Siamo unici, ma non siamo gli unici

Siamo unici, ma non siamo gli unici

Cara Fabiana,

ormai scrivo per questa rubrica da qualche settimana e, devo dire, mi piace molto.

Il giorno in cui il nostro amico Andrea mi ha parlato di Scarpesciuote mi sono subito proposta di prender parte alla banda perché, quando si tratta di scrivere, non rifiuto mai e mi butto a capofitto in ogni esperienza. Credevo, quindi, che la mia scelta fosse stata dettata semplicemente dal mio amore per la scrittura. Ed è così, quello è sempre il mio primo istinto, ma poi, far parte di questa banda un po’ variegata mi ha portato a riconoscere dei motivi molto più profondi.

Scrivo dagli anni della prima adolescenza, lo sai bene: prima le lettere, poi gli articoli, alcuni blog, ma la mia è stata sempre una scrittura molto solitaria, nel senso che, pur facendo parte di una redazione o un gruppo di amici, ognuno in un dato momento aveva il suo compito, la sua tematica su cui lavorare, di certo diversa da quella del collega.

 La novità che ho ritrovato in Scarpesciuote è la coralità. Questo è il suo punto di forza, il fatto che, settimana per settimana, ogni componente non si occupa di un argomento diverso dall’altro. L’argomento è unico e ognuno esprime la propria su di esso non per forza con le parole, ma anche per suoni o immagini.

Scrivo perché mi piace, perché è un’urgenza egoistica, ma scrivo per Scarpesciuote per esprime il mio pensiero su temi di attualità e, al contempo, confrontarmi con ciò che gli altri pensano sulla stessa tematica, ascoltarli e, perché no, mettere in discussione anche le mie convinzioni.

Se vogliamo dirla tutta Scarpesciuote non è altro che una società in piccolo, o meglio l’ideale di società. Un mondo sociale dove ognuno è libero di esprimere il proprio pensiero su ciò che gli accade intorno e lo riguarda in quanto membro di una comunità, libero di discutere, di ascoltare. Esprimersi, però, con cognizione di causa, con consapevolezza, dopo essersi informato, dopo aver approfondito. Non come fanno in molti, sui social, il megafono per eccellenza della società, solo per far prendere aria alla bocca e qualche like al proprio profilo.

 Anche Scarpesciute utilizza lo stesso strumento, ma semplicemente per condividere con intelligenza le idee di un gruppo di persone, idee diverse, uguali, contrarie. Il suo è quasi un invito a tutti, a interessarsi, informarsi, esprimersi.

Se c’è una cosa che ho imparato dalla vita, cara Fabiana, è che nessuno può esprimere quello che pensi, quello che vedi, quello che credi meglio di te stessa. In una società in cui appariamo tutti uguali, in realtà continuiamo a essere individui caratterizzati ognuno dalla propria unicità, quel tratto distintivo che rende impossibile la duplicazione dei pensieri, delle idee.

Quello che scrivi o dici può avvicinarsi a quello che penso, anzi possiamo pensarla allo stesso modo su un argomento, ma tu non riuscirai a dirlo mai come lo direi io. Questo perché siamo diversi, ognuno con la sua storia, il proprio pacchetto di esperienze, le proprie percezioni, i propri pensieri, i propri occhi.

 Eh, sì, gli occhi, io attraverso gli occhi catturo persone, immagini, atteggiamenti, istanti, quelle parole che poi diventeranno scrittura. Quello che vedo io non potrà mai vederlo nessun altro e di conseguenza nessun altro potrà scrivere come me. Qualcuno, però, potrà leggerlo, farsi una propria idea, condividerlo, trovarsi in disaccordo e, magari, avere voglia di esprimere la propria con l’amico accanto.

Scrivo perché mi piace, per raccontare quello che ho dentro, per condividerlo e, perché no, avere un riscontro. Se c’è una certezza è che siamo unici, ma non siamo gli unici. Dall’altra parte della mia comunicazione c’è un ricevente, che potrebbe a sua volta dire o fare qualcosa. Non esistono assolutismi, ma varietà e non ignorare tutto ciò che è al di fuori di noi stessi, piacevole o meno che sia, non può fare altro che accrescere il nostro mondo.

Mentre scrivo queste ultime parole – anche alla luce del potere che ormai si riesce a esercitare attraverso i social –  mi rendo conto che spesso la condivisione, il confronto, la volontà di dire la propria vengono ostacolate dalla paura del giudizio.

Beh, a parte quello esercitato per professione da giudici o esaminatori di vario genere, il giudizio dei comuni mortali non è altro che un parere vestito da lupo, uno sbaglio di intonazione nell’esposizione dei propri pensieri insomma, dettato proprio da quella confusione che troppo spesso si fa tra l’essere unico e l’essere l’unico.  Questo, purtroppo, esisterà sempre, basta essere consapevoli che quel lupo è innocuo al pari di una pecora.

Fare cultura è un noi – L’uomo che rubava il Colosseo

Fare cultura è un noi – L’uomo che rubava il Colosseo

Una volta un uomo si mise in testa di rubare il Colosseo di Roma, voleva averlo tutto per sé perché non gli piaceva doverlo dividere con gli altri. Prese una borsa, andò al Colosseo, aspettò che il custode guardasse da un’altra parte, riempì affannosamente la borsa di vecchie pietre e se le portò a casa. Il giorno dopo fece lo stesso, e tutte le mattine tranne la domenica faceva almeno un paio di viaggi o anche tre, stando sempre bene attento che le guardie non lo scoprissero. La domenica riposava e contava le pietre rubate, che si andavano ammucchiando in cantina.

Quando la cantina fu piena cominciò a riempire il solaio, e quando il solaio fu pieno nascondeva le pietre sotto i divani, dentro gli armadi e nella cesta della biancheria sporca. Ogni volta che tornava al Colosseo lo osservava ben bene da tutte le parti e concludeva fra sé: «Pare lo stesso, ma una certa differenza si nota. In quel punto là è già un po’ più piccolo». E asciugandosi il sudore grattava un pezzo di mattone da una gradinata, staccava una pietruzza dagli archi e riempiva la borsa. Passavano e ripassavano accanto a lui turisti in estasi, con la bocca aperta per la meraviglia, e lui ridacchiava di gusto, anche se di nascosto: – Ah, come spalancherete gli occhi il giorno che non vedrete più il Colosseo.

Se andava dal tabaccaio, le cartoline a colori con la veduta del grandioso anfiteatro gli mettevano allegria, doveva fingere di soffiarsi il naso nel fazzoletto per non farsi vedere a ridere: – Ih! Ih! Le cartoline illustrate. Tra poco, se vorrete vedere il Colosseo, dovrete proprio accontentarvi delle cartoline.

Passarono i mesi e gli anni. Le pietre rubate si ammassavano ormai sotto il letto, riempivano la cucina lasciando solo uno stretto passaggio tra il fornello a gas e il lavandino, colmavano la vasca da bagno, avevano trasformato il corridoio in una trincea. Ma il Colosseo era sempre al suo posto, non gli mancava un arco: non sarebbe stato più intero di così se una zanzara avesse lavorato a demolirlo con le sue zampette. Il povero ladro, invecchiando, fu preso dalla disperazione. Pensava: «Che io abbia sbagliato i miei calcoli? Forse avrei fatto meglio a rubare la cupola di San Pietro? Su, su, coraggio: quando si prende una decisione bisogna saper andare fino in fondo».

Ogni viaggio, ormai, gli costava sempre più fatica e dolore. La borsa gli rompeva le braccia e gli faceva sanguinare le mani. Quando sentì che stava per morire si trascinò un’ultima volta fino al Colosseo e si arrampicò penosamente di gradinata in gradinata fin sul più alto terrazzo. Il sole al tramonto colorava d’oro, di porpora e di viola le antiche rovine, ma il povero vecchio non poteva veder nulla, perché le lacrime e la stanchezza gli velavano gli occhi. Aveva sperato di rimaner solo, ma già dei turisti si affollavano sul terrazzino, gridando in lingue diverse la loro meraviglia. Ed ecco, tra tante voci, il vecchio ladro distinse quella argentina di un bimbo che gridava: – Mio! Mio!

Come stonava, com’era brutta quella parola lassù, davanti a tanta bellezza. Il vecchio, adesso, lo capiva, e avrebbe voluto dirlo al bambino, avrebbe voluto insegnargli a dire «nostro», invece che «mio», ma gli mancarono le forze.

Favole al Telefono, Gianni Rodari.