L’emarginazione che non si vede

L’emarginazione che non si vede

Quella appena trascorsa è la seconda Pasqua vissuta in una condizione anomala. Stavolta, però, non vogliamo scrivere di privazioni o mancanze, bensì vorremmo porre l’attenzione su quello che dopo un anno è diventato un fenomeno eccessivamente diffuso: l’emarginazione e la vita vissuta ai margini. Un fenomeno che, con le sue dovute eccezioni, possiamo definire intergenerazionale ed interclassista.

Quello che maggiormente colpisce è l’ambivalenza dello stesso: infatti la visibilità di alcuni fenomeni di marginalità vengono alla luce solo in seguito ad episodi violenti ed irreversibili.

Ma mentre in alcuni casi le conseguenze riescono a far emergere, seppur tardivamente, determinate condizioni di drammaticità, ci troviamo a fare i conti anche con altre forme di disagio che possono essere quello sociale, psicologico ed economico e che interessano, anche e soprattutto i più giovani delle nostre comunità.

In queste due settimane vorremmo, insieme a voi, approfondire questa tematica. Vorremmo parlare di disagio ed emarginazione, cercando di comprendere le biografie dei tanti che vivono in queste condizioni e cercare di trovare delle strade di dibattito e di discussione utili ad accendere un riflettore su un palcoscenico che solitamente resta all’oscuro, senza spettatori.

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore

 

 

 

 

 

Il futuro che cambia

Il futuro che cambia

E se l’attesa del piacere fosse essa stessa il piacere? Adulti e giovani hanno la stessa capacità di aspettare questo piacere?

Così risuonava uno degli spot più iconici di una bevanda tutta made in Italy; la memorabilità di queste parole, forse, risiede nel fatto che dietro questa affermazione la quale, in prima analisi, vuole enfatizzare il momento dell’aperitivo, si nasconde una verità psicologica dai mille risvolti. Infatti, la capacità di guardare al futuro (il “piacere”) dipende strettamente dal contesto presente in cui tale previsione si attua (l’“attesa del piacere”).

Ma procediamo per piccoli passi, affermando prima di tutto cosa, in termini di facoltà mentali, distingue una persona matura, o adulta che dir si voglia, da una immatura o “ancora troppo giovane”: la capacità di rappresentare sé stessi nel futuro in un modo verosimile, e questo non è qualcosa che rende gli adulti migliori dei giovani ma semplicemente un meccanismo che l’evoluzione della specie ci ha lasciato in eredità. Se chiedi ad un giovane come si vede tra 10 o 20 anni, lui fornirà una risposta lontana dalla sua attuale condizione e a tratti irrealistica e idealizzata proprio perché, quando si è giovani, si è potenzialmente in grado di prendere una qualsiasi strada, vista la potenzialità offerta dalla formazione personale in via di completamento. Una volta che questa formazione è conclusa, le strade da poter prendere si riducono ma diventano più concrete: un adulto si vede in modo più realistico tra 10 o 20 anni perché ha pressoché appreso tutto quello che gli serve e ora lo deve mettere in pratica; per questo la sua prospettiva futura è meno ampia ma più concreta di uno studente di scuola superiore o universitario.

Fatto sta che sia gli adulti (tra i quali anche noi giovani adulti scarpesciuote) che i giovani guardano al futuro partendo dal presente, motivo per il quale la condizione sociale ed economica individuale influenza la propria capacità di percepirsi un futuro più o meno roseo. E quali sono le affordances che il nostro presente mette a disposizione per darci l’idea di dove saremo in futuro?

Senza dilungarmi troppo, potrei riassumerle in parole chiave collegate l’una all’altra da un nesso di causa ed effetto: pandemia – instabilità economica – preoccupazione per la salute – distanziamento sociale – futuro incerto. Le prime due parole chiave sono state analizzate fino alla noia o all’esaurimento dei concetti, per cui voglio darle per assodate (sì, perché si è parlato già altrove della precarietà dovuta dalla mancanza di lavoro che la pandemia ha ulteriormente acuito); la preoccupazione per la salute e il distanziamento sociale, però, come stanno modificando la rappresentazione che ciascun individuo ha di sé stesso tra 10 o tra 20 anni?

Per dare una risposta efficace avrei bisogno che Marty Mc Fly parcheggiasse la sua De Lorean sotto casa e mi invitasse a fare un giro nel 2031 e nel 2041 (con la speranza che non sbagli data e mi faccia fare un giro nel passato). Ciò che è molto probabile è che gli starnuti non passeranno più nell’indifferenza generale, così come la cucina tradizionale di qualsiasi posto verrà analizzata con maggiore scrupolo dai turisti gastronomici di tutto il mondo e in tutto il mondo: il raffreddore sarà causa di assenze da scuola e dal lavoro e i vegetariani avranno una freccia in più nella loro faretra. La stretta di mano, l’abbraccio e ogni tipo di contatto fisico “sociale” assumerà un significato diverso da quello attuale: ci vorrà più confidenza affinché ci si possa avvicinare così tanto alle persone.

Al di là delle ipotesi strettamente personali, a tratti banali e quasi ironiche sul futuro relativo all’immediato post pandemia, la capacità di costruirsi un futuro dipende da ciò che il presente fornisce alle persone: provando a vedere il residuo positivo dell’esperienza pandemica a livello globale, ritrovarsi in metropoli aria più pulita, forse, ha accelerato l’abbandono dei combustibili fossili in favore di energie più green del petrolio; l’utilizzo forzoso delle tecnologie multimediali, inoltre, ha permesso ai più scettici di rivedere le proprie posizioni rigide in merito alla comunicazione a distanza (e nel campo degli psicologi, nel 2019, c’era uno “zoccolo duro” fatto di illustri colleghi attempati che riteneva l’intervento psicologico online uno strumento del diavolo che ridicolizzava la professione) e, chissà, ha aperto la strada ad una concezione del lavoro più smart nella speranza che, finita l’emergenza, si possa utilizzare l’esperienza attuale come stimolo a cercare una reale miglioria al lavoro.

Il dato più preoccupante proviene dal futuro che i giovani adolescenti e preadolescenti si prospettano in base alla loro esperienza: un’età di sviluppo che si caratterizza per la comparsa progressiva di una rappresentazione personale di sé nel gruppo dei pari, la quale crea le condizioni per concepirsi come parte integrante di una società risentirà sicuramente tantissimo della limitazione alla socialità che stiamo vivendo. È possibile ipotizzare una grossa lacuna nel modo di vedersi questi ragazzi come facenti parte di un sistema sociale ampio. Per loro il futuro è sicuramente più incerto e insicuro del nostro.

La mascherina e poi? Giovani e futuro

La mascherina e poi? Giovani e futuro

Le belle giornate invernali ad Atripalda sono riconoscibili sin da subito, dalle prime luci del mattino. Il sole, vigoroso, colpisce gli spigoli e le punte dei palazzi, dei balconi e dei tetti. In quel momento inizia la giornata di tanti e tra questi anche quella del sottoscritto. Un insieme di azioni, abitudinarie, quasi ritualizzate che mi accompagnano in casa prima di raggiungere la porta e conquistare così la strada. Ci sono cinque piani che mi separano dalla strada e in quei cinque piani di scale, ogni mattina cerco di preparare il mio futuro prossimo. Pochi secondi, meno di un minuto, per definire un’intera giornata. I piani diminuiscono e mi avvicino sempre di più alla strada.

Finalmente arriva, il momento in cui apro il portone per uscire di casa. La luce ha toccato l’asfalto e sono consapevole che, salvo in rare occasioni, sarò sempre secondo in questo stupido giochino. L’aria del mattino è fredda e rigenerante, se ne accorge subito il mio corpo, o meglio se ne accorge subito quella parte di viso direttamente esposto alla luce mattutina. Un momento di inconsapevole riscoperta. Come per gli spigoli e le punte dei palazzi, anche il nostro corpo risente dell’azione dell’ambiente esterno e lo percepisce in maniera diretta e non, a seconda della quantità di abiti che indossiamo per proteggerci dall’insopportabile freddo umido. Proprio lì riesco sempre a stupirmi dell’insensibilità che la mia bocca e il mio naso hanno a tutto questo processo. Ci metto qualche secondo per ricordarmi che una motivazione c’è ed è dettata dalla mascherina che ormai indosso per almeno 8 ore al giorno.

In quell’attimo, mentre cammino per andare in ufficio, ricordo quelli che sono stati gli ultimi mesi: la sensazione di spaesamento, una costante anche quella, dei primi giorni di marzo 2020, del silenzio irreale in pieno giorno, di una collettività ricercata sui balconi, dell’estate volare e dall’apprensione scaturita dopo aver appreso di essere positivo, tramutatasi in paura per quei contatti stretti e quotidiani riassumibili nella mia famiglia. Ma in quell’interminabile attimo riscopro anche una grande assenza, riscopro l’incapacità nel definire un futuro.

Le fredde mattine invernali mi portano sempre a questo punto a ricordare che di futuro abbiamo smesso di parlare, ma soprattutto abbiamo smesso di reclamarlo. Dopo un anno, sotto questo aspetto, nulla è cambiato: generazione dimenticata e precaria. Siamo diventati la generazione degli inoccupati, molti di noi non si possono nemmeno permettere il lusso di essere disoccupati, e degli eterni in formazione. Richiamati sempre alla responsabilità e al sacrificio con la promessa di essere finalmente ascoltati, rimaniamo eternamente giovani.

Una condizione questa che si ritrova in ogni sfera del mondo e che porta a conseguenze ben più ampie. Un requisito che poi porta ad esclamare ad alcuni, non senza una punta di disprezzo, “Dove sono i giovani?! Nessuno più si interessa della città, le nostre piazze sono morte, i nostri spazi escono sconfitti. I critici borbottano: le cause sono queste e quelle (esclamerebbe un famoso poeta russo)”. Ebbene i “vostri” giovani sono in qualche azienda a farsi sfruttare per una misera paga, a lavorare a cottimo, sono costretti a sorridere dentro un negozio con turni massacranti, sono dietro un pc ad ammazzarsi la vista, sono eterni concorsisti e via dicendo. Ritornano a casa, poi stremati. Vorrebbero dire e fare tanto sul futuro delle nostre città, ma restano sempre in bilico tra il mondo del lavoro che richiede sempre più sacrifici, consegnandoli comunque ad una incompletezza semi-permanente, e una città spesso sospettosa verso ogni azione.

Arrivati a questo punto dovrei giungere alla conclusione, ma come ogni bella giornata invernale che si rispetti anche io sono arrivato all’ingresso dell’ufficio e devo pensare al presente, al futuro ci penseremo poi…

L’Italia è una Repubblica democratica basata sul colore (delle sue zone)

L’Italia è una Repubblica democratica basata sul colore (delle sue zone)

Ormai rappresenta uno sport nazionale, interessante: ci tiene incollati alla tv, ci costringe ad urlare davanti all’ultima diretta in cui ci convinciamo di aver subito qualche torto.

Il giorno dopo leggiamo con la solita poca attenzione i commenti e le analisi, li riproduciamo a modo nostro nei rari momenti di timida collettività, in coda alle poste, al tabacchino o all’edicola, ne scriviamo sui social, insomma ci ha trasformato in milioni di CT-S[1].

Di cosa stiamo parlando?

Non certo della Nazionale, era chiaro. Stiamo parlando dei molteplici colori che la nostra cartina ha acquisito negli ultimi mesi. Per anni siamo cresciuti incapaci di immaginare un colore diverso da quello del verde, immenso, della pianura Padana o del colore marrone, intenso della catena montuosa delle Alpi, o al massimo con in testa la composizione arlecchinesca, di quelle tante cartine amministrative che affollavano le pareti delle nostre classi e che ora affollano i nostri ricordi. Ma al giorno d’oggi, a causa di tutto quello che stiamo vivendo, abbiamo dovuto ridefinire il colore dei confini geografici e amministrativi, regionali e non e così ci siamo ritrovati ad osservare lo stivale con non più di quattro colori.

Abbiamo imparato a dare un nuovo significato a quei colori, abbiamo dovuto ridefinire i nostri spazi, i nostri modi di viverli attraverso una nuova linea del colore. Con trepidazione controlliamo le informazioni relative alle “nostre zone”, invidiamo chi ha un colore meno allarmante del nostro e desideriamo libertà altrui.

Ci siamo subito convinti di vivere una condizione del tutto nuova e particolare, ci districhiamo all’interno di questo “nuovo” sistema, muovendoci con una consapevolezza differente, anche e soprattutto nelle nostre stesse città.

In queste due settimane vorremmo riflettere proprio sul nostro modo di intendere e vivere gli spazi e del cambiamento provocato dalle zone di colore, da sempre esistite e di recente definizione per mano di un DPCM.

Antonio Lepore
Andrea Famiglietti


[1] Commissari Tecnici Scientifici.