia (di cui si può considerare parte integrante la periferia metropolitana) fornisce ben pochi spazi allo sviluppo della sublimazione perché qui le risorse sono limitate, gli spazi ancor meno e le promesse di impegnarsi a promuovere iniziative culturali e di aggregazione “a uno scopo” sono relegate a mera campagna politica che si estingue periodicamente a cadenza quinquennale.

È vero, non è solo questa la causa di molti atti violenti giovanili, ma quando la società deve porvi rimedio (vedi inizio articolo), magari potrebbe partire sublimando il pensiero, ormai consumato dalla propaganda e dagli slogan, di “togliere i ragazzi dalla strada”.