Il falso mito della speranza

Il falso mito della speranza

Speranza. Questo è il tuo mese prediletto, quello in cui accendi i cuori di grandi e bambini, quello in cui ti accompagni sotto braccio ai buoni propositi affinché metri e metri di desideri non restino solo parole su un foglio bianco.

Pochi sanno che non esisti, che sei una finzione. Sei solo un’invenzione tirata su dalla religione per sollevare gli animi dai tormenti della vita e poi acquistata a prezzo scontato anche dai laici.

Sei conveniente perché a nascondersi sotto il tuo vestito si fanno grandi giochi di magia. Il grande sembra più grande, il bello più bello e pure il brutto puoi fare andare a genio.

E in questo modo ti prendi i meriti che non hai. La gente ti ringrazia perché avendo fede in te i suoi desideri si sono avverati. E anche quando non le dai niente, continua a venerarti, a credere in te fino alla morte.

Hai la fama dell’ultima nel vaso di Pandora, di quella che a morire non ci pensa proprio. Forse esiste pure gente che una volta nella tomba spera di resuscitare. Gente che crede tu possa fare miracoli.

E tu non esisti. E nella tua inesistenza ti beffi di tutti. E provochi dolore perché prometti ciò che non puoi mantenere.

Quest’anno ho raggiunto grandi obiettivi non per merito tuo, ma per i miei sacrifici, le mie scelte. Poi, in un attimo, questi traguardi mi sono apparsi nulla rispetto a ciò che è stato tolto a una persona a me molto cara.

Dove sei speranza quando si tratta di demeriti? A lei ne avevi fatte e come di promesse. Ora neanche più lei crede in te.

Speranza. Sei proprio come quella fiammella sulla candela con cui di tanto in tanto cercano di darti concretezza. Troppo piccola per riscaldare, sufficiente per far divampare un incendio.

Non chiedetemi cosa spero per il nuovo anno. La mia candela è spenta.

Lo scambio delle parti

Lo scambio delle parti

Cara Fabiana,

oggi voglio sfatare il famoso mito della minoranza. Secondo la leggenda, infatti, quando si è in minoranza, qualsiasi sia il contesto, si è quasi sicuramente perdenti.

E questa è una cosa che ci inculcano nella testa sin da piccolini, quando per prendere un decisione o ottenere un qualcosa venivamo sottoposti all’ormai usurato “la maggioranza vince”. Per carità, un nobile ideale che in certi ambiti si può dimostrare fondamentale per sbrogliare nodi complicati, ma che in altri, a mio parere, perde di potenza.

Essere in quantità numerica inferiore non designa che i giochi siano già fatti. Implica solo che bisogna trovare un sentiero non ancora battuto per moltiplicare l’effetto del proprio agire. Bisogna usare l’ingegno, e questo più che uno svantaggio mi sembra una potenzialità.

Che poi non si tratta solo di una questione numerica. Minoranza è tutto ciò che non è massa, tutto ciò che non passa a pieni voti l’esame a cui ti sottopone una società impolverata. Minoranza è il diverso, il nuovo, quella cosa che fa paura perché semplicemente non la si conosce e, il più delle volte, non la si vuole conoscere.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un’intervista in cui una persona raccontava di come fosse stata vittima di bullismo durante la sua adolescenza in quanto ritenuta diversa. Una condizione che, però, è durata fino a quando l’interessata ha deciso di affrontare il suo carnefice. Non usando la violenza, ma guardandolo negli occhi, a testa alta, mostrando di poter essere più forte di lui con la forza dell’intelletto.

Questo è un chiaro esempio di due singoli, la vittima e il carnefice, teoricamente in una situazione di parità numerica, ma che di fatto rappresentano a pieno il concetto di minoranza e maggioranza.

Questi due soggetti, anzi, con il loro agire e subire, hanno dimostrato ancora di più e cioè che il confine tra l’essere in minoranza e l’essere in maggioranza è davvero molto labile. La vittima ha deciso di uscire fuori dalla sua (s)comfort zone e con un comportamento inaspettato ha messo in un angolino quella che in principio era la maggioranza.

La minoranza che si fa maggioranza, suggerisce un concetto di interscambiabilità che, a mio avviso, non solo è rassicurante, ma che soprattutto deve essere d’ispirazione per le fasce più deboli, dove per debole si indica tutto ciò che non riesce ad affermare la propria natura liberamente, senza conseguenze o giudizi.

Se vogliamo dirla proprio tutta, mentre ti sto scrivendo prendo consapevolezza del fatto che il fenomeno può essere osservato anche in un solo singolo. Non, quindi, gruppi di persone, né due soggetti, ma un unico individuo. Basta guardarci dentro, per renderci conto che anche in questo istante convivono in noi una parte di pensieri, impulsi, comportamenti che rappresentano la minoranza e un’altra parte che invece predomina in quanto maggioranza. Nulla è fisso e, soprattutto nei momenti di crisi, tutto può essere rivisto, le nostre scelte e valutazioni possono condurre a uno scambio delle parti. Ecco, forse – che si sia in cento, mille o una persona – alla fine è tutta una questione di scelte.

Recovery Plan Ignorante

Recovery Plan Ignorante

Cara Fabiana,

in questi giorni, come è giusto che sia, si sente parlare tanto di Recovery Plan. Così, tra mille impegni e pensieri, mi sono ritagliata cinque minuti per leggere un articolo e capire a grandi linee cosa prevede tale progetto. Mentre scorrevo la pagina, però, mi è sembrato che le parole proposte, le intenzioni, appartenessero a quella famiglia di cose che ognuno di noi ha già sentito dire più e più volte nel corso della propria vita, magari durante i comizi elettorali. Tutti obiettivi nobilissimi, per carità, e che mi auguro si realizzino come da programma, ma non posso negare che un mezzo sorriso scettico è venuto fuori. Sai cos’è? Un Recovery Plan dovrebbe ridarci ciò che la pandemia ci ha portato via, però a me pare che le cose inserite nell’elenco del documento ci mancassero già prima del Covid19. Questo fa ridere e anche un po’ piangere, a dire il vero.

Sì, lo so, sto dicendo troppe cattiverie. Cosa ne capisco io delle difficoltà che si incontrano durante la realizzazione di un progetto simile? Nulla, infatti, e sinceramente neanche voglio conoscerle. È per questo che voglio proporti il mio Recovery Plan Ignorante.

Prima di tutto, il mio Recovery Plan non si chiamerebbe così, ma Piano di Risanamento per un’Italia migliore. Il nostro Paese ha la sua lingua ufficiale ed è l’italiano. Propongo, quindi, come primo punto del documento proprio la rivalorizzazione della nostra lingua. Basta inglesismi, francesismi e soprattutto parole del calibro di scialla, per me ancora prive di collocazione. Voglio un’Italia accessibile a tutti, a partire dal linguaggio e se presento a mio nonno gli obiettivi del governo con l’espressione Recovery Plan, lui già non ci sta a capire più niente.

Accessibilità è una parola che si lega bene anche con digitalizzazione. Capisco la necessità di digitalizzare tutto e l’appoggio a pieno, ma non bisogna dimenticare quella fetta di popolazione –   vedi persone dai 60 anni in su e diversamente abili – che ha difficoltà a interagire con un computer. Nel mio programma di risanamento, quindi, propongo corsi di informatica obbligatori e gratuiti per chi non ha dimestichezza con le nuove tecnologie e sostegno e fornitura delle giuste strumentazioni per chi ne ha necessità.

Passiamo all’ecologia, che ho molto a cuore. Sai bene, infatti, che, da quando vivo a Parma, attraverso la cura del mio piccolo giardino ho riscoperto la bellezza e grandezza di Madre Natura. Mai connotazione fu più azzeccata, perché la natura, proprio come una madre, ti insegna a prenderti cura degli altri, con delicatezza e rispettando i tempi, e ti trasmette l’amore per la curiosità e la scoperta. Di conseguenza, nell’Italia che vorrei, a ogni famiglia spetta un piccolo spazio verde, in casa o da adottare, per imparare a rispettare l’ambiente e gli altri.

Nuova ripartizione del tempo. Riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni e/o flessibilità oraria a seconda delle esigenze individuali. Più tempo libero da dedicare alle proprie passioni e alla famiglia. Una vita rallentata, basta andare sempre di corsa.

Passiamo alla parte fantasy del documento. Lavoro per tutti nella città di residenza. Ci si trasferisce in altro luogo per propria scelta e non per necessità. A 60 anni si va in pensione, così da lasciare spazio ai giovani, ma non si diventa scarto della società. Compito del neo pensionato è quello di affiancare il nuovo assunto e trasferirgli tutto il proprio sapere, senza ovviamente dimenticare i nipoti.

Per una mobilità green, la scienza impiegherà parte delle proprie risorse nello sviluppo del mezzo di trasporto più sostenibile mai esistito: il teletrasporto. Zero emissioni, zero spreco di tempo e danaro. Non importa dove tu sia, in un batter di ciglia ti ritroverai a casa di mammà a mangiare la parmigiana di melanzane.

E, infine, la salute. Baci e abbracci – questi sì che ci sono stati portati via dal Covid19 – a volontà. L’amore è la vera cura. Per noi, per l’Italia.

Il mondo preconfezionato

Il mondo preconfezionato

Cara Fabiana,

forse in passato mi sarebbe risultato più facile parlare di emarginazione e altrettanto facilmente mi sarei inserita nella schiera delle persone che durante la propria vita hanno vissuto momenti di marginalità. Mi verrebbe da pensare a quando da adolescente venivo un po’ presa in giro all’uscita di scuola, a quando non accettavo né il mio corpo né certi aspetti del mio carattere e quindi mi rintanavo in un mondo un po’ in disparte, a quando alcune delusioni mi hanno trascinata in condizioni di sconforto e alienazione.

Secondo te, in quei momenti ero – o meglio eravamo – delle emarginate? Non so te, ma mi risulta difficile dare una risposta a questa domanda.

L’emarginazione è una cosa molto seria, specchio di una società che sembra non avere spazio per accogliere tutti nel suo ventre materno. O meglio, lo spazio c’è, ma solo per coloro che dimostrano di avere i numeri giusti per entrare a farne parte. Si accettano solo i figli prediletti ed è qui che quell’aggettivo che richiama la maternità assume le sembianze di una nota stonata.

Siamo nell’era dell’omologazione, del “se sei come me sei ok”. Un’eterna selezione basata su parametri ben definiti: o sei così o sei fuori. L’ambizione a una società perfetta, fatta di persone brillanti e di successo che non ammette sbagli e soprattutto diversità. Un’utopia, insomma.

Eppure dietro a quest’utopia l’uomo, creatura dotata di intelligenza, ci corre ancora dietro, convinto che prima o poi questo teatrino possa trasformarsi in realtà. È dietro il sipario, però, che vi è il mondo reale. Un mondo dove alla nascita non tutti vengono forniti degli stessi strumenti per farsi largo nella strada della vita.

Siamo davanti a una gara impari e di conseguenza nulla, ma sembra che più o meno tutti facciano finta di non accorgersene. Non se ne accorgono coloro che quegli strumenti li hanno sempre avuti in dotazione e qui prende vigore l’idea dell’uomo come essere egoista; non se ne accorgono gli emarginati stessi che il più delle volte accettano la loro condizione di perdenti in una gara mai iniziata. E così facendo, questi ultimi non fanno altro che accettare e rafforzare l’idea di una società perfetta che non ha spazio per loro.

La mia non è un’accusa, ma amara consapevolezza. Credo che questa sia una condizione senza via di uscita e che non esisterà mai una società in cui ognuno abbia accesso al proprio successo personale senza tener conto da dove proviene e di cosa possiede.

Ecco, se c’è una cosa in cui siamo tutti assolutamente uguali è l’accettazione. Nasciamo, cresciamo e viviamo in un mondo preconfezionato: è già lì quando veniamo alla luce ed è a quello che ci dobbiamo adeguare perché non ve ne sono altri. Un dio, insomma, che dobbiamo venerare affinché non ci riversi contro disgrazie. Non è una cosa alla quale siamo obbligati. Secondo me, tutti noi veneriamo la società in cui viviamo e ne vogliamo far parte. Durante le manifestazioni, di qualunque tipo esse siano, alla fine mi sembra che si combatta sempre per non essere ritenuti diversi, per avere il riconoscimento dei propri diritti al pari degli altri, per avere un lavoro, una condizione economica come gli altri, per essere gli altri.

“La diversità è un valore aggiunto” è lo slogan del momento da anni e anche io lo credo fortemente. Poi, però, mi guardo intorno e mi accorgo che chi è diverso, chi non sta al passo, è emarginato per volontà propria e della società in cui vive.

Quello che mi togli già mi mancava

Quello che mi togli già mi mancava

Cara Fabiana,

l’Italia non è stata mai così unita e così divisa come in questo momento. Siamo tutti uniti purtroppo nell’epidemia, che con la stagione autunnale si è rinvigorita, e al contempo, stando all’ultimo Dpcm, siamo differenziati in colori a seconda della gravità della situazione che investe la regione in cui abitiamo. Ad ogni modo, tutti, chi più chi meno, dobbiamo rispettare delle regole che conducono a delle rinunce.

Rinunciare vuol dire fare a meno di qualcosa che prima si aveva o si faceva e, di conseguenza, avere delle mancanze. Siamo, però, sicuri che quello a cui oggi diciamo – non proprio spontaneamente – di no, non ci mancasse già prima di questa epidemia?

Ci ho pensato: io oggi sto rinunciando a uscire dopo un certo orario o quando non strettamente necessario, a viaggiare, ad abbracciare e baciare chiunque, a cene con dieci invitati, a organizzare il mio matrimonio, ad andare in palestra. No, non è così. In generale queste sono le rinunce a cui la società è sottoposta, ma se devo analizzare la situazione Fabiana, di fatto io di rinunce ne sto facendo ben poche.

Mi spiego meglio. A novembre dell’anno scorso a quest’ora non mi davo di certo a serate fuori con gli amici dopo le 22, ben che meno nei giorni infrasettimanali, né –  essendo io molto pigra – uscivo di casa se non per comprare il necessario; viaggi a novembre, mai fatti; mai stata particolarmente affettuosa con chiunque; cene a casa con gli amici, mai organizzate; matrimoni non sono previsti ora, figuriamoci l’anno scorso; l’unica causa che ho sposato da quando mi sono trasferita è una vita sedentaria. Manca la mia famiglia, è vero, ma comunque questo era incluso nel mio biglietto di sola andata per Parma.

Lo so, le parole appena scritte fanno emergere una brutta persona ed è proprio qui il nocciolo della questione. Questa epidemia non mi ha portato ad avere delle mancanze, ma ha messo in evidenza quelle che già avevo quando c’era calma piatta. Ora che qualcun altro diverso da me stessa mi dice che questo o quello non si può fare sembra che mi stiano privando di qualcosa. La mamma che dice al bambino questo non si tocca, in pratica.

Con ciò, voglio dire, cara Fabiana, che la mia vita forse era da rivedere ancor prima che si scatenasse tutto questo casino. L’epidemia non ha fatto altro che aiutarmi a capire che ci sono delle cose importanti da non trascurare, che ci sono dei vuoti che vanno riempiti perché da un momento all’altro potremmo non esserci più. Ora non è che quando sarà dato il libera tutti, bacerò i passanti per la strada, ma di sicuro darò più valore alla relazione con gli altri e con me stessa. Da quando ho lasciato Napoli, tutto è diventato più difficile da gestire e, quindi, ho rinunciato a più cose che amavo fare. Difficile, però, non vuol dire impossibile, basta solo uno sforzo in più. Certo, sarò più stanca, ma con meno mancanze.

Sport? Mi ha sempre fatto stare bene. Serate danzanti con gli amici? Quante risate. Viaggi a novembre? Perché no. Come ho già ribadito più volte, questa epidemia deve essere un’occasione per riflettere. Ognuno dovrebbe porsi le proprie domande, individuare le proprie mancanze. Non importa se procurate o no da questo periodo. Credo sia più importante approfittare di questo stop generale per non farsi trovare impreparati quando sarà possibile riempire di nuovo ogni vuoto.