Natale non è sempre Natale, a volte è Krampus

Natale non è sempre Natale, a volte è Krampus

L’infanzia è credere che con un albero di Natale e tre fiocchi di neve tutta la terra viene cambiata.

(André Laurendeau)

Me sento come l’ovo de Pasqua sotto l’arbero de Natale. Strano!

(Oscar ‘er cipolla’ da Vacanze di Natale 2000, regia di Carlo Vanzina)

KRAMPUS – NATALE NON È SEMPRE NATALE

TITOLO ORIGINALE: Krampus
ANNO: 2015
DURATA: 96 minuti
GENERE: commedia horror
REGIA: Michael Dougherty
SCENEGGIATURA: Michael Dougherty
PRODUZIONE: Stati Uniti d’America
CAST PRINCIPALE: Emjay Anthony, Adam Scott, Toni Collette, Allison Tolman, David Koechner

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

Natale. Il giovane Max, deluso dal comportamento della sua famiglia, volta le spalle alla festività tanto attesa. Dalla successiva assenza di un qualsiasi tipo di spirito natalizio non scaturirà nulla di buono e allegro, tutt’altro… Riuscirà la sua famiglia a sopravvivere alla “vendetta del Natale”?

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE, GIUSTO PER GIRARCI INTORNO)

E come recita uno spot simpatico come uno scorpione vivo in tasca: A Natale puoi…”

…voltare le spalle a Rete 4 e al suo Una poltrona per due e investire tuo tempo nella visione di qualcosa di diverso, un film dove le palle dell’albero sono di un bel rosso rubino, rosso sangue. E magari ci scappa anche qualche risata in attesa di un finale davvero d’impatto. Quindi, alla fine, non distraetevi.

Mentre vi scrivo Krampus è presente nel bouquet Netflix. Per tutti voi, ricchi possidenti di piattaforme di streaming, sarà un gioco da ragazzi passare un’ora e mezza in compagnia di un Babbo Natale leggermente diverso.

IL TRAILER ITALIANO

ALTRE PELLICOLE QUASI A TEMA

La prima che mi viene in mente è un classico thriller del 1974 diretto da Bob Clark. E visto che l’aria natalizia si fa sentire vi regalo il film completo.

Per qualcosa di più moderno vi consiglio questa meraviglia del 2010: Trasporto eccezionale – Un racconto di Natale (Rare Exports). Cercatelo, non sarà complicato trovarlo in italiano, è un vero spasso.

PIZZA A NATALE PER CREDERE, CONDIRE E MAGIARE ALLA FACCIA DI BABBO NATALE E DEL KRAMPUS. AUGURI

BONUS MUSICALE A TEMA

Squid Game e l’etica individualista del Capitalismo

Squid Game e l’etica individualista del Capitalismo

SPOILER ALERT – SE NON AVETE VISTO LA SERIE QUESTO ARTICOLO POTREBBE ROVINARVI LA VISIONE

Dio è morto, Marx pure e Slavoj Žižek non si sente tanto bene

(Roberto Ciarnelli e Andrea Famiglietti)

Da qualche giorno è stata annunciata la seconda stagione di Squid Game e il nostro primo pensiero che ci è venuto in mente ci ha spinto ad esclamare: Ed ora cosa accadrà? Ma non nella serie (che non vedo l’ora di guardare, Roberto, n.d.a.), ma nella nostra società.

Squid Game, come hanno avuto modo di dire in tanti, è il riflesso della società contemporanea, non solo quella coreana. Ogni concorrente è pronto a sacrificare il prossimo, per vincere. Si arriva ad imbrogliare pur di ottenere il successo, un po’ come accade in determinati ambienti lavorativi e non.

Quello che più colpisce di questa serie è il senso di deresponsabilizzazione che tutti i partecipanti dimostrano di avere, almeno in apparenza. Senza andare troppo lontano ce lo dimostrano i personaggi a noi più vicini, ovvero, il protagonista Seong Gi – Hun e Cho Sang – Woo, entrambi non si sentono responsabili dei loro errori e fallimenti ma addossano la colpa al prossimo. Questo atteggiamento ci viene fatto notare spesso nel corso delle puntate iniziali.

Lo fanno addossando le colpe dei propri fallimenti alle figure più vicine nelle loro vite. Un atteggiamento che Seong Gi – Hun e Cho Sang – Woo mettono in mostra in maniera fin troppo evidente. Potremmo considerarle due facce della stessa medaglia sin da subito. Ma è meglio proseguire con ordine. In tutta la serie possiamo osservare differenti dualismi, eccone due che abbiamo deciso di approfondire.

SEONG GI – HUN E CHO SANG – WOO: FIGLI UNICI DELLO STESSO SISTEMA

La serie, nella sua evoluzione, cerca di farci andare oltre le iniziali apparenze dei personaggi protagonisti. Per alcuni sarà una collettiva discesa agli inferi, per altri rappresenterà una sorta di assoluzione altrettanto collettiva. È proprio questo il caso di Seong Gi – Hun, il protagonista, ma anche colui che ci viene mostrato sin da subito per i suoi vizi e difetti.

Infatti, sin dal primo episodio impariamo a conoscerlo: nelle prime sequenze cantilena la madre appena ritornata da lavoro, quasi fosse un bambino viziato in attesa di un dono. Non facciamo in tempo ad additarlo come tale che lo scopriamo a frugare negli averi materni alla ricerca della carta di credito di quest’ultima. Un inizio non certo edificante, considerando che con i soldi della refurtiva, la sua prima azione è quella di correre al centro scommesse per puntare tutto sul cavallo buono di turno, che però si rivelerà tutt’altro che vincente. Seong Gi – Hun ci appare così: un uomo dedito al gioco, indebitato, una figura irresponsabile anche nei confronti della sua famiglia. Un poco di buono, insomma.

Ma più andiamo avanti nella serie e più vengono mostrati gli aspetti e dettagli della sua persona. Scopriamo in un punto, il suo reale passato: ex operaio metalmeccanico di una casa automobilistica coreana, viveva un’esistenza dignitosa con la sua famiglia, fino a quando la fabbrica chiude e tutti gli operai vengono licenziati. La prima reazione è quella di occupare la fabbrica insieme ai propri colleghi, ma proprio durante un picchetto la polizia irrompe ed uccide un lavoratore. Di lì, la sua personale discesa agli inferi è degna di un romanzo di Malcom Lowry. Fanno seguito altri tentativi, sempre più disperati, per garantire la propria sopravvivenza e quella della sua famiglia. Lo fa aprendo alcune attività nel campo della ristorazione, tutte fallimentari, che non faranno che incrementare il peso dei suoi debiti e porteranno alla disgregazione di ogni legame familiare. Ritornerà a casa, cercando la strada più semplice (anche la più illusoria) al successo e al benessere, il gioco.

In seguito a questa nuova lettura Seong Gi – Hun rappresenta la vittima per eccellenza del capitalismo asiatico, e più in generale di quello mondiale. Porta con sé il peccato originale, che è quello di aver perso il lavoro (anche se per cause non sue), ma il fallimento, si sa, si lega ai singoli uomini, soprattutto se rappresentano la classe subalterna. In balia di uno stato che, implicitamente, emargina chiunque non è ritenuto in grado di essere competitivo o utile alla dicotomia produzione/consumo, Seong Gi – Hun si ritrova ai margini e decide di perseguire al conseguimento degli obiettivi sociali diventando egli stesso un imprenditore. Ma il suo peccato originale lo perseguiterà e farà naufragare ogni tentativo di rivalsa. Così si ritrova solo ed impoverito, senza nessuna forma di ammortizzatore sociale o di assistenza e non può far altro che aggrapparsi all’unico sistema di welfare destinato a sopravvivere in quest’epoca di tagli e privatizzazioni, la famiglia. Ritornato a casa, la sua condizione è ancora ossessionata dal passato recente che pensa di poter risolvere solo attraverso un colpo di fortuna.

In fondo è questo quello che secoli di capitalismo sfrenato ci hanno insegnato: ognuno di noi può vivere il proprio personale sogno, non importa in che modo e a che punto della vita, ciò che conta è accumulare abbastanza da poter consumare in maniera indiscriminata. Ma per fare ciò bisogna produrre, così da poter guadagnare e quindi ottenere successo. Non è forse questo il principio del sogno americano? Non importa la tua origine, il tuo passato, le avversità, ciò che conta è che tu sia abile, fortunato o scaltro e che tu costruisca il tuo destino e la tua fortuna, accumulando ricchezze, migliorando la tua condizione attraverso il consumo più sfrenato (perché in fondo si sa, il consumo è anche una questione di status e di stile. Chiedete a Veblen e Baudrillard se non vi fidate di noi). Come? Questo devi deciderlo tu, a noi non importa.

Ed ecco qui l’incredibile differenza tra Seong Gi – Hun e Chao Sang – Woo. Il primo, in questa fase di limen quali sono i giochi, acquisisce una propria consapevolezza, forse perduta o mai avuta, di sé e del proprio essere sociale (quella che lo zio Karl Marx si sarebbe ostinato a chiamare coscienza di classe) che lo porterà a solidarizzare con alcuni concorrenti, accomunati dalle stesse condizioni, mentre il secondo rimane profondamente ancorato ai principi del capitalismo più sfrenato, quelli individualisti, in cui a primeggiare può essere solo il migliore, il più bravo o il più furbo, mentre gli altri, per quanto suoi simili, sono destinati a soccombere.

UNA LUCE

Nella serie non è l’unica ambivalenza, ci sono anche altri personaggi come Abdul Alì e Kang Sae – byeok: il primo è un pachistano che si è trasferito con la sua famiglia in Corea del Sud in cerca di fortuna, mentre Kang proveniente dalla Corea del Nord, alla ricerca di soldi per ricongiungersi con la madre e il fratello. Entrambi vivono la condizione di immigrati che li accompagna all’interno del gioco e li mette sotto la luce della diversità. Etichettati, emarginati, sono gli unici che vivono la propria condizione in maniera indistinta sia fuori che dentro il gioco.

I due personaggi, con le loro storie, partecipano allo Squid Game non per motivi egoistici e personalistici, ma per il prossimo. Da una parte abbiamo Alì che è nel paese da anni e nonostante i differenti lavori non riesce a vivere una vita dignitosa e per la sua condizione sociale viene vessato sia a lavoro che durante i giochi, additato come irregolare, visto come un nemico, qualcuno che cerca di imbrogliare il sistema e la comunità che lo accoglie, mentre dall’altra parte abbiamo una ragazza che è pronta a tutto pur di pagare per la sua famiglia e ricongiungersi ad essa. A differenza di Alì, Kang Sae – byeok ci consegna un’altra prima impressione, quella di una criminale, che senza danneggiare fisicamente gli altri li deruba, richiamando una personale versione di Robin Hood. Con il tempo riusciamo a vedere l’umanità che la contraddistingue, quando fa comprendere, per la prima volta, che la sua volontà a giocare è dettata dalla necessità di far trasferire la sua famiglia in Corea del Sud e ricongiungersi con il fratello minore.

Alì e Kang sono l’umanità di cui abbiamo bisogno e ci arriva chiaramente nella sfida delle biglie, dove il primo viene miseramente ingannato e tradito da Cho Sang – Woo, pronto ad ogni cosa pur di vincere, e la seconda che non accetta il sacrificio della sua compagna di giochi, una persona fino a quel momento sconosciuta, che vuole permettere di realizzare il suo sogno e vedere finalmente la sua famiglia ricongiunta.

Squid Game è la parafrasi di una società tossica e forse proprio per questo motivo, alcuni adulti sono pronti ad attaccare Netflix per sentirsi meno responsabili per ciò che accade intorno a noi.


CONCLUSIONE

La serie ha rappresentato le disavventure dei tanti che per scelte sbagliate, per errori passati o per altre ragioni si sono ritrovati ai margini della società. Non un partecipante vive la propria presenza lì come una reale ambizione al successo, tutti vi partecipano cercando di rimettere in carreggiata la propria esistenza, cercando di rientrare nel mondo. Lo fanno accettando l’eventualità di un proprio estremo sacrificio pur di raggiungere l’obiettivo dichiarato. Facendolo svelano però il marcio di un sistema di cui tutti sono vittime.

La propensione al successo lavorativo e sociale, l’accaparramento totale delle risorse e delle ricchezze da parte di pochi, in fondo altro non è che uno Squid Game, in cui al posto della morte l’estremo sacrificio è rappresentato dall’esclusione sociale e dall’emarginazione (che in alcuni casi estremi porta alla morte).

Anche se Squid Game richiama dei giochi coreani, alcuni tipici anche della nostra infanzia, non fa altro rappresentare la cruda realtà di una società che arriva al cannibalismo, in un tutti contro tutti estremo e dove chi soccombe viene crudelmente divorato simbolicamente e socialmente.

Roberto Ciarnelli

Andrea Famiglietti

Toxic Society

Toxic Society

Guardandomi intorno non faccio altro che notare come la società stia andando verso una deriva nichilista. La realtà non fa altro che mostrare come l’uomo si stia deresponsabilizzando di ogni cosa e questo è ciò che più mi fa paura. Nel 2019 Alan Moore veniva intervistato da un giornale francese su varie tematiche, tra cui il rapporto che ha oggi il cinema con la società e del declino della cultura cinematografica e la conseguente deresponsabilizzazione della società; negli ultimi tempi, a distanza di due anni da questa serie di interviste, è possibile scorgere come questa tematica si stia diffondendo a macchia d’olio: dai governi fino ai nuclei familiari e passando per i rapporti sociali. E chi ne risente di questa situazione siamo noi giovani, visti come vittime e colpevoli di un futuro sempre più buio. E questa situazione va ad influenzare anche i media, che diventano i diretti responsabili di ogni male che affligge la società.

Columbine

Il 20 Aprile 1999 due studenti si introdussero nella Columbine High School armati e con l’intenzione di uccidere e ferire più persone possibili. Ci furono 39 vittime, 15 morti e 24 feriti, in quella giornata e alcune notizie dell’accaduto riportavano la causa di questa insensata violenza ai videogiochi e alla musica. Indagini post attentato portarono all’attenzione dei media i gusti musicali dei due attentatori (che si suicidarono prima dell’arrivo della SWAT e della polizia) e diversi gruppi musicali, Marilyn Manson e Rammstein per citarne qualcuno, furono presi di mira dalle critiche e accusati di aver influenzato con i loro testi i due ragazzi e cercando di sviare l’attenzione da un problema assai più grande che affligge una parte dei ragazzi e ragazze in adolescenza : il bullismo. Oltre al bullismo anche la facilità con cui si può reperire delle armi da fuoco è una piaga che affligge gli Stati Uniti ma i media in quel periodo iniziarono una grande crociata di deresponsabilizzazione sociale; in fin dei conti il bullismo è un problema che esiste da anni e ancora si legge di ragazz* che sono vittime di questo fenomeno sociale e in alcuni casi, come è avvenuto per Harris e Klebold, reagiscono o con il suicidio o l’omicidio ed in entrambi i casi il problema viene messo in secondo piano e analizzate le passioni delle vittime/carnefici, creando un disegno delle persone e delle situazioni non reale. Come ha rilasciato in un’intervista il cantante Marilyn Manson “Non gli avrei detto niente… Avrei ascoltato cosa avevano da dire, cosa che nessuno ha fatto” e spesso le vittime di crimini non vengono ascoltate ma anzi accusate spesso di essere deboli o aver cercato determinate situazioni. E questa società ogni giorno che passa continua con questo atteggiamento colpevolizzante della vittima.

It’s a game

Quest’anno su Netflix è uscita una serie coreana che ha avuto un enorme successo tra gli amanti della serie tv : Squid Game. Il successo della serie, credo, sia dovuto alla trama e alla critica che muove nei confronti di una società sempre più cannibale e isolante, dove tutti sono pronti a sopraffare il prossimo per puro egoismo e allo stesso tempo si diventa sempre meno propensi ad aiutare il prossimo. La serie è ambientata nella Corea del Sud e vede diversi personaggi intenti a gareggiare in giochi per bambini con l’obiettivo di vincere 45600000000 ₩ ma le varie attività ludiche richiamano solo il ricordo dell’infanzia, poiché i concorrenti sono “costretti” ad affrontare le varie prove mettendo in palio la propria vita.
Tutti i partecipanti sono uomini e donne che si sono indebitati pur di vivere una vita che non rispecchia la realtà, vivere in un fittizio lusso per dare l’illusione di possedere delle ricchezze che non esistono. E noi, anche se non siamo partecipanti dello Squid Game come loro, cerchiamo sempre di mostrare un qualcosa di noi che non ci rispecchia; siamo pronti a mostrare vestiti di marca, modelli di smartphone di ultima generazione e viaggi in terre lontane per ottenere delle semplici approvazioni dagli altri. E a volte capita che per mostrare queste cose, vogliamo nascondere la realtà dei fatti. Che siamo soli, che abbiamo magari bisogno di un supporto e che tutto ciò che mostriamo non ci appartiene realmente; eppure siamo pronti a vestirci con abiti altrui, solo nel successo e non nel bisogno. Squid Game oltre ad essere una spietata critica per questa società, ha subito a sua volta delle accuse da parte di alcuni genitori per la violenza mostrata nella serie; la cosa che però mi ha fatto sorridere e preoccupare allo stesso tempo, è stata la richiesta di eliminare il prodotto da una piattaforma di streaming a pagamento e che dà la possibilità di inserire dei filtri per i bambini ed evitare che determinate serie o film siano visibili a loro. Questa richiesta è stata effettuata dopo vari episodi di violenza tra minorenni, in alcuni ambienti scolastici e tutti questi episodi per i genitori protestanti erano da imputare a “Squid Game”; ma prima della serie coreana, sotto l’accusa di diffondere violenza e traviare i minorenni, ci sono passati i videogiochi.
Da sempre mi sembra che i videogiochi siano il medium principale da accusare per qualsiasi problema familiare o esterno alla famiglia, mentre ammettere che non si è in grado di essere un genitore esemplare sia troppo complesso e difficile; in fin dei conti nessuno insegna o fa capire che ricoprire il ruolo di genitore, la figura che dovrebbe essere in grado di spiegarci le cose più semplici quando siamo piccoli, sia così facile ma oggi sembra che ogni cosa viene demandata ad altro e se non è funzionante, si passa all’accusa di stimolare violenza o altro male. Squid Game è l’ultimo dei prodotti culturali della nostra società ad essere stato accusato ma sicuramente nei prossimi anni a venire, ci saranno altri media o prodotti che verranno responsabilizzati del malfunzionamento della società. Quando siamo noi e solo noi i primi che non siamo responsabili di chi ci circonda e di cosa siamo capaci e non di fare.

Who am I ?

Who am I ?

Per chi mi conosce sa che ho un modo di rapportarmi ai social in maniera totalmente casuale. E questo tipo di approccio porta un po’ ad essere l’emarginato del gruppo, perché non mostro e non do in pasto al pubblico ogni dettaglio della mia vita; in questo modo la nostra società ed ogni individuo si mostra per ciò che spesso non è agli altri, per essere accettato. Ma i social sono davvero il riflesso di ciò che siamo? Pensando a questa domanda mi viene in mente la serie Sense8, delle sorelle Wachowski (le stesse che hanno girato la trilogia di Matrix, per intenderci), in particolare una scena in cui i protagonisti si ritrovano a rispondere ad una domanda: Who am I? Mentre i diversi personaggi rispondono alle loro interviste, penso a come oramai ci rapportiamo ai social e a ciò che mostriamo. Ci mostriamo per quello che siamo realmente o tendiamo a scrivere e pensare ciò che gli altri sono propensi ad accettare?

Uno, nessuno e centomila

Non esiste un solo social dove le persone interagiscono tra di loro ma vari e ognuno di essi ha regole e modi diversi di farci conoscere. Ma la domanda resta sempre la stessa: mostriamo realmente chi siamo? Oramai mi sembra che la risposta sia sempre più unica, ovvero no.
Un po’ come se fossimo usciti dal romanzo di Pirandello, ci ritroviamo ad essere frammentati tra i vari social: da una parte siamo grandi interlocutori, che protendono a ripetere concetti e pensieri già espressi da altri mentre altrove siamo consumati artisti che replicano l’arte di altri come ci ha mostrato nei suoi studi Walter Benjamin.
Siamo sempre più convinti di essere individui unici ma in fin dei conti non siamo nessuno, poiché lo stesso pensiero o lo stesso scatto è replicato da altri centomila eppure nonostante questa clonazione del sé, ci impegniamo ad essere diversi dagli altri
Sui social competiamo per ricevere attenzioni temporanee, fino a quando non arriva qualcuno di nuovo con il suo pensiero o i suoi contenuti e di nuovo torniamo nell’anonimato fino al prossimo tentativo di farci riconoscere per quello che non siamo.

Unfollow

Qualche anno fa mi capitò tra le mani una mini serie di Rob Williams che parlava di una gara organizzata da un creatore di un social e che metteva in palio un’enorme quantità di soldi ma che sarebbe stata vinta solo dopo un tot di tempo. La regola fondamentale era che era permesso tutto e che il montepremi sarebbe stato diviso tra i rimanenti partecipanti, quindi l’omicidio era consentito. Il social rappresentato dalla penna di Williams da quanto ricordo era Twitter e i suoi 140 caratteri, una comunicazione ridotta e mirata al contenuto e che si contrappone a ciò che invece è permesso di fare su Facebook, dove le persone scrivono i cosiddetti walltext per spiegare concetti astratti o farsi riconoscere ma che alla fine della lettura, non hanno dato nulla al proprio interlocutore. Unfollow è una serie particolare, un thriller che mi ha preso tantissimo e che ogni volta che posso suggerisco a qualcuno questa piccola perla ma l’unfollow è anche quell’azione che facciamo o subiamo passivamente sui social, quando diventiamo inutili per il prossimo. Perché in fin dei conti sui social mostriamo ciò che non siamo per compiacere gli altri o per racimolare un po’ di attenzioni e quando abbiamo ricevuto l’uno o l’altra, siamo pronti ad andare avanti e cancellare dalla nostra vita chi magari ha visto nel profondo del nostro cuore e si è immerso nei nostri pensieri più intimi.

Da emarginato ad eroe

Da emarginato ad eroe

La parola emarginare deriva dal francese émarger ed in genere è utilizzata per indicare una persona, gruppo o comportamento non accettato dalla società. Tutti ,chi più e chi meno, si è ritrovato in questa situazione o ha visto qualcuno che veniva emarginato. E la parte che più spaventa è la quasi totale accettazione di questa condizione. Siamo quasi abituati a rimanere tra le nostre mura mentali ed ignorare ciò che ci circonda che accettiamo e andiamo avanti o aspettiamo che siano altri a risolvere la situazione.
Anche nei prodotti culturali, come il cinema o le graphic novel, viene vista come una tematica spinosa e spesso è possibile vedere l’evoluzione che compie il protagonista da emarginato ad eroe; di film, fumetti, videogiochi o serie siamo pieni e spesso l’emarginazione è l’inizio della storia. Di seguito vi parlerò di 47 Ronin e di I Kill Giants,e di come il concetto e la prospettiva sull’argomento possa cambiare a seconda della situazione del protagonista o della protagonista

La locandina del film 47 Ronin con Keanu Reeves

Questione di onore ed emarginazione

Nel 2013 nelle sale cinematografiche usciva il film 47 Ronin di Carl Rinsch e con Keanu Reeves. Visto qualche giorno fa su Netflix, il film è ambientato in Giappone durante lo shogunato di Tokugawa Tsunayoshi e precisamente nel dominio di Akō e ci viene mostrato come il governo dell’epoca e le tradizioni fossero dei pilastri della società giapponese. Nella pellicola l’attore Keanu Reeves interpreta un giovane emarginato di nome Kai e la motivazione dietro questa situazione la notiamo dalle sue origini: non è un giapponese puro sangue ma mezzo giapponese e mezzo inglese. Per l’epoca (ma anche oggi per alcuni individui) il non essere un “purosangue” era un motivo più che valido per non accettare la sua presenza e come si denota nel film, la situazione di Kai lo portava ad essere una figura molto servizievole nei confronti dei giapponesi. Questo aspetto del carattere di Kai era dovuto anche alla gentilezza che il daimyō Asano Naganori gli ha mostrato in tenera età. L’onore è una caratteristica che nella società giapponese viene considerata importante, figlio di una serie di tradizioni che arrivano dall’unificazione del Giappone e dallo shogunato di Tokugawa Ieyasu; una tradizione che oggi si è persa però è la figura del samurai, i membri della casta militare del Giappone feudale e i quali prestavano fedeltà ai daimyō; il film qui citato oltre a mostrarci come essere figli di una relazione “non pura” portava ad una vita di emarginazione, ci descrive anche la situazione in cui i samurai non erano riconosciuti più come tali ed erano costretti a vivere come ronin. Per un samurai diventare ronin indicava due situazioni : la morte del daimyō o aver perso la fiducia di quest’ultimo.
Nel film Kai riesce a passare dallo stato di emarginato di corte ad eroe proprio per la decadenza del titolo di samurai che colpisce Kuranosuke Oishi e i suoi uomini dopo che il daimyō Asano è costretto a fare seppuku. Durante il periodo Edo il seppuku fu riconosciuto come un rituale del suicidio che portava a lasciare intatto l’onore del samurai che lo praticava.
L’onore anche dopo la morte verso il proprio signore porta Oishi e gli altri Ronin ad accettare la presenza di Kai, la stessa figura che in passato hanno rinnegato ed emarginato. 
E l’onore è il motore che porta ad evolvere tutta la trama del film, portando un emarginato a diventare samurai ed entrare nella tradizione del paese.

Kai firma l’accordo con gli altri ronin, elevandolo dallo stato di emarginato

A caccia di giganti

Cambiamo epoca e nazione. Il film a differenza di 47 Ronin non viene distribuito al cinema ma viene rilasciato sulla piattaforma di streaming Netflix. Ci troviamo negli Stati Uniti e la protagonista di questo film, tratto dal fumetto I Kill Giants di Joe Kellyè una bambina di nome Barbara. Non ha amici e si estranea dalla realtà giocando a D&D e immaginando di uccidere giganti nella foresta della cittadina, ergendosi a paladina della propria città. Per questo suo modo di vivere, viene emarginata a scuola e tutti gli studenti la definiscono strana; ma il suo estraniarsi dalla realtà, fuggire in reami lontani con la fantasia non sono altro che degli strumenti di difesa che utilizza per proteggersi da altre realtà: la famiglia. No, nessun problema di violenza domestica o simili ma dei problemi gravi che la portano ad accettare il suo stato di emarginata e ad alienarsi alla sua età, evitando qualsiasi tipo di relazione sociale. I giganti che lei dice di abbattere ed affrontare, sono quei problemi o quelle situazioni scomode che tutti noi magari affrontiamo quotidianamente e che cerchiamo di nascondere sotto al tappeto, aspettando che si risolvano; mentre noi, volontariamente o no, nascondiamo e fingiamo che questi giganti non esistano la piccola Barbara è pronta ad affrontarli e sacrificarsi, per i suoi affetti e i suoi ricordi. Armata del suo martello Coveleski, chiamato in onore del giocatore di baseball, non perde mai il coraggio di affrontare un gigante in battaglia e dimostra di essere all’altezza per situazioni e sfide che chiunque altro non saprebbe affrontare.
I Kill Giants è prima una storia  e poi un insegnamento che dovrebbe mostrarci come non giudicare gli altri, senza sapere le storie o le situazioni che vivono ma che purtroppo ci risulta difficile seguire. I giganti esistono e solo noi possiamo fare qualcosa per sconfiggerli, trovando il coraggio per affrontare le nostre più grandi paure o fronteggiando quelle situazioni inevitabili che ci portano ad allontanarci da chi in fin dei conti ci vuole bene.

La copertina del fumetto di Joe Kelly

Il tempo passa e il problema resta

Dal Giappone feudale ad oggi, il problema dell’emarginazione resta. In passato la motivazione poteva nascere dalla paura per il diverso e per l’ignoto, per quelle culture o popolazioni che si conoscevano attraverso i racconti dei mercanti come per esempio il pensiero che i gatti neri portino sfortuna ma questa credenza ha origine durante il periodo delle crociate e all’epoca avvistare un gatto nero indicava la presenza di saraceni in zona; oggi viviamo nella stessa situazione nonostante gli strumenti per la comunicazione e la conoscenza dell’altro siano migliorate, basti pensare come le immagini di profughi siano sommersi di commenti quasi increduli, come se scappare dalla guerra non sia una motivazione valida per sopravvivere ma sia una certezza per emarginare. L’emarginazione può colpire tutti, non importa dove sei nato, come sei cresciuto, cosa hai studiato o come ti identifichi; oggi molti combattono questo problema con la speranza di lasciare un futuro più radioso, in cui nessuno possa avere paura di esporsi. Nel nostro paese c’è chi sta operando perché determinate situazioni, atteggiamenti non si ripetano; si ha sempre più bisogno di leggi contro l’omotransfobia, contro la discriminazione, contro il diverso. Oggi siamo tutti emarginati e dobbiamo lottare insieme per migliorarci, per creare una società in cui la paura sia solo un ricordo.