E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

La guerra era bella soltanto quando me la raccontava mio nonno. Io, bambino, sulle sue gambe, mentre lui, con occhi e parole, tratteggiava uomini cattivi e cieli colorati di morte e fuoco. Provavo paura, ansia, ma soprattutto la serenità di conoscere già l’esito più importante: ovvero lui lì con me. E mi viene da sorridere ripensando, a questo proposito, uno dei suoi detti più riusciti: “Finché le racconti, le cose, significa che tutto va bene”.

Ora, ed è da egoisti, mi sento smarrito, terrorizzato da una storia di sangue e di merda che non so se potrò raccontare a chi vorrà ascoltarmi. Sono tante le domande che frequentano la mia testa: a cosa servono migliaia di bombe nucleari quando ne sono sufficiente un paio per cancellare l’umanità? Perché gli interessi di poco devono invitare milioni di persone alla morte certa? Come mai ho una sensazione sempre più netta sul fallimento del genere umano?

Più di qualcuno mi dirà che si tratta di capire, che si tratta di vicende assai più complesse. Io, però, non sono d’accordo. Per me, quelle persone che siamo stati, siamo e saremo anche noi, devono soffrire soltanto a causa delle buste della spesa pesanti, che ti lasciano un segno sulla pelle peggio degli amori finiti, oppure perché i testi di Diritto Privato sono scritti da un alieno capitato sulla Terra per sbaglio. E visto che sono cattivo, si può provare dolore persino a causa di un lavoro sempre troppo precario.

Mai, però, bisogna avere paura per colpa di pochi coglioni che stanno lì a discutere di confini, missili, negoziati. È molto complicato comprendere che i loro interessi ed i nostri sono due rette parallele che non si incontreranno mai? Che lui, noi, tu, vogliamo “soltanto” vivere tutti i giorni per provare a capirci qualcosa di piccole cose come la felicità, l’amore e stronzate simili?

Tuttavia, so che si tratta soltanto di parole scritte dall’ennesimo coglione che, mentre scuote la testa, ha la quasi certezza che ci estingueremo per colpa nostra ed è forse meglio così.

 

 

Che Dio ed i suoi fratelli e le sue sorelle salvino le donne!

Che Dio ed i suoi fratelli e le sue sorelle salvino le donne!

La sicurezza, che tema del cazzo abbiamo scelto per questo mese. Ho tante parole che mi frullano nella testa, un sacco di incertezze che mi trascino sulla schiena malandata da quando ho capito che in Italia, almeno ad oggi, la sicurezza per le donne non è affatto scontata.

Ecco, se c’è una preoccupazione che mi assilla ogni giorno è proprio questa, e cioè che le donne non sono “libere” di passeggiare a qualsiasi ora, non sono “libere” di indossare quella cazzo di gonna perché noi uomini siamo animali, bestie assetate di sesso. Le donne, anche in Italia, non possono godersi una sana scopata altrimenti vengono accusate di essere troie.

A me fa paura questa società, profondamente maschilista e femminista soltanto a giorni alterni, soprattutto quando può fruttare qualche voto esclamare “le donne, i diritti delle donne e blablabla”. Io non ce la faccio più, vorrei che uno tsunami spazzasse via tutta la nostra brutta mentalità perché non siamo capaci di cambiare, non abbiamo ancora capito un cazzo. Vorrei che tutto finisse all’improvviso, che calasse il sipario su questo schifo di società e che da domani ogni donna possa cantare alla Luna, al Sole, all’amico, al gatto, senza preoccuparsi di altro.

Ieri, mentre passeggiavo tra i vicoli della mia città, ho guardato il cielo. Era sporco di inquinamento e altre schifezze, ma comunque ho chiesto a Dio e ai suoi fratelli di salvare il sorriso delle donne, l’unica cosa per cui vale la pena vivere. Peccato che siamo talmente stupidi da non capirlo. Vorrei che non ricucissero più le loro ferite ma soltanto vestiti, vorrei che piangessero per un amore finito e non per un amore malato, vorrei che si sorprendessero di ciò che sono e non di quanto un uomo possa fare schifo. Vorrei, poi, che un’esplosione di felicità le colga di sorpresa.

Spero che la mia preghiera venga accolta. E non rompetemi i coglioni, la preghiera è l’ultima possibilità visto che noi uomini siamo imbecilli e meritiamo l’estinzione (non tutti, ma una buona parte sì).

 

Un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità

Un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità

Avrei voluto scrivere un pezzo commovente sull’amore. Poi, però, il maledetto signor Spotify ha scelto come colonna sonora di questa fredda sera “Maniac” di Michael Sembello. Allora ho indossato la fascia da palestra e ho incominciato a saltellare come un forsennato. All’inizio ho sudato come un maiale poi ho sentito le gambe sempre più elastiche e mi sono accorto di poter fare cose incredibili, tipo staccarmi da terra di almeno dieci centimetri e addirittura non avevo neanche più vergogna di guardarmi allo specchio. La stessa faccia che fino a ieri mi procurava vomito e rabbia adesso era l’unica che desideravo sul mio collo. Persino il grasso in eccesso mi è apparso come un vestito da festa, sai di quelli belli che ad un matrimonio ti aiutano a strappare complimenti anche dalle immancabili facce di cazzo. Ed è questo l’amore: un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarsi ad una precaria felicità.

Quando c’era il freddo di fine estate e scorsi un treno in lontananza che sbuffava al cielo. Io avevo appena detto addio ad una compagna di classe di cui ero innamorato. Ed ero triste, tanto triste. E lì, su quella panchina, scrissi la mia prima roba. C’era amore in quell’istante – per un sogno che sta ancora qui accanto a me – nonostante la triste certezza di non poter più riassaporare le sue labbra sapore Labello.

Quando calpestai la prima volta un marciapiede di Atripalda, purtroppo o per fortuna la mia città. La nebbia, l’umidità che ammazza le ossa, e poi gli amici. Attraverso l’amore che provo per ognuno di loro ho scoperto che nella nebbia ci si può giocare a nascondino e che un piccolo centro favorisce gli abbracci più forti. E soprattutto grazie a questo amore ora so sempre dove stanno le montagne. Ed io mi sento protetto anche quando la sabbia scotta troppo.

Quando ho vissuto il dolore più forte della mia vita e all’improvviso in casa entrò un sacerdote impazzito. Sembrava un incrocio tra un personaggio scritto dal miglior Verdone ed un cantautore folk caduto in disgrazia. In mezzo a tante lacrime vidi lei, la mia compagna, ridere di gusto e non sa che in quel momento mi ha fatto la dichiarazione d’amore più bella che ci possa essere: ovvero mi ha dedicato un momento privo di razionalità ma necessario per avvicinarmi ad una precaria felicità nonostante la tempesta.

Abbecedario di provincia: lettera S

Abbecedario di provincia: lettera S

Che poi vorrei vivere a New York da sempre ed invece mi ritrovo a sopravvivere in una piccola città dove i giovani son già morti. Pensate a me: continue emicranie causate dall’umidità, o da qualche malattia mortale che scoprirò troppo tardi; abbigliamento da uomo ormai consumato e che in teoria dovrebbe saper montare almeno un mobile di Ikea; e per finire una chioma che mostra preoccupanti segnali di cedimento.

E nonostante i 30 anni siano ancora un po’ distanti, ogni mattina, quando mi guardo allo specchio, sento crescere dietro alle mie spalle curve la rabbia per non aver ancora navigato il mare che separa i miei vorrei dalla quotidianità che vivo sul serio. E a volte mi fermo su di uno scalino di un bar sudicio e tremo dall’idea di aver già fallito. Sì, qualche piccola gioia l’ho messa a segno, però quotidianamente siamo bombardati da esempi straordinari, tipo quel tizio che nonostante la giovane età aveva già conseguito oltre quattro lauree, e quindi ti piglia quell’ansia di aver sbagliato tutto e che quel famoso mare citato prima, in realtà, non lo attraverserai mai (nemmeno se sei il miglior costruttore di navi al mondo).

Però, oltre ad aver imparato che non tutti i film con Adam Sandler sono un mix di goffaggine e banalità, ho appreso con grande gioia – mi pare da un video su Youtube di incitazione a fare, mental coach, life coach – che con caparbietà e lavoro si può riuscire a realizzare i propri sogni e che non si è mai in ritardo e che, fortissimo rullo di tamburi, non esiste nessuna tabella di marcia del cazzo da rispettare. Allora accantono i miei fallimenti e, bello comodo davanti al pc, penso ai sogni che vorrei realizzare anche in punta di morte, quando spero che tutto diventi più chiaro.

Istruzioni prima dell’uso: Si tratta di sogni ‘sentimentali’, a cui aggiungere: vincere un milione di euro, vivere un giorno insieme a Putin ed il suo cane (magari giustiziando anche qualche mio nemico) e scoprire il luogo in cui è custodito il Santo Graal e quindi autonominarmi Papa forever.

Ecco tre dei sogni che ho.

Andarmene felice: Vorrei che quando arriverà il momento di chiudere gli occhi per sempre, io stia in pace con me stesso. Cioè, ad esempio, sentire la consapevolezza di aver corso quando c’era da correre e di aver passeggiato quando il tramonto era bello davvero. E di essermi fermato quando c’erano accanto a me degli occhi da amare.

Vivere grazie alle mie passioni: Non vorrei mai festeggiare un contratto a tempo indeterminato in qualsiasi ufficio. Sogno, invece, di essere circondato da tutte le parole di questo mondo e come un piccolo libraio prendere una scaletta e scegliere le più giuste per raccontare.

Avere il coraggio di rischiare: E penso che questo sia il sogno più complesso da realizzare. Però me lo coltivo ogni giorno, e spero che lo facciate anche voi. In fondo, per navigare quel mare bisogna soprattutto rischiare e chissà, forse domani mattina mi sveglierò e vedrò un cazzo di grattacielo spuntare nel riflesso della mia finestra.

Canzone che consiglio: Dargen D’amico-Ama Noi