Up patriots to arms

Up patriots to arms

«Alla riscossa stupidi che i fiumi sono in piena
Potete stare a galla
E non è colpa mia se esistono carnefici
Se esiste l’imbecillità
Se le panchine sono piene di gente che sta male
»

Sono in pullman e sono appena partito dalla stazione di Piazza Garibaldi, di ritorno da Napoli, quando il mio vecchio mp3, prima ancora degli spotify e dei deezer di turno, decide di farmi una sorpresa con la sua riproduzione casuale. Lascia risuonare, tra le cuffie consumate dai troppi viaggi, le prime note di Up patriots to arms di Franco Battiato.

Ho la testa poggiata sul vetro del pullman, come non mi capitava da anni, da quando ritornavo dall’università, dopo aver passato un’intera giornata a Napoli. Il vetro del mezzo e i miei occhiali sono in estasi, accolgono e riflettono le luci delle macchine e dei motorini che sfrecciano a destra e a sinistra.

La città, come sempre a quell’ora, sembra fatta di auto, di ingorghi stradali, di motorini che azzardano manovre, di venditori ambulanti che raccolgono nelle solite buste color azzurro la mercanzia invenduta, di impiegati ostinati a non staccare il proprio orecchio dal telefono.

Sono bastati due metri di altezza per farci percepire quel mondo, improvviso e brulicante, come un qualcosa di distante, di non nostro. Protetti dalla nostra distanza dal suolo ci sentiamo al sicuro, ma soprattutto non coinvolti. Non era necessario abitare un monte o il regno dei cieli per provare quella sensazione, sarebbero bastati due metri, per vivere il distacco da tutto quello che accade intorno.

Il mio momento di distratta solitudine si conclude altrettanto improvvisamente. Mentre Battiato inizia a cantare il ritornello, comincio a notare che quelle figure così sfuggenti e così distanti sono delle persone. Persone con una loro vita, con i loro momenti felici e con le loro preoccupazioni.

Quest’ultima frase nasconde in sé una grande bugia: non mi capita quasi mai di immaginare gli altri nei momenti felici. Sia ben chiaro, non è certo per un istito sadico o per altro, ma è per merito di una consapevolezza che ognuno di noi, nei nostri momenti pubblici e sociali, tende a mostrare quasi sempre una sola parte di sé, ovvero quella che ci spinge a dire che va tutto bene e che non ci sono problemi. Tendiamo a nascondere le nostre vulnerabilità come se fossero dei gravi e irreparabili peccati originali.

Così, come dall’alto di quel pullman diventa difficile distinguere ogni singola persona per la propria esistenza, così diventa difficile mostrarsi vulnerabili. Mostrarsi per quello che si è in quel momento diventa un grave problema che ci potrebbe rendere deboli davanti agli occhi di un possibile nemico e quindi continuiamo a sorridere, facendo finta di niente.

Eppure guardandoci intorno, con maggiore attenzione, potremmo finalmente comprendere che molti vivono momenti di difficoltà. Non è necessario andare lontano, potrebbe essere sufficiente andare oltre il nostro naso per riscoprire che la vulnerabilità fa parte del nostro quotidiano. Vulnerabili sono i nostri cari, nelle loro giornate passate lontano da noi, ma lo sono anche i nostri amici nel loro silenzio resistente ed infine lo siamo noi che ci troviamo di fronte a tutto ciò e ci sentiamo soli ed impotenti.

Così mentre Battiato ripete un’ultima volta il ritornello, capisco che basterebbe non soffermarsi ad una prima risposta, ad una prima vista per comprendere il reale stato delle cose e che forse è da queste pratiche che potrebbe partire una risposta reale, capace di coinvolgere e aiutare tanti di noi a reagire.

…Up patriots to arms

 

La cartolina

La cartolina

I giovani
Li studio attraverso i social
Usati senza controllo
Senza istruzioni d’uso
I giovani
Sui social sono in vendita
Non mostrano pensieri
Solo immagini
Le proprie
Sono in svendita
Guardami, sceglimi, invidiami
Per quello che possiedo
Per come appaio
Non per quello che sono
Ricercano la bellezza in un mondo finto
Creato per loro da loro stessi
Il cellulare è il loro più caro amico
Li connette con il mondo
Con l’intero mondo
E li lascia soli
Allo specchio
A studiarsi la luce perfetta del selfie
A dire agli altri:
guardami, sceglimi, invidiami.
“Gioventù connessa”
Bacoli
2021

I senza terra

I senza terra

Cara Fabiana,

mi hanno chiesto di parlare d’amore e io ho deciso di parlare dell’amore per Napoli. Non il mio, l’amore degli altri.

Ci sono stata fino a ieri. Poi sono dovuta andare via per impegni lavorativi. Sarei scappata lo stesso, lo confesso.

La mia città è malata e la sua malattia ha il nome di una parte delle persone che la abitano. Non li chiamerei napoletani. Per me il napoletano è colui che si sente figlio di questa città, colui che sente questa città come una madre e la tratta in quanto tale.

Dove siete napoletani? È questo che mi viene da chiedere perché quando sabato sera tornavo dal centro storico verso la zona ospedaliera non ne ho visto neanche l’ombra. Siete tutti scappati via come me?

Gli scappati come me, quelli che lasciano la loro terra d’origine, sono spesso criticati in quanto rei di aver abbandonato la propria città fregandosene dei problemi da cui è afflitta. Sì, sono andata via e l’ho fatto, non tanto per il lavoro, ma perché continuare a convivere con un certo tipo di gente e vedere ogni giorno la mia città violentata per me era diventato troppo pesante.

E comunque non credo che i napoletani siano tutti scappati via. Sono tantissimi, molto più numerosi di questi esseri capitati qui per caso, che trattano questa terra come l’ultima latrina del mondo.

D’ora in poi li chiamerò i senza terra. Questi soggetti sembrano tantissimi, ma con numeri alla mano, secondo me non è così. Ciò che è tanto è la loro ignoranza, maleducazione, inciviltà. Con queste armi, tra le più potenti per la distruzione dell’uomo, fanno tanto rumore. Tantissimo. Ecco perché sembrano numerosi.

I vicoli della mia città strabordano delle loro urla, del loro linguaggio sguaiato – da non confondere con la nostra meravigliosa lingua napoletana – di motorini che arrivano come schegge da ogni parte.

Ovunque volgi lo sguardo, nella mia città c’è un’invasione di auto parcheggiate in modo selvaggio e di altrettante auto che si fanno la guerra nel traffico perché strafottenti del codice della strada.

L’abusivismo in tutte le sue forme è all’ordine del giorno. Un reato vero? Per i senza terra si tratta di furbizia. Ecco, l’unica regola che vige tra questi esseri è quella del più furbo. Se raggiri la legge, se scavalchi le persone, se ottieni qualcosa con la prepotenza e, quindi, ti credi più furbo, allora sei una persona degna di rispetto.

L’altro giorno, al tondo di Capodimonte, un uomo ha lanciato una carta dal finestrino della propria automobile. Con naturalezza, tanto è così che si fa. Beh, a questa gente mi verrebbe tanto da domandare: “E tu che resti qui e magari decanti la bellezza di Napoli sui social, la tua città la ami?”

Probabilmente mi risponderebbe di sì, perché chi compie questi atti vandalici spesso non ha consapevolezza della gravità di ciò che fa.

Mi rattrista vedere che il più delle volte l’immagine di Napoli sia associata ai senza terra, che siano questi falsi napoletani a rappresentarla in tv, sui social o in radio.

Sono andata via, ma per me Napoli resta una madre dalla quale tornare quando si ha bisogno di radici. Se fosse fatta di carne ed ossa, la porterei via con me, per sottrarla ad una violenza che non merita. La condurrei in un luogo sicuro e le curerei le ferite. Per i senza terra, invece, non c’è cura e, purtroppo, non vanno via.

 

Chi ero, chi sono

Chi ero, chi sono

Cara Fabiana,

i muscoli indolenziti delle gambe, mi ricordano che le cose cambiano. Ieri, dopo più di un anno di stop, ho provato a fare un po’ di sport e, come natura vuole, oggi faccio fatica a muovermi. Questo mi riporta inevitabilmente con la mente al passato, quando uno status simile era di fatto impossibile, dato che in palestra ci passavo quasi tutti i giorni della settimana.

La mia testa mi riporta a un passato prossimo, vicino, l’ultimo periodo a Napoli. Mi domando perché proprio quel periodo e mi rispondo che forse è stato quello più bello, più vivo. Insomma non l’infanzia di cui si ricorda poco e niente, né l’adolescenza in cui si deve ancora capire bene chi si è, ma un arco temporale segnato dagli ultimi anni di studio e dall’ingresso nel mondo del lavoro.

In realtà il passaggio non è stato così netto. Il tratto distintivo che mi caratterizzava in quel tempo era l’arte di fare più cose contemporaneamente. Ricordo che c’è stato un momento in cui ricoprivo il turno notturno a lavoro e poi a ora di pranzo mi recavo all’università per seguire il Master, e poi andavo in palestra, e poi scrivevo, e poi ballavo salsa, e poi il tango. Ricordo che, quando descrivevo la mia giornata tipo, le persone restavano abbastanza sorprese dall’intensità del mio programma quotidiano. Ricordo che mi sentivo molto fiera.

Non che ora non lo sia, ma ci sono alcune cose che ho dovuto lasciare scivolare via dalle mie mani durante l’ultimo tratto di strada della mia vita. Per mancanza di tempo, questa è la scusa più comune da raccontare agli altri e a se stessi, per pigrizia, l’antipatica verità.

Sì, sono stanca e alla sera mi addormento sul divano mentre guardo la tv. Sono stanca e faccio decisamente meno cose rispetto al passato oppure è giusto dire che le cose che faccio ora sono sempre tante, ma non tutte corrispondono a cose di piacere.

La verità è che in quel passato prossimo di cui ti parlavo ero ancora una ragazza, mentre oggi, nel presente, sono ormai una donna. Prima ballavo, studiavo, lavoravo, scrivevo, ma poi tornavo a casa e non dovevo pensare più a nulla perché i doveri e le difficoltà, quelli veri, erano un problema di quei santi dei miei genitori.

Il trasferimento a Parma ha sancito il vero cambiamento, l’abbandono del nido per spiccare il volo. È stato bellissimo e lo è tutt’ora, perché ho partecipato alla mia trasformazione e, anche ora che ti scrivo, ho ben chiaro chi ero e chi sono. E sono fiera come qualche anno fa, anche se nessuno è più sorpreso dal mio programma quotidiano. E va bene così, perché, seppure i mille doveri a cui assolvo non sono degni di nota, io mi sento una donna forte. Stanca, ma forte.

Voglio dirti un’ultima cosa. Le scelte che ho fatto hanno comportato delle rinunce e, come ti ho già detto, lungo il tragitto ho dovuto lasciar andare alcune cose a cui tenevo. Altre le ho trattenute, come la scrittura. Non è detto, però, che le cose perse non possano essere recuperate in un secondo momento. Se ci si accorge di avere delle mancanze, delle malinconie, nei limiti del possibile bisogna rimediare. Io lo farò. Lo premetto a te che sei il mio passato e hai reso possibile il mio presente.

Lo scambio delle parti

Lo scambio delle parti

Cara Fabiana,

oggi voglio sfatare il famoso mito della minoranza. Secondo la leggenda, infatti, quando si è in minoranza, qualsiasi sia il contesto, si è quasi sicuramente perdenti.

E questa è una cosa che ci inculcano nella testa sin da piccolini, quando per prendere un decisione o ottenere un qualcosa venivamo sottoposti all’ormai usurato “la maggioranza vince”. Per carità, un nobile ideale che in certi ambiti si può dimostrare fondamentale per sbrogliare nodi complicati, ma che in altri, a mio parere, perde di potenza.

Essere in quantità numerica inferiore non designa che i giochi siano già fatti. Implica solo che bisogna trovare un sentiero non ancora battuto per moltiplicare l’effetto del proprio agire. Bisogna usare l’ingegno, e questo più che uno svantaggio mi sembra una potenzialità.

Che poi non si tratta solo di una questione numerica. Minoranza è tutto ciò che non è massa, tutto ciò che non passa a pieni voti l’esame a cui ti sottopone una società impolverata. Minoranza è il diverso, il nuovo, quella cosa che fa paura perché semplicemente non la si conosce e, il più delle volte, non la si vuole conoscere.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un’intervista in cui una persona raccontava di come fosse stata vittima di bullismo durante la sua adolescenza in quanto ritenuta diversa. Una condizione che, però, è durata fino a quando l’interessata ha deciso di affrontare il suo carnefice. Non usando la violenza, ma guardandolo negli occhi, a testa alta, mostrando di poter essere più forte di lui con la forza dell’intelletto.

Questo è un chiaro esempio di due singoli, la vittima e il carnefice, teoricamente in una situazione di parità numerica, ma che di fatto rappresentano a pieno il concetto di minoranza e maggioranza.

Questi due soggetti, anzi, con il loro agire e subire, hanno dimostrato ancora di più e cioè che il confine tra l’essere in minoranza e l’essere in maggioranza è davvero molto labile. La vittima ha deciso di uscire fuori dalla sua (s)comfort zone e con un comportamento inaspettato ha messo in un angolino quella che in principio era la maggioranza.

La minoranza che si fa maggioranza, suggerisce un concetto di interscambiabilità che, a mio avviso, non solo è rassicurante, ma che soprattutto deve essere d’ispirazione per le fasce più deboli, dove per debole si indica tutto ciò che non riesce ad affermare la propria natura liberamente, senza conseguenze o giudizi.

Se vogliamo dirla proprio tutta, mentre ti sto scrivendo prendo consapevolezza del fatto che il fenomeno può essere osservato anche in un solo singolo. Non, quindi, gruppi di persone, né due soggetti, ma un unico individuo. Basta guardarci dentro, per renderci conto che anche in questo istante convivono in noi una parte di pensieri, impulsi, comportamenti che rappresentano la minoranza e un’altra parte che invece predomina in quanto maggioranza. Nulla è fisso e, soprattutto nei momenti di crisi, tutto può essere rivisto, le nostre scelte e valutazioni possono condurre a uno scambio delle parti. Ecco, forse – che si sia in cento, mille o una persona – alla fine è tutta una questione di scelte.