La leggenda metropolitana del Natale al freddo

La leggenda metropolitana del Natale al freddo

E c’era l’asfalto laddove prima vivevano miliardi di granelli di sabbia. A me comunque non dispiace. Non mi inzozzo i piedi e per di più non devo più temere la comparsa di animali mitologici. Insomma, non mi lamento. Certo, la scomparsa del mare non è un dettaglio da trascurare, ma del resto ci siamo abituati già. In fondo, uno dei pochi pregi dell’essere umano è l’adattamento alle cose che roviniamo a causa dell’ossessiva ricerca del business. Basti pensare alla musica che ascoltiamo oppure alle retribuzioni dei lavori moderni: ci adattiamo, ci abituiamo. Io comunque non sapevo nuotare, però non era malaccio vedere i bambini allegri giocare a palla mentre gli adulti si facevano i fatti loro. Almeno, però, ora ci sono cellulari giganti che rendono superflui gli ombrelloni e comunque distraggono i ragazzini.

Se devo essere onesto, di queste nuove stagioni non riesco a sopportare soltanto il Natale con 40 gradi. Cioè più di vent’anni fa ricordo che indossavo maglioncini con le renne disegnate ed era bello assai mangiare tanto senza sudare e stare a casa sorseggiando una cioccolata calda. Ed invece ora con questo caldo assurdo abbiamo dovuto prima di tutto rivoluzionare il menù del cenone (nonna, per fortuna ora non sei più qui). I maglioncini sono stati bruciati e hanno lasciato il posto a magliettine sottilissime. E non si festeggia più a casa bensì in una specie di locali superclimatizzati che prima erano bunker antiatomico inutilizzati perché le guerre sono passate di moda visto che le mezze stagioni non esistono più.

Ora che ci penso bene, mi rattrista non vedere più tanti animali che prima mi facevano sorridere. E mi immalinconisce anche aver dovuto rinunciare a scrivere una poesia nei Paesi nordici come i Kings of Convenience. Ma va bene così: alla fine piove soltanto due o tre volte l’anno e se sopravvivi è sempre estate.

Snowpiercer

Snowpiercer

É il 1 Luglio 2014 e i notiziari di tutto il mondo annunciano che il riscaldamento globale è un serio problema e che i governi di tutto il mondo devono reagire prima che sia tardi ma la risposta sarà l’utilizzo di un composto chimico, denominato CW-7, che riuscirà ad arrestare il riscaldamento globale ma porterà ad una nuova era glaciale e una conseguente estinzione della maggior parte della vita sulla Terra.
Sono passati 18 anni, ci troviamo nel 2032 e l’umanità è sopravvissuta salendo sullo Snowpiercer, un treno costruito da un magnate e che è in grado di resistere ad ogni temperatura. Da quel momento la razza umana è destinata a vivere in eterno in un sistema classista post capitalista e a sopravvivere in una gerarchia dittatoriale..

Stop that train

Tutto il film si svolge sul treno Snowpiercer, simbolo di potere e dotato di rigide regole classiste dove chi le infrange è destinato a subire punizioni pesanti, portando anche alla mutilazione o alla morte. Per sopravvivere all’era glaciale Wilford permette ad una piccola quantità di persone di poter salire sul suo treno ma a seconda del biglietto che le persone riceveranno, dovranno accettare il loro destino.
Il treno diventa la nuova piramide sociale, con la coda il gradino più basso e la testa più alto; grandi divari economici e di potere dividono le varie classi sociali, creando costanti tensioni tra i privilegiati e gli operai e questa situazione diviene ulteriormente pesante per “diritto di nascita”, ovvero chi nasce in una determinata carrozza è destinato a vivere e morire in quel luogo. Nella più perfetta alienazione marxista, la sopravvivenza della razza umana porta la classe operaia a sottostare ai privilegiati, alienando non solo il lavoro ma anche la loro stessa essenza.
Il treno è spesso usato come rappresentazione del viaggio umano verso il futuro ma anche della potenza e del predominio dell’uomo sulla natura; nel 1896L’arrivèe d’un train en gare de La Ciotat” dei fratelli Lumière entra nella storia del cinema per essere stato il cortometraggio per aver portato il pubblico a scappare dalla sala per il realismo che ha contraddistinto il cinema dei registri francesi. Nella pellicola di Bong Joon-ho l’uomo riesce a sopravvivere alla fine dell’esistenza e alla natura proprio grazie al treno anche se il prezzo di questo stato è alto, dovuto alle rigide regole imposte da Wilford.
Il treno diviene quindi un simbolo contraddittorio e che pone agli antipodi le classi presenti, da una parte il mezzo diviene un simbolo di oppressione e che necessita per la classe operaia creare una rivoluzione per cambiare le regole mentre dall’altra è un simbolo sacro e che porta a divinizzare il suo creatore e per questo motivo bisogna lasciare intatto lo status quo.

Simbologia meccanica

Come detto in precedenza lo Snowpiercer diviene un simbolo dai diversi significati: l’uomo che vince sulla natura, la sopravvivenza, il dualismo sociale degli oppressi e dei privilegiati, la macchina sociale dove ogni individuo è un meccanismo fondamentale. Ma oltre il treno anche all’interno del doppio viaggio che si vede durante tutto il film è possibile percepire la sacralità e il profano, gli antipodi rappresentati dalla coda e dalla testa del treno; tutta la storia sul treno viene riscritta, portando il creatore Wilford ad essere visto e rappresentato all’interno della classe borghese come il salvatore e il dio di un nuovo mondo e la stessa persona dalla classe operaia viene visto come l’oppressore da eliminare e creare un nuovo mondo dalle ceneri del vecchio, attraverso una rivoluzione che Curtis porterà avanti fino ad essere l’unico per scoprire la verità su cosa è il treno.
Nonostante lo Snowpiercer sia principalmente un simbolo di sopravvivenza è possibile vedere come l’essere umano anche verso la fine della propria esistenza, riesca a riprodurre determinate situazioni con la sola presenza di determinati oggetti come le armi; attraverso questo sistema basato sulla paura e l’oppressione, Wilford e la borghesia riescono a tenere sotto controllo la classe operaia e a far funzionare sia il treno che una società tirannica.


La fine di un viaggio

A differenza del film, il riscaldamento globale continua ad essere un problema grave e che lentamente sta portando allo scioglimento dei ghiacci e alterando ecosistemi. Nessun composto chimico è ancora stato inventato ma il tema del riscaldamento globale viene ancora visto come un problema da lasciare alle generazioni future; ci ritroviamo sempre più in una società egoista dove il problema non ci riguarda.
Il nostro treno sta viaggiando sempre più veloce e non mostra nessuna intenzione di rallentare, arriverà il momento in cui sarà troppo tardi e il riscaldamento globale non sarà più un problema del futuro ma nostro. E forse saremo totalmente impreparati a questa evenienza.

La prima sfida da vincere per salvare la Terra

La prima sfida da vincere per salvare la Terra

Scriviamo queste poche parole mentre abbiamo ancora negli occhi le drammatiche foto dell’incendio gravissimo che ha devastato migliaia di ettari in Sardegna. Colpa dell’uomo, di noi esseri umani che soprattutto negli ultimi decenni abbiamo seriamente compromesso la salute del pianeta che ci ospita. La grave crisi climatica che attenta quotidianamente alla vita della Terra, infatti, è la prima sfida da vincere: anche perché, in caso di sconfitta (sempre più probabile, purtroppo) per tutti noi non ci sarà nessun futuro.

Per questo motivo, in questa settimana la nostra banda di #scarpesciuote proporrà una riflessione su cosa significa “crisi climatica” e su come la percepiamo, magari proponendo anche piccoli accorgimenti utili per rendere la partita contro la morte più aperta. Poi ovviamente sta ai potenti della Terra adottare provvedimenti drastici, ma nel frattempo è necessario modificare alcune abitudine dannose che ci caratterizzano. Ad esempio, gettare quei maledetti mozziconi di sigaretta nel cassonetto oppure prediligere una mobilità più sostenibile. Sembrano consigli scontati e banali, però sono gesti concreti che non hanno bisogno di attendere i grandi eventi internazionali. Confidiamo nella vostra partecipazione e, a riguardo, vi ringraziamo sempre per la passione con cui ci seguite.

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore

Vorrei un futuro ingenuo

Vorrei un futuro ingenuo

Il futuro non mi è mai piaciuto granché. Mi distrae troppo dal presente e poi per uno come me che non ama gli imprevisti è proprio da evitare. ‘Sto stronzo di virus, però, mi e ci ha rovinato il presente al punto che il futuro è l’unica speranza per resistere (oltre alla possibilità che l’Inter vinca lo scudetto e la Justice League ma nella versione di Zack Snyder).

E quindi come un bambino alle prese con la lettera a Babbo Natale, io vorrei chiedere al futuro che verrà diversi regali, alcuni però davvero impossibili anche se a distribuirli sarà Mario Draghi.

Basta perdere tempo: oltre alle “stronzate”, tipo pentirmi di aver scelto quel film al cinema oppure cantare a squarciagola ad un concerto pieni di sudore e birra, vorrei che il presente post Covid (almeno non ripeto il termine “futuro”) sia all’insegna dell’uguaglianza. In questi mesi, purtroppo, tanti gli occhi tristi di chi è stato travolto dalle crisi innescate dal virus. Per loro avrei chiesto ai virologi di stare zitti almeno un minuto al giorno perché – peccherò di “populismo” – quando il piatto a tavola è vuoto sentire ogni secondo “chiudere tutto” è tipo Saw l’Enigmista quando si accanisce su di un corpo già morto. Vorrei quindi un futuro in cui tutti possano avere la possibilità almeno di mangiare.

Mi immagino, poi, un futuro in cui respirare a polmoni aperti non sia un attentato verso sé stessi. È vitale che ognuno di noi faccia la propria parte: dobbiamo rivoluzionare le nostre abitudini perché il mondo sta crepando sotto i colpi della nostra inciviltà. Io voglio morire di colesterolo alto, non di indigestione di aria di merda.

E non voglio dilungarmi oltre. Voglio che sia un futuro di uguaglianza ed aria buona. Pensate se si realizzassero questi due desideri che figata sarebbe vivere anche se Malgioglio continua ad essere invitato come critico musicale. Ora, visto che mi rimane un ultimo rigo da riempire, esprimo il terzo desiderio: che l’Italia ritorni un Paese in cui tra un sogno e la realtà soltanto noi, i nostri errori, la nostra voglia, la nostra perseveranza, il nostro talento. E non manager strapagati, puttane e politici ridicoli. In definitiva, vorrei che al di là di ogni recovery found, l’Italia diventasse un Paese basato sull’uguaglianza, sull’aria buona e sulla possibilità che ogni sogno sia realizzabile. Lasciatemi ingenuo.