Le cose orfane

Le cose orfane

L’altro giorno ho ripensato alla casa di mia nonna. Credo di non averlo mai fatto da quando è andata via. Ci ho trascorso un bel pezzo della mia infanzia e adolescenza in quella casa. Ne conoscevo ogni angolo e a quasi ogni oggetto che la riempiva è legato un ricordo.

Ricordo, ad esempio, quei due tre portagioie che di tanto in tanto tirava fuori dal cassetto e capovolgeva sul letto per mostrarne il contenuto. Erano collanine, anelli, spille, ognuno con la sua storia che puntualmente amava raccontare. E alle foto, quanto ci teneva alle foto, soprattutto le più vecchie, quelle con i figli piccoli e ancora la presenza del nonno.

Non è stato un pensiero felice, purtroppo. Non più, nel momento in cui si è fatta spazio con prepotenza nella mia mente l’immagine di quella stessa casa, ma buia, abbandonata come un relitto, con le cose orfane.

Quando si tratta di morte nessuno mai pensa alle cose. Eppure quegli oggetti apparentemente senza un’anima, un’anima ce l’hanno ed è quella riposta su di essi dai loro possessori. Oggetti carichi di energia, di storie da raccontare o tenere per sé.

La morte, purtroppo, è la grande antagonista, di questo momento storico. Il rumore dei tasti della tastiera pigiati dalle mie dita nell’atto di scrivere, probabilmente non fanno altro che scandire il ritmo dei passi di persone che, a pochi chilometri da qui, scappano via nella speranza di salvarsi.

Non c’è tempo, la guerra non ne lascia, si può portar via solo il proprio corpo e forse un pezzo di anima. Quando si parla di eventi distruttivi, come una calamità naturale o in questo caso specifico un conflitto, è di uso comune da parte dei media proporre immagini di macerie da cui si intravedono oggetti. I restanti pezzi di quelle anime fuggenti sono proprio lì, in quegli oggetti, sotto quelle macerie. Si tratta di una violenza, di un obbligo, non c’è margine di scelta. Ecco perché è sbagliato parlare di cose abbandonate. Sono cose orfane, strappate via a chi le custodiva.

Stamattina il mio volto è stato attraversato da un sorriso amaro, provocato dal rintocco delle campane in numerose piazze europee, tante quanti i giorni trascorsi dall’inizio del conflitto in Ucraina. È così che noi europei manifestiamo la nostra richiesta di pace. Il suono sordo delle campane che attraversa piazze gremite di persone nel silenzio più assoluto. Mi è sembrato che quel silenzio non facesse altro che sottolineare l’enorme distanza che intercorre, nonostante i pochi chilometri, tra la nostra vita tranquilla e quella dei cittadini ucraini torturati dal suono delle armi e della disperazione.

Poi, però, mi sono venute in mente le cose orfane. Anche un conflitto ha la sua parte silenziosa. Durante le tregue, di notte, sotto il chiaro di luna, si può intravedere tra le macerie di un’abitazione quel che resta di una bambola che qualche giorno prima era tenuta stretta tra le braccia di un bambino. Il peggiore dei silenzi, quello della morte.

Superargo contro Diabolikus

Superargo contro Diabolikus

PUNTATA NUMERO 30 DI CINEMA-OFF E PIZZA, QUESTA VOLTA IN CALZAMAGLIA E MASCHERA. Buona lettura, buona visione e buon appetito.

Non sono un profeta o un uomo dell’Età della pietra. Sono solo un mortale con le potenzialità di un supereroe.

(David Bowie)

La forza di questo paese non è negli edifici di mattoni e acciaio. È nei cuori di coloro che hanno giurato di lottare per la sua libertà!

(Capitan America)

Ma che (due) palle la Marvel!

(Paolo Spagnuolo)

DIRETTAMENTE DAL 1967, IL TRAILER ITERNAZIONALE (DOPO, SE FARETE I BRAVI, VI POSTO ANCHE IL FILM COMPLETO E UNA RICETTA PER ACCOMPAGARE LA VISIONE)

SUPERARGO CONTRO DIABOLIKUS

ANNO: 1966
DURATA: 93’
GENERE: spionaggio, fantascienza, azione
REGIA: Nick Nostro (Nicola Nostro)
SOGGETTO: Mino Giarda
SCENEGGIATURA: Mino Giarda, J. J. Balcázar
MUSICA: Franco Pisano
PRODUZIONE: Italia, Spagna
CAST PRINCIPALE: Ken Wood (Gianni Cianfriglia), Gerard Tichy, Loredana Nusciak, Giulio Battiferri, Monica Randall

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

Tutte le superpotenze mondiali sono in allarme per la scomparsa di ingenti quantità di uranio. Dietro questi arditi furti c’è la mano di un super-cattivo: Diabolikus. Ma i suoi sogni di dominio si dovranno scontrare con Superargo, ex lottatore in preda ad una crisi dopo aver involontariamente ucciso un suo collega sul ring.

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE, GIUSTO PER GIRARCI INTORNO)

Superargo è uno dei primissimi supereroi proiettati nelle sale cinematografiche italiane anche se il fumetto da cui deriva è di origine spagnola (come la coproduzione del film). Il suo clamoroso successo al botteghino portò in pochissimi anni, poco più di un biennio, alla produzione di decine di altre pellicole più o meno a tema. Come ogni buon film di genere che si rispetta anche Superargo contro Diabolikus nasce per sfruttare il successo di produzioni che in altre nazioni o in altri periodi storici hanno avuto incassi più che sostanziosi. In questa occasione si tratta di tornare indietro alla fine degli anni Cinquanta periodo in cui il campione di lucha libre Rodolfo Guzmán Huerta, conosciuto con il nome d’arte El Santo, riempiva le sale del suo Paese e quelle di decine di altre nazioni in cui venivano esportate le sue gesta. In questo i cinematografari italiani e spagnoli furono (come sempre) molto furbi e decisamente exploitativi, perché nelle versioni spagnole e italiane dei film di El Santo il suo nome fu trasformato proprio in Argo. Da Argo a Superargo è tutto un attimo.

 

Non dimentichiamoci che già da qualche anno c’era in giro un certo Bond, James Bond.

Ora sarò brevissimo e spero di farvi incuriosire. Il film è un vero spasso. Un mix di generi clamoroso che centrifuga la spy-story (eurospy, per essere precisi) al thriller all’italiana, con un’aggiunta d’avventura pura con qualche strizzatina d’occhio al citato James Bond, tanto per ritornare al genere… Perché anche Superargo ha un sacco di aggeggi fantastici che lo rendono invincibile. I servizi segreti non possono lavorare solo per Bond, giusto? Ma poi cos’ha l’attore e stuntman italiano Giovanni Cianfriglia (in questo film accreditato come Ken Wood) meno di Sean Connery?

Colonna sonora, jazz, curata dal nostro Franco Pisano.

Curiosità: Il regista, Nicola Nostro, disse che Cianfriglia recitava come se fosse Zorro. A quel punto venne scelto il miglior doppiatore che il piccolo budget permetteva per la voce di Superargo, così risolse il problema Zorro. Il regista, sempre a causa del budget, dovette girare alcuni interni nella sua villa di Frascati. E sono questi piccoli dettagli che elevano a leggenda alcune produzioni.

FILM COMPLETO (IN ITALIANO)

ALTRE PELLICOLE A TEMA

Il sequel di Superargo: L’invincibile Superman (1968, Paolo Bianchini), I fantastici 3 Supermen (1967, Gianfranco Parolini con lo pseudonimo di Frank Kramer), Goldface, the Fantastic Superman (1967, Bitto Albertini), Kriminal (1967, Umberto Lenzi), Diabolik (1968, Mario Bava), Santo vs. las Mujeres Vampiro (Santo contra las mujeres vampiro) (1962, Alfonso Corona Blake), Santo y Blue Demon Contra Dracula y el Hombre Lobo (1973, M.M. Delgado)

E in attesa di goderci i Manetti Bros con la loro versione di Diabolik, ammirate la “pop-art” del film di Bava del ’68. Ecco il trailer internazionale:

PIZZA TIME. OSPITE SPECIALE PER FESTEGGIARE I 30 APPUNTAMENTI CON CINEMA-OFF E PIZZA: IL SIMPATICO BONCI

 

S.O.S. i mostri uccidono ancora

S.O.S. i mostri uccidono ancora

Ci sono pochissimi mostri che meritano la paura che ne abbiamo.

[Il est bien peu de monstres qui méritent la peur que nous en avons].

André Gide

– Ma teee… perché quest’estate non andiamo in Scozia? Pensa il lago di Lochness, vanno tutti lì per vedere il mostro.

– Sì, ma perché ce lo devo portare io!

Stefano Bellani

S.O.S. I MOSTRI UCCIDONO ANCORA

TITOLO ORIGINALE: Island of terror
ANNO: 1966
DURATA: 88’ versione originale, 76’ versione italiana
GENERE: fantascienza
REGIA: Terence Fisher
SOGGETTO: Edward Mann e Al Ramsen
SCENEGGIATURA: Edward Mann e Al Ramsen
PRODUZIONE: Regno Unito
CAST PRINCIPALE: Peter Cushing, Edward Judd, Carole Gray. Eddie Byrne, Sam Kydd, Shay Gorman.

Possiamo iniziare e, volendo, terminare direttamente con questo link che vi rimanderà alla versione integrale del film in italiano con i sottotitoli solo per gli otto minuti non presenti nella versione italiana.

Potrete guardare S.O.S. I mostri uccidono ancora senza leggere approfondimenti o note, semplicemente per la curiosità di farlo senza pensieri precostituiti, con l’unica certezza che con il cinema di genere – di solito – l’intrattenimento in un modo o nell’altro sarà assicurato, al motto di basso budget/alto divertimento.

Per i più audaci, dopo questa sezione proseguirò con l’abituale schema impazzito dei miei articoli (poco nascosto tra le righe troverete un mio “super” consiglio) e finalmente, in calce, con la solita pizza.

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

Isola irlandese di Petrie, abitanti e animali iniziano a morire in circostanze misteriose. Giunti sul luogo per investigare, il dottor Brian Stanley (Peter Cushing) e il dottor David West (Edward Judd) faranno una macabra e terrificante scoperta…

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE, GIUSTO PER GIRARCI INTORNO)

S.O.S. I mostri uccidono ancora fa parte di un sotto filone fantascientifico (a volte a tinte horror) legato alle isole, quasi sempre piccole, inospitali e da cui difficilmente si può fuggire. Chi di noi non avrebbe paura nel restare isolato in un ambiente ostile, misterioso… circondato solo dall’acqua? Non vi nascondo che sono davvero molto affezionato a questo film, ogni tanto lo rivedo e tutte le volte ne resto sempre affascinato.


La pellicola viene diretta dal leggendario regista che ha reso celebre la Hammer Film Productions, Terence Fisher (Dracula il vampiro, 1958), questa volta affiancato da una produzione differente da quella citata. Il budget è risicato, ma qual è la novità per prodotti del genere? In fin dei conti basterà evitare di giudicare qualche dialogo naif e l’uso della gommapiuma per gli effetti. Tutto il resto ha una resa ottimale, iniziando dalle atmosfere in cui c’è un crescente senso di inquietudine, passando per il finale ad alta tensione, per terminare con la solita magnifica prestazione del nostro amato Peter Cushing. In poche parole, un film fantascientifico con tutti i crismi, un classico del genere, inserito in un particolare momento storico del Cinema inglese dei Sessanta.

Nota per i collezionisti: il film è stato rimasterizzato dall’originale in 35mm in un magnifico formato blu-ray, ma anche la versione italiana in dvd non è male. Collezionista avvisato…

ALTRE PELLICOLE, QUELLE CON UN PO’ MENO VISIBILITÀ, AMBIENTATE SU UN’ISOLA

L’isola (2006, Pavel Lungin), L’isola misteriosa (1929, Benjamin Christensen, Lucien Hubbard e Maurice Tourneur), Dinosaurus! (1960, Irvin Yeaworth), Doomwatch – I mostri del 2001 (1972, Peter Sasdy), Il mistero dell’isola dei gabbiani (1966, Freddie Francis), Demoni di fuoco (1967, Terence Fisher), Le dee della scogliera del pescecane (1958, Roger Corman), The lighthouse (2019, Robert Egger), Il continente scomparso (1951, Sam Newfield).

…e poi c’è questo FILM INCREDIBILE CHE TUTTI GLI APPASSIONATI, ALMENO UNA VOLTA NELLA VITA, DOVREBBERO VEDERE (ma solo nella versione non censurata): THE WICKER MAN (1973, Robin Hardy). Perché se vi è piaciuto Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019, Ari Aster), troverete il film di Hardy ancora più interessante, non fosse altro perché il film del 2019 ha tratto più di uno spunto da The Wicker Man.

IL TRAILER ORIGINALE (PER CONVINCERVI)

PIZZA TIME: E VOI, SAPETE IMPASTARE?

Non essendo così sicuro delle vostre capacità in cucina, vi lascio a un tutorial (per principianti) su come creare l’impasto perfetto per le vostre pizze fatte in casa. Perché se la vostra pizza non avrà la giusta consistenza, con cosa accompagnerete la visione del film oltre che con qualche birra? Le patatine non bastano, credetemi!

La città dei mostri

La città dei mostri

L’ignoranza è l’utero dei mostri.

Henry Ward Beecher

Non il sonno ma l’insonnia della ragione genera mostri.

Gesualdo Bufalino

Con l’estate alle spalle da qualche giorno possiamo ritornare alla formula classica, anzi anarchica, di Cinema-off e pizza. Ritorna anche un nuovo condimento del nostro alimento preferito che troverete in calce all’articolo. Per il resto, sempre la solita solfa: Vincent Price, Roger Corman, gli anni Sessanta con i suoi e i nostri mostri.

Buona lettura, buona visione e buon appetito.

LA CITTÀ DEI MOSTRI

TITOLO ORIGINALE: The Haunted Palace

ANNO: 1963
DURATA: 87 min
GENERE: gotico
REGIA: Roger Corman
SOGGETTO: Howard Phillips Lovecraft
SCENEGGIATURA: Charles Beaumont, Francis Ford Coppola (non accreditato)
PRODUZIONE: Stati Uniti d’America
CAST PRINCIPALE: Vincent Price, Lon Chaney Jr., Debra Paget, Leo Gordon

 

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

Charles Dexter Ward (Vincente Price), accompagnato dalla bella moglie Ann (Debra Paget), si reca nella città di Arkham nel New England (…e dove altrimenti?!) allo scopo di prendere possesso del Castello… di famiglia, e che famiglia! Gli abitanti della cittadina iniziano subito a guardare attoniti la coppia perché lui assomiglia davvero tanto a qualcuno che nel 1765 – centodieci anni prima – aveva lanciato una tremenda maledizione o qualcosa di simile. Poi c’è un pozzo che nasconde un segreto legato al famigerato Necronomicon, il libro dei morti. E poi c’è un rito. E poi, e poi vi ho già scritto troppo.

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE, GIUSTO PER GIRARCI INTORNO)

La città dei mostri è uno dei tanti film leggendari distribuiti dalla American International Pictures e diretti dal grande Roger Corman. Siamo nel 1963 (in Italia il film arriverà nelle sale un paio d’anni dopo) e Corman era già apprezzato in tutto il mondo per i suoi lungometraggi ispirati dai classici della letteratura gotica, soprattutto quelli vagamente influenzati dai racconti di Edgar Allan Poe; di questi ne aveva già diretti cinque: I vivi e i morti, Il pozzo e il pendolo, Sepolto vivo, I racconti del terrore e I maghi del terrore (tutti consigliati). Ottimi gli incassi e quindi, perché non pubblicizzare anche questo film come tratto da una poesia del nostro amico di Baltimora (Il palazzo stregato)? Ma il marketing è una cosa, mentre il soggetto e la sceneggiatura sono un’altra. Infatti, La città dei mostri è il primo film basato su un’opera di Howard Phillips Lovecraft dal titolo Il caso di Charles Dexter Ward (pubblicato nel 1941, ma scritto nel 1927). Già solo per questo varrebbe la pena di visionarlo. Conoscete Lovercraft, vero?

Vincent Price è il mattatore unico di questo film in un classico doppio ruolo. Intenso, teatrale e, come sempre, perfetto nel suo balzare senza controllo sopra e in mezzo alle righe. Nel cast anche quella vecchia spugna di Lon Chaney Jr. impegnato in un piccolo ruolo.  Perfette le lugubri atmosfere che seguono una trama semplice ma d’impatto, in cui Corman è bravissimo a far trapelare dubbi, terrore e deformità. Corman anche in questa occasione gioca molto con il clima e gli oggetti a lui cari: vecchi dipinti, oscuri manieri e costumi magnificamente curati. Ma a questi aggiunge qualcosa di nuovo, una nebbia e un’oscurità che sembra perpetua, quasi a sottolineare il fato avverso che incombe sui personaggi e forse su tutti noi… Esattamente come fece, sempre nel 1963, il nostro immortale Mario Bava con il suo capolavoro I tre volti della paura (Black sabbath, per gli anglosassoni). Sarà un caso?

IL TRAILER ORIGINALE

PIZZA TIME: ITTICO È BUONO

Pizza e pesce, non è una scelta semplice per gusto personale e capacità di saperli abbinare senza rovinare la materia prima che prima nuotava nel mare o in un allevamento. Dieci secondi in più e il pesce si secca o si stracuoce. L’unica soluzione per evitare catastrofi è usare il salmone. Basterà avere una base bianca e ricordarsi di aggiungerlo fuori dal forno a strisce molto sottili. Potete anche collocare il salmone (anche affumicato) sotto un abbondante strato di formaggio per proteggerlo dalla cottura (ottimo il fiordilatte mischiato ad un po’ di yogurt bianco non zuccherato). Basterà aggiungere i tre ingredienti negli ultimi minuti di cottura nel vostro forno di casa facendo attenzione che tutto il salmone sia ben coperto.

POESIA BONUS

“Il Palazzo Stregato” (Edgar Allan Poe)

Nella nostra più verde vallata
Da angeli buoni abitata,
Un grandioso palazzo, ergeva la fronte.
Nel regno del monarca Pensiero,
Là s’innalzava!
Mai spiegò serafino le ali
Su dimora d’uguale bellezza!
Stendardi gialli, gloriosi, dorati,
Fluttuavano ondeggiando sul tetto
(Ma tutto questo nei tempi andati,
Tanto tempo fa)
E ogni brezza che scherzava leggera,
In questi giorni felici,
Lungo i bastoni impennacchiati e languidi,
Un alato profumo portava con sé.
Chi vagava per quella felice vallata,
Poteva attraverso vetrate lucenti vedere
Spiriti muoversi armoniosamente
Al suono di un liuto assai bene accordato,
Attorno a un trono dove, seduto
Porfirogenito,
Nel rango che alla sua gloria competeva
Il sire del regno era veduto.
E sfavillante di perle e rubini
Era il portale del raro palazzo, 
Dove a ondate fluiva e fluiva,
Senza fine tra luccichii,
Una compagnia d’Echi,
Col grato compito sol di cantare,
Con voci d’insuperata bellezza,
La saggezza e l’ingegno del re.
Ma spiriti malichni con abiti a lutto
L’inclita proprietà del monarca assalirono.
(Ah piangiamo! Che più nessun’alba
Sorgerà per lui, sventurato!)
E attorno alla casa la gloria
Che sfolgorava e fioriva
Non è che un’oscura memoria
Di un tempo ormai morto e sepolto.
E chi, ora, passa per quella vallata,
Per le rossastre vetrate intravede
Immense forme muoversi irreali
Al ritmo d’una dissonante melodia
Mentre, lugubre rapido fiume,
Per sempre dirompe dal cereo portale
Un’orrida folla che ride,
Ma non sorride mai più.

Il nido di un uccellino senz’ali che non conosce il rock

Il nido di un uccellino senz’ali che non conosce il rock

“There’s no place like home”

Non mi piace assomigliare a un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello, ma in questo periodo di limitazioni fisiche e morali (dovute al Covid-19) possiamo divertirci a lavorare sulle ipotesi, su cosa (e quando) accadrà, sui perché, ma soprattutto possiamo guardare lungometraggi come questo che qui di seguito verrà presentato malissimo da me medesimo.

ATTENZIONE: vi consiglio di non guardare i trailers o leggere altre trame, ne ho visionate molte che svelano troppo rovinando la visione di un film oscuramente brillante.

Spesso, quello che ci manca o ci soffoca – amore incluso – potrebbe mascherare qualcosa di diverso. Ed ecco a voi…

THE NEST – IL NIDO

ANNO: 2019

DURATA: 103 min

GENERE: Dramma/Thriller/Horror (ma sì, abbondiamo)

REGIA: Roberto De Feo

SCENEGGIATURA: Margherita Ferri, Roberto De Feo e Lucio Besana

PRODUZIONE: Italia

CAST PRINCIPALE: Francesca Cavallin, Justin Korovkin, Maurizio Lombardi, Ginevra Francesconi e Massimo Rigo

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

In piena notte un uomo prende suo figlio piccolo e scappa in auto, ma finisce rovinosamente fuori strada. Salto temporale: Samuel (Justin Korovkin) è un ragazzino costretto sulla sedia a rotelle, vive quasi da recluso in un’isolata casa nobiliare situata sul limitare di un grande bosco. L’enorme residenza viene gestita da Elena (Francesca Cavallin), la severa e marziale madre di Samuel che impone al figlio e alla servitù delle bizzarre regole da seguire. Ad accudire il ragazzino, oltre alla madre, c’è anche un bizzarro medico (un “parodistico” Maurizio Lombardi) dalla personalità sfuggente (come molti altri nel film). Tutto muta all’arrivo di Denise (Ginevra Francesconi), una ragazza adolescente che inizia a sgretolare il rapporto madre-figlio e la routine da Piccolo mondo antico di Samuel usando allo scopo anche la musica (il rock è sempre una grande scoperta di ribellione, spesso impregnata di sessualità).

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MAI COME QUESTA VOLTA MENO DEL MINIMO SINDADACALE)

(Ora mi tocca dirvi il meno possibile…)

The Nest (2019) è un film indipendente e sprezzantemente derivativo, una produzione completamente italiana che sfiora – per atmosfera e tecnica – un certo tipo di cinema internazionale (pare che sia in arrivo un remake anglosassone del film). Il regista Roberto De Feo è al suo esordio sulla lunga distanza e, ad esclusione di alcune indecisioni nei primissimi minuti, offre un contributo fondamentale alla riuscita del film insieme a una sceneggiatura attentissima ad ogni singola parola pronunciata dai personaggi nei dialoghi. Notevoli la location e gran parte del cast. Eccezionale il lavoro della costumista Cristina Audisio. Tutto è camuffato molto bene da dramma familiare mixato con l’horror gotico/psicologico classico, non tanto alla Freda o Margheriti ma piuttosto d’ispirazione inglese (il meraviglioso Suspense diretto da Jack Clayton nel 1961 potrebbe essere il paragone migliore per ambientazione e clima). Si tratta comunque di alcuni tra i più virtuosi archetipi del cinema thriller che il regista ha studiato e sa come usarli al meglio. Quindi l’atmosfera di genere c’è, è innegabile, ma i contenuti sono ben altri e lungi da me specificarli qui. Il film vi accompagnerà verso quelli che sono gli tessi dubbi e il medesimo senso di oppressione dei protagonisti, con la possibilità di aggiungere ulteriori ipotesi su ciò che sta accadendo o accadrà. Intelligente e didattico l’uso della musica nel film per come racconta un movimento, una transizione. Si passa dalla musica classica di Samuel, la sola permessa dalla madre, alla musica rock quasi contrabbandata da Denise. Ripeto, l’appeal è decisamente internazionale per un film di assoluto valore. E ricordate che per creare la giusta atmosfera il ritmo lento è spesso indispensabile, in questo caso tutt’altro che soporifero. In conclusione, al netto del finale semplice ma d’impatto, si tratta di un’opera che non è votata solo all’intrattenimento tipico di certi horror, in essa c’è anche qualcosa di più elevato dei brividi.

Curiosità: la residenza – Villa dei Laghi – è immersa nei boschi del Piemonte, precisamente all’interno del Parco Regionale La Mandria.

TRAILER ORIGINALE (FATE VOI)

Solo se non potete resistere… ma in questa occasione non sarò certo io a favorire la vostra insana curiosità. Però se proseguite nella lettura vi farò distrarre dai vostri intenti con un piccolo (breve) omaggio.

UN REGALO VIDEO PER RIMEDIARE ALLE MANCATE VISIONI (S)CONFINANTI, ALTERNATIVE O RANDOM

Se come faccio di solito vi riporto dei titoli “confinanti” qualcuno di voi potrebbe intuire il finale di The Nest prima del tempo. Non che sia particolarmente originale, sia chiaro, ma se l’effetto è quello che conta allora non è il caso anticipare alcunché. Ma per voi tre fortunati che siete arrivati fin qui ho un regalo che non vi descriverò (siate solo curiosi), per poterlo “scartare” avrete bisogno di soli 12 minuti. Commentate l’articolo se il video vi sarà piaciuto o se volete semplicemente minacciarmi di morte, magari per aver scritto di The Nest.