Irpinia Mon Amour

Irpinia Mon Amour

Sono giorni difficili. Sono mesi complicati. Sono tempi complessi e molto più spesso di quanto avremmo mai potuto immaginare ci ritroviamo in alcuni momenti del giorno a ripensare al nostro passato. Più precisamente alla nostra infanzia. Con lo sguardo assente di chi si trova altrove, nel tempo e nello spazio, ritorniamo alle nostre infanzie, ovattate e piccolo borghesi. Ripensiamo con assoluta nostalgia a quello che per molti è stato un porto sicuro, lontano da tempeste e mareggiate. Per anni siamo stati al sicuro anche da qualsiasi forma di disagio economico e sociale. Per molti di noi termini come povertà ed emarginazione riportavano alla mente scenari esotici, frutto di qualche, insolita, testimonianza missionaria rilasciata durante la messa domenicale.

Per anni non siamo stati capaci di mettere a fuoco questi fenomeni: eravamo miopi e li consideravamo troppo lontani. Ma col tempo ci siamo dovuti ricredere. La povertà, il disagio economico e sociale, l’emarginazione era sempre stata lì, vicino a noi. Era nelle nostre strade, in fila nei supermercati, nel palazzo di fronte e persino allo stesso bancone del bar. Abbiamo col tempo imparato a conoscere i segni, spesso invisibili, di questi fenomeni. Proprio su di uno vorrei concentrarmi particolarmente, ovvero sulla marginalità giovanile.

L’IRPINIA E I GIOVANI AL MARGINE

In questo periodo è molto difficile intraprendere un itinerario fisico, ma proviamo ad immaginare una provincia del Sud Italia, come quella Irpina. Proviamo ad immaginarla con i suoi 118 comuni disseminati su una superfice di circa 2.800 km². Ma oltre i dati geografici dovremmo sforzarci di immaginarla anche su un piano demografico con la sua popolazione di 410.369 abitanti e con una popolazione giovanile di 146.775, ovvero il 35,7% dell’intera popolazione (fonte Demo Istat,2020). Un dato che se paragonato con l’ultimo disponibile sul sito dell’Istat, ovvero del 2012 è pressoché eclatante. La popolazione era di 428.855 abitanti e i giovani rappresentavano 170.182 unità, ovvero il 39,6% della popolazione. Quello che i numeri possono comunicare è la costante erosione demografica di una terra, che in meno di dieci anni ha perso circa 18mila abitanti. Quello che i numeri non ci raccontano sono le vite, soprattutto dei giovani che “studiano dove si può studiare e lavorano dove si può lavorare, e non tornano più”.

Sono in tanti quelli che si sono ritrovati ai margini della società capitalista, sempre più in crisi, e della sua struttura economica e sociale, che non ha posto per tutti e ha finito con l’escludere una larga fetta di popolazione che così facendo non riesce più a trovare posto nel mondo. Ci si ritrova ai margini in un momento generazionalmente importante, schiacciati da una struttura che valuta l’affermazione dei suoi componenti attraverso il superamento di alcuni riti e l’incapacità dei tanti di assurgere agli stessi. Le reazioni sono fondamentalmente tre, tutte parziali e temporanee: c’è chi continua il proprio percorso accademico/formativo, una punizione da girone dantesco, sperando prima o poi di uscire dal più grande parcheggio italiano, l’università. C’è chi decide di andare via, alla ricerca di un posto nel mondo che in Irpinia non sarebbe mai arrivato.

Infine c’è chi resta e tenta un disperato ingresso nel mondo. Sono in molti a tentare questa strada e le ragioni sono molteplici e vanno dalle questioni personali, sentimentali, familiari, fino a quelle sociali e politiche.

IL PROBLEMA DI CHI RESTA – EMARGINAZIONE CONSAPEVOLE

Quasi tutti quelli che intraprendono questo percorso si condannano ad una consapevole condizione di marginalità che li accompagnerà per anni nella speranza che un giorno possano finalmente uscire da questo limen.

Sanciscono il proprio ingresso nel mondo del lavoro, da giovani, almeno sul contratto. Una miriade sono i sotterfugi per non consegnarli dignità e una paga adeguata. Si inizia quasi sempre come volontari di servizio civile, poi si passa a volontari di garanzia giovani, successivamente si arriva agli stage e nel migliore dei casi al tirocinio aziendale o all’apprendistato. Eccoli i giovaninongiovani caricati di ogni responsabilità al lavoro, ma privati della possibilità di reclamare un proprio posto dignitoso nella società. Sono incapaci di conquistare una propria indipendenza, vivono ad oltranza con le proprie famiglie, accompagnati da un costante senso di alienazione che prende forma ogni mattina dal proprio letto e che li accompagna per tutto il giorno.

Condannati ad essere eternamente ragazzi subiscono le arroganze, lavorative, di diversi esponenti delle generazioni passate. Alcuni di questi non lesinano ostentazioni del proprio estro imprenditoriale e delle proprie capacità di self made men, salvo poi dimenticarsi come hanno costruito le proprie fortune su una delle più grandi tragedie che questa terra ha vissuto. Una tragedia che ha portato con sé morte e distruzione, ma che al tempo stesso ha permesso ad alcuni (un discreto numero di imprenditori delle precedenti generazioni) di ottenere più degli altri a scapito degli altri.

CONCLUSIONE

Vorrei essere più ottimista e regalare una speranza di sicuro stravolgimento delle attuali condizioni, ma purtroppo non è così che funziona. I giovani di questa terra, e più in generale i giovani, dovranno lottare per ottenere ogni minimo cambiamento positivo, saranno spesso ricacciati ai margini, saranno derisi, chiamati sfigati, choosy e bamboccioni. Dovranno liberarsi della più grande sindrome di Stoccolma che una generazione abbia mai vissuto. Solo così potranno cominciare a gettare le basi per sconfiggere questa forma di emarginazione in cui si trovano a vivere.

Volevo emarginare me stesso

Volevo emarginare me stesso

Mentre i romanzi scritti dagli influencer si susseguivano, io incominciavo ad annotare ai margini della mia anima i pensieri miei, le emozioni mie, le canzoni scritte dagli altri ma da sempre mie. Emarginare me stesso e somigliare agli altri, a chi ce l’ha fatta: in fondo me lo consigliò anche quel tizio che pretendeva di essere chiamato ‘professore’.

È un processo che si avvia all’improvviso, un po’ tipo quei cazzo di programmi su pc che ti aprono mille finestre con donne nude (dovrebbero caricare anche immagini di uomini nudi per la parità di genere). Dentro di te cova la convinzione che in questo mondo non c’è posto per tutti, tantomeno per te che non hai l’accento ‘giusto’, la famiglia ‘giusta’, l’outfit ‘giusto’.

E neanche quelli emarginati per moda ti accettano nei loro club di sinistra. Ti senti fuori posto, a te non frega un cazzo della filosofia di Marx mentre ti interesserebbe sapere come va a finire l’ultimo di Fabio Volo. E quando arrivi a questo punto della vita riesci ad empatizzare un po’ con il protagonista del film “Green Book”: un pianista troppo nero per essere accettato dai bianchi e troppo di successo per essere accolto dalla ‘sua’ gente. Io mi sentivo così: una via di mezzo. Credo che cominci così il processo di emarginazione durante gli anni della gioventù. Allora per non restare solo, metti da parte – emargini – la necessità di scoprire te stesso per incominciare a somigliare a chi sta in ‘gruppo’.

Ed invece è una gran cazzata. Non è il momento della morale, tranquilli, non sarei la persona giusta. Ancora oggi, in mezzo agli altri, fuggo da certi mie riflessioni o gusti personali per stare dalla loro parte. Non è facile non sentirsi emarginati, soprattutto in questi tempi dove tutti stanno pronti con il dito indicato appena dici “secondo me…” e quindi tu stai zitto, abbassi la testa e bastoni te stesso in uno stanzino umido e piccolo che tutti chiamano ‘intimità’. Io, però, ci sto provando ad essere me stesso: alla fine del gioco sto iniziando a capire che emarginare sé stessi forse è la tortura più pericolosa che possiamo farci (altro che Kim Jong-Un).

L’emarginazione che non si vede

L’emarginazione che non si vede

Quella appena trascorsa è la seconda Pasqua vissuta in una condizione anomala. Stavolta, però, non vogliamo scrivere di privazioni o mancanze, bensì vorremmo porre l’attenzione su quello che dopo un anno è diventato un fenomeno eccessivamente diffuso: l’emarginazione e la vita vissuta ai margini. Un fenomeno che, con le sue dovute eccezioni, possiamo definire intergenerazionale ed interclassista.

Quello che maggiormente colpisce è l’ambivalenza dello stesso: infatti la visibilità di alcuni fenomeni di marginalità vengono alla luce solo in seguito ad episodi violenti ed irreversibili.

Ma mentre in alcuni casi le conseguenze riescono a far emergere, seppur tardivamente, determinate condizioni di drammaticità, ci troviamo a fare i conti anche con altre forme di disagio che possono essere quello sociale, psicologico ed economico e che interessano, anche e soprattutto i più giovani delle nostre comunità.

In queste due settimane vorremmo, insieme a voi, approfondire questa tematica. Vorremmo parlare di disagio ed emarginazione, cercando di comprendere le biografie dei tanti che vivono in queste condizioni e cercare di trovare delle strade di dibattito e di discussione utili ad accendere un riflettore su un palcoscenico che solitamente resta all’oscuro, senza spettatori.

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore