Cosa scopriamo quando conosciamo chi ci sta di fronte

Cosa scopriamo quando conosciamo chi ci sta di fronte

Molto spesso ci capita di passare del tempo assorti nei nostri pensieri e nelle nostre preoccupazioni. Riflettiamo in silenzio e, in contemporanea, passiamo in rassegna tutte le nostre difficoltà e gli incredibili ostacoli che dobbiamo affrontare. Ci capita molto spesso, di ritrovarci impotenti davanti a quest’ultime.

Allora ci riscopriamo soli e, a volte, destinatari diretti di tutte le sciagure di questo mondo.

Ma non ci vuole molto per destarci dai nostri pensieri e ritornare nel presente. Un risveglio che in alcuni casi può sembrare traumatico. La pace delle nostre riflessioni è sin da subito scossa dalla velocità con cui la realtà che ci circonda si muove.

Il nostro essere completamente figure sociali ci rende attenti e sensibili alle dinamiche altrui; così ci rendiamo conto che quegli incredibili pensieri che ci hanno spinto ad isolarci e a perderci nelle nostre solitudini fanno parte di un ventaglio più ampio che interessa e coinvolge anche gli altri.

Riscopriamo così di essere tutti nella stessa forma vulnerabili. Comprendiamo infine le diverse forme di difficoltà che ci accompagnano lungo tutte le nostre vite.

Così per queste due settimane ci vorremmo concentrare su queste e sulle capacità che ognuno di noi e di voi hanno per farvi fronte.

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti

Abbecedario di provincia: lettera I

Abbecedario di provincia: lettera I

Mercoledì ho festeggiato 29 anni di convivenza con me stesso. Non abbiamo atteso la mezzanotte perché quella magia è svanita da un pezzo. Però, di mattina, mano nella mano, siamo andati a salutare il “vecchissimo Peugeot” – come canta Pezzali – con cui stiamo affrontando questo viaggio che innumerevoli post facebook definiscono “vita”.

Rischiando di inciampare in buste di patatine e mozziconi di sigaretta spenti male, ci siamo accomodati. Io al posto del guidatore, con i miei occhiali sporchi e sempre meno capelli in testa; lui accanto, acciaccato e piuttosto malinconico. Dopo neanche un secondo, siamo scoppiati a ridere felici. Senza un motivo in particolare, o forse sì: quello di essere sopravvissuti a piccole e grandi tragedie che accadono sempre quando non si è pronti. In fondo non si può essere pronti, ad esempio, a salutare la propria sorella e rivederla – se abbiamo azzeccato religione – quando non potremo rinunciare ad assistere ad un funerale.

Una risata liberatoria anche per aver realizzato che ad un certo punto nell’autostrada dei giorni qualcuno andrà sempre più veloce del nostro Peugeot ed è inutile forzare il motore e rischiare di restare a piedi. Un giorno decidemmo di comune accordo di massimizzare (e non di accontentarci) le nostre prestazioni e goderci ogni istante, incluso quello in cui un sogno si spezza. Perché è inutile girarci intorno: ho fallito già tante volte, però qualche successo l’ho conquistato “anche arrancando come quel vecchissimo Peugeot”. Il ticchettio della tastiera che mi rimette in pari con il mondo; lei che chiude gli occhi e si fida di me nonostante non sia in grado neanche di prenotare al ristorante; la fiducia dei miei, conquistata tra delusioni e sudore; gli amici ed il lavoro dei miei sogni a cui voglio sempre più bene.

Ora siamo qui – io ed io (la parola della settimana) – e di fronte a noi abbiamo l’ennesima salita da affrontare. Il timore di non farcela è forte, sta qui, però non ci frena come accadeva prima. Siamo consapevoli che qualche inconveniente si materializzerà – forse ho dimenticato lo stereo acceso – però ci rimettiamo in viaggio. Ed è questo che forse ho realizzato un pelino tardi: conta la strada che si sta percorrendo, non quella già percorsa o quella che percorreremo (sempre se troviamo un cazzo di benzinaio in questa stradina spersa).

 

Il tempo che ho speso in ricordi

Il tempo che ho speso in ricordi

Ho sempre speso male il mio tempo. L’altro ieri, mentre avrei dovuto scrivere un pezzo per lavoro, pensai ad un pomeriggio di almeno cinque anni fa. A lei come sistemava i capelli dietro all’orecchio, al mio imbarazzo nell’evitare qualsiasi segnale che le potesse far capire che in fondo al mio cuore c’era del sangue che le somigliava.

«Fermati un attimo, il tempo di chiudere questa sigaretta», ma lei non si fermò. Ora starà da qualche parte del mondo, e va bene così.

Ne spendo tanto di tempo a girovagare tra i ricordi, forse questo è il mio unico talento. Vivo poco di presente, e me ne accorsi anche quando entrai in un bar della Basilicata profonda. Un flipper all’angolo, teatro di sfavillanti sabato sera di adolescenti negli anni ’80, ed un barista un po’ scocciato dalla mia faccia a volte troppo di cazzo. Nella teca dei dolci, un cornetto che aveva consapevolmente rifiutato i gusti moderni. Fuori, invece, le carte esplodevano sul tavolo e bestemmie e sfottò che non avevo mai udito. È tutto così malinconicamente stupendo in certi posti protetti da quello che i più definiscono ‘progresso’.

Là il tempo non si conta con l’orologio – inventato da noi bestie per organizzarci meglio ed invece è soltanto un’ulteriore fonte di ansia – ma con lo scivolare del cielo, con i canti dei galli, insomma i minuti sono scanditi dalla semplicità della natura. Un giorno, quando ‘farò i soldi’, acquisterò una casa in questi posti e tra le montagne, magari a vista mare, mi abbandonerò alla mia sbronza da occasioni perse e donne accarezzate male.

Eppure lo so che dovrei gestire meglio il tempo che ho a disposizione, magari concentrandomi sul lavoro, sullo studio, sulle persone che mi stanno accanto. Ma non riesco. Per me il tempo è un amico a cui racconto cosa mi è accaduto ieri e lui mi culla, mi perdona, mi porta in giro, magari mettendo su la canzone giusta per quel fottuto momento. E non so quanto ne avrò ancora a disposizione, ma non fa niente. Io non riesco a stare al passo di coloro considerati ‘giusti’ dalla società. Quelli che si laureano in tempo, quelli che con la 24 ore si recano a lavoro, quelli che fanno le cose quando vanno fatte. Io sto sempre un passo indietro e, l’ho capito ora sorridendo, con un brivido in più dentro al petto.

Siamo unici, ma non siamo gli unici

Siamo unici, ma non siamo gli unici

Cara Fabiana,

ormai scrivo per questa rubrica da qualche settimana e, devo dire, mi piace molto.

Il giorno in cui il nostro amico Andrea mi ha parlato di Scarpesciuote mi sono subito proposta di prender parte alla banda perché, quando si tratta di scrivere, non rifiuto mai e mi butto a capofitto in ogni esperienza. Credevo, quindi, che la mia scelta fosse stata dettata semplicemente dal mio amore per la scrittura. Ed è così, quello è sempre il mio primo istinto, ma poi, far parte di questa banda un po’ variegata mi ha portato a riconoscere dei motivi molto più profondi.

Scrivo dagli anni della prima adolescenza, lo sai bene: prima le lettere, poi gli articoli, alcuni blog, ma la mia è stata sempre una scrittura molto solitaria, nel senso che, pur facendo parte di una redazione o un gruppo di amici, ognuno in un dato momento aveva il suo compito, la sua tematica su cui lavorare, di certo diversa da quella del collega.

 La novità che ho ritrovato in Scarpesciuote è la coralità. Questo è il suo punto di forza, il fatto che, settimana per settimana, ogni componente non si occupa di un argomento diverso dall’altro. L’argomento è unico e ognuno esprime la propria su di esso non per forza con le parole, ma anche per suoni o immagini.

Scrivo perché mi piace, perché è un’urgenza egoistica, ma scrivo per Scarpesciuote per esprime il mio pensiero su temi di attualità e, al contempo, confrontarmi con ciò che gli altri pensano sulla stessa tematica, ascoltarli e, perché no, mettere in discussione anche le mie convinzioni.

Se vogliamo dirla tutta Scarpesciuote non è altro che una società in piccolo, o meglio l’ideale di società. Un mondo sociale dove ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero su ciò che gli accade intorno e lo riguarda in quanto membro di una comunità, libero di discutere, di ascoltare. Esprimersi, però, con cognizione di causa, con consapevolezza, dopo essersi informato, dopo aver approfondito. Non come fanno in molti, sui social, il megafono per eccellenza della società, solo per far prendere aria alla bocca e qualche like al proprio profilo.

 Anche Scarpesciute utilizza lo stesso strumento, ma semplicemente per condividere con intelligenza le idee di un gruppo di persone, idee diverse, uguali, contrarie. Il suo è quasi un invito a tutti, a interessarsi, informarsi, esprimersi.

Se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, cara Fabiana, è che nessuno può esprimere quello che pensi, quello che vedi, quello che credi meglio di te stessa. In una società in cui appariamo tutti uguali, in realtà continuiamo a essere individui caratterizzati ognuno dalla propria unicità, quel tratto distintivo che rende impossibile la duplicazione dei pensieri, delle idee.

Quello che scrivi o dici può avvicinarsi a quello che penso, anzi possiamo pensarla allo stesso modo su un argomento, ma tu non riuscirai a dirlo mai come lo direi io. Questo perché siamo diversi, ognuno con la sua storia, il proprio pacchetto di esperienze, le proprie percezioni, i propri pensieri, i propri occhi.

 Eh, sì, gli occhi, io attraverso gli occhi catturo persone, immagini, atteggiamenti, istanti, quelle parole che poi diventeranno scrittura. Quello che vedo io non potrà mai vederlo nessun altro e di conseguenza nessun altro potrà scrivere come me. Qualcuno, però, potrà leggerlo, farsi una propria idea, condividerlo, trovarsi in disaccordo e, magari, avere voglia di esprimere la propria con l’amico accanto.

Scrivo perché mi piace, per raccontare quello che ho dentro, per condividerlo e, perché no, avere un riscontro. Se c’è una certezza è che siamo unici, ma non siamo gli unici. Dall’altra parte della mia comunicazione c’è un ricevente, che potrebbe a sua volta dire o fare qualcosa. Non esistono assolutismi, ma varietà e non ignorare tutto ciò che è al di fuori di noi stessi, piacevole o meno che sia, non può fare altro che accrescere il nostro mondo.

Mentre scrivo queste ultime parole – anche alla luce del potere che ormai si riesce a esercitare attraverso i social –  mi rendo conto che spesso la condivisione, il confronto, la volontà di dire la propria vengono ostacolate dalla paura del giudizio.

Beh, a parte quello esercitato per professione da giudici o esaminatori di vario genere, il giudizio dei comuni mortali non è altro che un parere vestito da lupo, uno sbaglio di intonazione nell’esposizione dei propri pensieri insomma, dettato proprio da quella confusione che troppo spesso si fa tra l’essere unico e l’essere l’unico.  Questo, purtroppo, esisterà sempre, basta essere consapevoli che quel lupo è innocuo al pari di una pecora.