La leggenda metropolitana del Natale al freddo

La leggenda metropolitana del Natale al freddo

E c’era l’asfalto laddove prima vivevano miliardi di granelli di sabbia. A me comunque non dispiace. Non mi inzozzo i piedi e per di più non devo più temere la comparsa di animali mitologici. Insomma, non mi lamento. Certo, la scomparsa del mare non è un dettaglio da trascurare, ma del resto ci siamo abituati già. In fondo, uno dei pochi pregi dell’essere umano è l’adattamento alle cose che roviniamo a causa dell’ossessiva ricerca del business. Basti pensare alla musica che ascoltiamo oppure alle retribuzioni dei lavori moderni: ci adattiamo, ci abituiamo. Io comunque non sapevo nuotare, però non era malaccio vedere i bambini allegri giocare a palla mentre gli adulti si facevano i fatti loro. Almeno, però, ora ci sono cellulari giganti che rendono superflui gli ombrelloni e comunque distraggono i ragazzini.

Se devo essere onesto, di queste nuove stagioni non riesco a sopportare soltanto il Natale con 40 gradi. Cioè più di vent’anni fa ricordo che indossavo maglioncini con le renne disegnate ed era bello assai mangiare tanto senza sudare e stare a casa sorseggiando una cioccolata calda. Ed invece ora con questo caldo assurdo abbiamo dovuto prima di tutto rivoluzionare il menù del cenone (nonna, per fortuna ora non sei più qui). I maglioncini sono stati bruciati e hanno lasciato il posto a magliettine sottilissime. E non si festeggia più a casa bensì in una specie di locali superclimatizzati che prima erano bunker antiatomico inutilizzati perché le guerre sono passate di moda visto che le mezze stagioni non esistono più.

Ora che ci penso bene, mi rattrista non vedere più tanti animali che prima mi facevano sorridere. E mi immalinconisce anche aver dovuto rinunciare a scrivere una poesia nei Paesi nordici come i Kings of Convenience. Ma va bene così: alla fine piove soltanto due o tre volte l’anno e se sopravvivi è sempre estate.

Abbecedario di provincia: lettera B

Abbecedario di provincia: lettera B

Un giorno lessi un proverbio giapponese che diceva “Se posti dieci storie instagram con frasi poetiche ti trasformerai in un monologo di Benigni”. Che poi quel finale con la bandiera americana per vincere l’Oscar, vabbè, non aumentiamo la schiera dei complottisti. In pratica sto tergiversando perché in questa settimana non ho grandi sentimenti da raccontare né emozioni in particolare. Ho soltanto un pensiero più o meno fisso, ovvero la B di Berlinguer e, citando Pino Roveredo, “mio padre votava Berlinguer perché diceva fosse una brava persona” (ricordo a memoria soltanto Gio Evan), quindi anche la B di brava persona.

Ma non voglio parlare di Berlinguer, che al di là di ogni ideologia era davvero una brava persona, ma un po’ di quello che è accaduto alla nostra povera patria negli ultimi tempi, con Renzi che ha deciso di bucare il pallone e quindi nonostante il sole niente partita. Vorrei raccontare – sul piano “sentimentale”, le analisi politiche le lascio a tutti voi che capite sempre prima e meglio degli altri – la “brava persona” che ho visto nel premier uscente Conte. Politicamente mi sono schierato pochissime volte, ho le mie idee ma credo che la fede politica, così come quella religiosa, vada messa in pratica nella vita di tutti i giorni, non urlata sui social o sulle felpe.

Stavolta, però, voglio fare un’eccezione, perché dopo tanti anni, diciamo da Bersani, sia il politico che il cantante, mi sono sentito rappresentato da qualcuno lì a Roma, anche quando ha commesso degli errori, tipo allearsi con Salvini, ma anche mia madre tollera certi difetti di papà, per amore e perché è una “brava persona”. Ecco, ho sempre pensato che le brave persone hanno il superpotere di ingoiare i “rospi sopportabili” perché sanno che conta altro, che può essere la serenità della famiglia oppure dare un cazzo di governo a questo Paese già in ginocchio. Poi, quando si tradisce oppure da ubriaco si balla sulle tette di cubiste in spiaggia, pure le brave persone si spazientiscono e tutti a fanculo.

Però ricordo, e già rimpiango un po’, le sue lacrime quando aumentarono a dismisura le vittime di questo maledetto virus, il suo orgoglio di rappresentare il Paese che ha inventato almeno metà mondo (mentre scrivo questa frase mi viene voglia di affacciarmi al balcone con il petto in fuori e le mani sui fianchi), e l’accettazione della sconfitta, quando ha capito che non c’era più nulla da tenere, tipo mia madre quando lascia sclerare in solitudine papà andandosene in cucina. 

Abbiamo un disperato bisogno di brave persone, di chi pensa ai cazzi suoi, ma dopo aver pensato a quelli degli altri, a chi chiude gli occhi, a volte, soltanto per riaprirli più forte domani (ho anche semi-citato una delle sue frasi più riuscite, forse un po’ commerciale, ma di effetto).

In fondo ti perdono tutto, tranne Casalino.

Abbecedario:lettera D

Abbecedario:lettera D

Umilmente credo di essere uno degli eredi possibili di Santo Agostino. Nel corso della mia giovane vita –i miei 28 anni vanno ancora d’amore e d’accordo con l’adolescenza- ho già raccolto almeno una prova dell’esistenza di Dio (forse 2). Ed indovinate un po’ qual è la parola della settimana? Inizia con la D. No, non è D’Urso Barbara; nemmeno disgrazia (anche se è la prima parola che mi viene in mente quando guardo la mia faccia). La parola della settimana è Dio (non ve lo aspettavate, soprattutto tu che ieri mi hai sentito imprecare quando l’Inter ha subìto il pareggio da parte della Lazio).

Allora secondo me Dio esiste e non è ovunque. Lui si manifesta, come tutti i geni, nei momenti più imprevedibile, tipo quelle situazioni in cui stai per allargare le braccia e con la poca voce che sopravvive in gola esclami “Oh, mi dispiace, è andata così”. Lì, in quel preciso momento, senti una strana forza, che forse è anche un po’ di culo, che sistema le cose. Almeno per una mezza giornata. Che brutto discorso che sto per fare, mi fermo. Ecco la prova (forse 2) che certifica l’esistenza di Dio.

Quella sera.

Era una sera in cui tutto era andato storto (almeno nella mia testa). E soltanto con una sigaretta di compagnia, ebbi la quasi certezza che non stavo costruendo nulla. Sì, qualche sogno c’era, ma ben nascosto nei cassetti contenenti filtri usati e fazzoletti ambiguamente sporchi. E c’era una cosa che mi faceva male nel petto: la sensazione di non sapere cosa volessi. Così, tra un alito di vento ed una di fumo, senza un motivo preciso, iniziai a fissare il cielo. In un film vidi che il protagonista, in crisi proprio come il sottoscritto, osservando il cielo capì che il suo destino era pilotare gli aerei.

Dopo mezz’ora, e decine di messaggi di operatori telefonici che attendevano il mio ritorno promettendomi mari e monti, non cambiò nulla. Anzi, ero ormai deciso di trovare un impiego normale –che non vuole dire un cazzo- e vivere nel modo più dignitoso possibile (che secondo me rimane la strada più difficile da percorrere). E lì, proprio nel mentre di questo pensiero, mi venne da sorridere. Dentro di me sentì che non c’era alcuna fretta, che occorreva avanzare un passo dopo l’altro e che ognuno di noi ha i suoi tempi, che non sono mai identici a quelli degli altri. Il dolore vissuto fino ad allora all’improvviso spiegò le braccia e mi sussurrò “Senza di me odiereste ridere” e le stelle, quasi come se fosse la canzone di Bennato, mi suggerirono di aprire quel cassetto e vivere non per forza per realizzare i sogni, ma per provarci e casomai giungere alla fine dei nostri giorni sfiancati dalla fatica di averli rincorsi (che a furia di correre qualche sogno sicuramente lo buttiamo giù).

E poi, sempre all’improvviso (che banalità), vidi miliardi di destini rincorrersi nel cielo e in quelle scie c’erano riflesse tutte le persone che in contemporanea stavano vivendo i miei stessi dubbi esistenziali e mi accorsi di non essere solo. Ecco, per me tutto questo casino di pensieri che ho provato a scrivere era Dio.

P.S: L’Inter campione d’Europa.

Il 22 maggio 2010, a distanza di 45 anni dall’ultima affermazione, l’Inter in finale di Champions League sconfisse il Bayern Monaco. Credo che nella stagione 2009/2010 i giocatori nell’Inter abbiano avuto affianco qualcuno di molto speciale.

La crisi d’amore tra la Terra ed i suoi abitanti

La crisi d’amore tra la Terra ed i suoi abitanti

Innanzitutto vi ringraziamo per le attenzioni che ci state dedicando. I nostri pezzi sono molto letti e per una realtà come la nostra, nata da poco, è già tanta roba. Dopo questo breve passaggio forse un po’ troppo autoreferenziale, vi annunciamo la materia intorno a cui ragioneremo in questa settimana: l’ambiente. “Sticazzi” potrete dire, aggiungendo che il termine ambiente è troppo generico e che può significare tutto o niente.

Ma noi, banda di scarpesciuote sì ma con i “cosiddetti”, abbiamo la risposta pronta: per noi scrivere di ambiente vuol dire osservare l’andamento della relazione sentimentale tra il pianeta Terra e tutte gli esseri viventi e non viventi che lo abitano.

È inutile girarci intorno: questa storia d’amore è in crisi da tempo immemore. Giorno dopo giorno i tradimenti, almeno da parte di noi non umani, sono aumentati: fiumi di industrie, immondizia nascosta sotto alle giostre per i bambini, l’ex calotta glaciale del polo nord, tramonti di plastica e tante altre schifezze figlie della nostra arroganza.

Per risollevare le sorti di questa relazione basterà una terapia di coppia? Forse è tardi. Però ci dobbiamo un tentativo disperato, tipo una corsa sfrenata in aeroporto per evitare che la Terra parta senza neanche un abbraccio.

Quindi noi proviamo a fare la nostra parte, con una serie di scritti che speriamo siano interessanti. Voi stateci accanto, ovviamente rispettando tutte le misure previste dagli ultimi DPCM (quanto suona bene DPCM).

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore