Ecco

Ecco

Ecco. È il titolo di una canzone di Niccolò Fabi, anzi il titolo della canzone, quella scritta in seguito alla morte prematura della figlia. Si tratta di un testo struggente in cui il cantautore immagina azioni al contrario. Abbiamo, quindi, una freccia che piantata in un ramo percorre il suo tragitto a ritroso per poi tornare al suo arco; dei pezzi di vetro sul pavimento che prendono il volo per tornare a ricomporsi in bicchiere. Fabi tenta di riavvolgere il tempo, sperando che insieme a quella freccia torni indietro anche sua figlia. Il suo è un fallimento – quello di non essere riuscito magari a fare abbastanza – e vorrebbe una seconda possibilità.

Fallimento. È una parola che non comprendo poi così bene. A livello fonetico mi trasmette tanta negatività. È come se tra le lettere che la compongono fosse incastrato un dito pronto a puntare contro, a giudicare. Ma cosa vuol dire realmente fallire? Cercando su Google ho, con sorpresa, scoperto che la parola fallimento deriva dal latino fallere, inganno.

Fallimento e inganno. Due parole che hanno in comune l’accezione negativa, ma cos’altro? Ci ho riflettuto e sono arrivata alla conclusione che nella parola inganno sia racchiusa la vera natura del fallimento. Non intendo dire che chi fallisce sta al contempo ingannando qualcuno, ma piuttosto che inganna se stesso.

Mi spiego. Nell’immaginario condiviso una persona che fallisce è tendenzialmente vista come un individuo incapace di ottenere quello che vuole. Per quanto si possa mostrare una certa dose di compassione nei confronti del fallito, anche quest’ultimo in prima persona prova vergogna nel comunicare il mancato raggiungimento dei propri obiettivi. Nella nostra società fallire è una colpa e chi incespica in questa disgrazia si sente in dovere di giustificare la propria condizione, magari cercando cause esterne che possano ridurgli la pena.

Il fallimento racchiude in sé la convinzione di non essere all’altezza ed è con quest’arma che inganna la sua vittima. Il fallito, quindi, si sente inadeguato e viene pervaso da sensazioni negative che difficilmente conducono a una reazione.

Il fallimento inganna perché non lascia intravedere la sua energia positiva. Eppure essa esiste. È un aspetto considerato da pochi, ma il fallimento trasporta con sé una potenza risolutiva che non dovrebbe essere mai sottovalutata. Chi fallisce ha sì un dito puntato contro, ma anche tutti gli elementi per fare in modo che quello stesso dito si rigiri e punti verso una direzione, una nuova strada. Chi fallisce ha appena fatto un’esperienza e da quella esperienza ha tratto un insegnamento. Quantomeno conosce gli errori compiuti e sa, quindi, evitarli.

Spesso, nel tentativo di rincuorare una persona che ha fallito si fa riferimento all’idea che, una volta toccato il fondo, non si possa fare altro che risalire. Falso. Risalire è una scelta, altrimenti si rischia di restare su quel fondo. Non facciamoci, quindi, ingannare dalle parole: fallimento è oggettivamente una brutta parola, ma potenzialmente può condurre a risvolti molto positivi. Ecco.

La scelta prima dell’ordine

La scelta prima dell’ordine

Cara Fabiana,

mi sa che quest’anno non ritorno a casa. Lo so, quello del nostro incontro – o meglio dello scontro tra la Fabiana del passato e quella del presente – è un momento sempre molto atteso. Un evento piuttosto traumatico, un’inevitabile esplosione di emozioni, considerazioni, riflessioni, che ci permette di fare un resoconto della nostra vita fino a oggi e per questo sempre bello. Dobbiamo, però, farne a meno, onde evitare che questa maledetta epidemia faccia ancora più danni di quelli che non stia già facendo.

Rinuncio, quindi, a incontrare te, la nostra famiglia, e rinuncio anche a incontrare la mia città, Napoli, e quella sensazione così destabilizzante che mi accompagna a ogni ritorno a casa.

Mi pesa, certo, ma, piuttosto che lamentarmi, ho pensato che sarebbe stato meglio analizzare quello che sta accadendo. E così mi sono resa conto che, parlando sempre di ritorno a casa, in questo momento storico particolare, quella che è venuta meno è la certezza di avere sempre pieno controllo di ciò che accade e, di conseguenza, poter decidere cosa fare e non fare. Mi spiego. Quando ho deciso di andare via da Napoli e trasferirmi a Parma tra i pro che mi hanno fatto propendere per questa scelta c’era sicuramente la certezza di poter ritornare nella mia città periodicamente, quando volevo insomma, e che anche le persone a me care sarebbero potute venire a trovarmi in qualsiasi momento.

Beh, ora questo è venuto a mancare, il nostro potere decisionale. Qualcun altro o qualcos’altro decide per noi, stabilisce quando muoverci o stare fermi a casa, gli orari in cui sposarsi e dove spostarsi. Un po’ come quando sei in malattia, puoi uscire da casa in determinate fasce orarie e devi prendere per forza quelle medicine che ti sono state prescritte. Lì, però, sei presumibilmente malato e il rispettare determinate regole ti conduce alla guarigione, a un benefit personale.

In questo caso, invece, o meglio nel nostro caso e in quello di migliaia di persone che per fortuna non sono state ancora – e speriamo mai – contagiate dal Covid-19, rispettare tutto ciò che è racchiuso nelle innumerevoli ordinanze da cui siamo ormai sepolti significa contribuire a una guarigione collettiva, fare una scelta per il bene della società.

Eh sì, cara mia, qui si sta parlando di altruismo che, diciamoci la verità, nella continua battaglia con l’egoismo, non è che ne esca proprio sempre vincitore. Facciamo un esempio, quello del Natale che, tra l’altro, è imminente. A Natale la Fabiana egoista vuole tornare a Napoli, riunirsi a tavola con la propria famiglia – circa trenta persone se tutto va bene – e mangiare spaghetti alle vongole, capitone, insalata di rinforzo, frutta secca e panettone fino alla morte; nel tempo rimasto incontrarsi con gli amici – in questo caso non vale il “pochi ma buoni” – e giocare a tombola fino a notte fonda. Poi, c’è la Fabiana altruista che per il bene della comunità a Natale preferisce un pranzetto romantico con il proprio compagno a Parma.

Ora, immaginando che le due Fabiana rappresentino due ipotetici comportamenti di una fetta della popolazione nazionale, secondo te cosa andrebbe a scegliere naturalmente la maggior parte delle persone? Credo che la risposta sia evidente, ma, ironia a parte, è molto probabile che proprio quella preferenza almeno per quest’anno non sia possibile sceglierla. Ci verrà imposto, non per un capriccio, ma per uscire dall’epidemia, di restare dove ci troviamo, a contatto con poche persone.

Ci verrà imposto e questa cosa, il non poter avere diritto di scelta, proprio non ci andrà giù. Oppure, potremmo dimostrarci più intelligenti – o furbi, se vi piace di più – e scegliere di restare dove siamo prima ancora che ci venga imposto. In questo caso la scelta sarebbe nostra e, ancora meglio, si tratterebbe di una scelta consapevole.

Quindi, cara Fabiana, per quest’anno non ritorno a Napoli. Non prenderla a male, la prossima volta che ci rivedremo sarà ancora più bello.

La cultura è una bella impresa

La cultura è una bella impresa

Cara Fabiana,

in questi giorni ho fatto, visto e ascoltato un po’ di cose, per cui ora sono attraversata da molte sensazioni, da molti pensieri. Settembre, il mese dei buoni propositi, è giunto ormai al termine. Dalla finestra accanto alla scrivania da cui ti scrivo vedo le foglie degli alberi cadere, innumerevoli, pronte ad adagiarsi leggere sulla strada, a formare un manto scricchiolante. Sono le cose passate – non importa se belle, brutte, complete o incomplete – e lasciano spazio a rami spogli, pronti ad ospitare cose nuove.

Anche io tra qualche giorno spezzerò la vecchia routine “estiva” e riprenderò quella più impegnativa, anche io, come tutti, cercherò di trasformare i miei buoni propositi in realtà. Intanto, però, approfittando della presenza dei nostri genitori in città, ho camminato per le strade di Parma e visitato alcuni paesini limitrofi.

Sono stati giorni molto intensi, durante i quali ho scoperto luoghi nuovi – come Soragna, Fontanellato, Castell’Arquato – camminato tra costruzioni medievali, ammirato castelli e rocche, contemplato opere e affreschi.

Non c’è dubbio, la cultura la si apprezza sul serio quando è una scelta. Poi, nel momento in cui questa scelta coincide con la libertà da impegni e la leggerezza di animo e mente, ecco che si coglie tutta l’intensità di significati che vi è in quello che osserviamo.

Fare cultura è una bella impresa. Il primo incontro con questa sconosciuta avviene attraverso la scuola che ha il compito di formare l’individuo, di trasferirgli il sapere umano al fine di favorire la costruzione di una personale forma mentis e il conseguente inserimento nella società.

Di certo la scuola fa il suo dovere, ma il fatto che frequentarla appaia come un obbligo, fa sì che qualcosa si perda. Parlando della mia esperienza personale – e sono certa anche della tua – io mi ricordo di una ragazzetta emozionata all’idea di andare a scuola solo il primo giorno, e non per quello che avrei imparato, ma all’idea di incontrare i miei compagni, raccontarsi le reciproche esperienze estive. Un’emozione che sbiadisce già al secondo giorno per poi scomparire totalmente per il restante anno e lasciare il posto all’ansia di interrogazione, alla scocciatura dei compiti a casa, all’odio o alla simpatia verso questo o quel professore.

Fare cultura è una bella impresa e i docenti, i principali operatori di cultura, ne sanno qualcosa. A loro il difficilissimo compito di trasferire, ancora prima dei concetti che costituiscono la conoscenza, la passione per la cultura. Purtroppo, parlando della nostra esperienza personale, sono pochi i docenti che ci sono rimasti nel cuore e, a ripensarci, ognuno di loro non solo faceva il proprio mestiere con passione, ma soprattutto non seguiva il tradizionale iter di insegnamento spiegazione – compiti – interrogazione.

Ricordi, abbiamo amato la filosofia per il circle time in cui potevamo esprimere il nostro pensiero su un argomento con estrema libertà, abbiamo amato la letteratura perché ci hanno mostrato gli strati di significati racchiusi in dei versi, perché in viaggio con Dante nell’oltretomba c’eravamo anche noi.

Fare cultura è una bella impresa, lo sanno anche tutte quelle persone impegnate nella sua promozione attraverso l’organizzazione di eventi. Eh sì, cara Fabiana, a me sembra quasi strano, ma la cultura ha bisogno di pubblicità e anche tanta.

Quando siamo bambini o adolescenti, con tanto tempo a disposizione, non ne cogliamo l’importanza e quando diventiamo grandi abbiamo mille impegni e poco tempo da sprecare.

Eppure la cultura ci avvolge: è in ogni angolo, in ogni palazzo e monumento della nostra città, in quei libri messi in fila troppo ordinati sulla nostra libreria, nelle persone che ci circondano. Spesso, però, non la vediamo, troppo presi dalle “cose serie” o dai social. E così ecco spiegata la necessità di promuovere.

Fare cultura è una bella impresa, ma lo è ancora di più fermarsi a contemplare in una via quella statua che è lì praticamente da sempre, ma che ogni giorno guardi distrattamente mentre corri a lavoro. Non c’è bisogno di nessun professore, di nessun promotore della cultura. Basti tu, la statua e, se hai un pizzico di curiosità, basta prendere il cellulare e usare internet per saperne di più sulla sua storia.

Io l’ho fatto, sono entrata nel Duomo di Parma e per la prima volta ho visto i fantastici affreschi che adornano le sue pareti. Presa da chi sa quali pensieri, seppur vi fossi entrate altre volte, non li avevo mai visti realmente. Questa volta, invece, erano lì, belli, maestosi, da toglierti il fiato. Ci sono sempre stati, ma evidentemente prima non vi ero io, con la testa chissà dove.

Rallentare è il segreto. Certo, il lavoro, gli impegni non si possono mettere da parte, ci danno da mangiare. C’è necessità, però, di alimentare anche la nostra anima, spesso affamata e lasciata in un angolo. La cultura è il cibo più prelibato, non costa nulla e arricchisce tanto.

Certo, questa non è la scoperta dell’America, ma un conto è sapere, un altro è prenderne piena consapevolezza e concretizzarla in azione. Io, per prima trovo difficile mettere in pratica tutto ciò, ma quei luoghi e tutte quelle cose che ho visto in questi giorni, a mente sgombra, il beneficio che ne ho avuto, mi hanno resa più consapevole e questo è già un bel primo passo.

Ora, ad esempio, mi sento un po’ malinconica. Penso a Napoli, lontana e della quale posso godere solo per alcuni giorni quelle poche volte che riesco a tornarci. Ecco, fossi lì, ora, prenderei e scenderei per i suoi vicoli a respirare tutta quella cultura di cui trasuda. Fallo tu per me se puoi.