E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

E siamo soltanto stronzi destinati ad estinguerci

La guerra era bella soltanto quando me la raccontava mio nonno. Io, bambino, sulle sue gambe, mentre lui, con occhi e parole, tratteggiava uomini cattivi e cieli colorati di morte e fuoco. Provavo paura, ansia, ma soprattutto la serenità di conoscere già l’esito più importante: ovvero lui lì con me. E mi viene da sorridere ripensando, a questo proposito, uno dei suoi detti più riusciti: “Finché le racconti, le cose, significa che tutto va bene”.

Ora, ed è da egoisti, mi sento smarrito, terrorizzato da una storia di sangue e di merda che non so se potrò raccontare a chi vorrà ascoltarmi. Sono tante le domande che frequentano la mia testa: a cosa servono migliaia di bombe nucleari quando ne sono sufficiente un paio per cancellare l’umanità? Perché gli interessi di poco devono invitare milioni di persone alla morte certa? Come mai ho una sensazione sempre più netta sul fallimento del genere umano?

Più di qualcuno mi dirà che si tratta di capire, che si tratta di vicende assai più complesse. Io, però, non sono d’accordo. Per me, quelle persone che siamo stati, siamo e saremo anche noi, devono soffrire soltanto a causa delle buste della spesa pesanti, che ti lasciano un segno sulla pelle peggio degli amori finiti, oppure perché i testi di Diritto Privato sono scritti da un alieno capitato sulla Terra per sbaglio. E visto che sono cattivo, si può provare dolore persino a causa di un lavoro sempre troppo precario.

Mai, però, bisogna avere paura per colpa di pochi coglioni che stanno lì a discutere di confini, missili, negoziati. È molto complicato comprendere che i loro interessi ed i nostri sono due rette parallele che non si incontreranno mai? Che lui, noi, tu, vogliamo “soltanto” vivere tutti i giorni per provare a capirci qualcosa di piccole cose come la felicità, l’amore e stronzate simili?

Tuttavia, so che si tratta soltanto di parole scritte dall’ennesimo coglione che, mentre scuote la testa, ha la quasi certezza che ci estingueremo per colpa nostra ed è forse meglio così.

 

 

Abbecedario di provincia: lettera R

Abbecedario di provincia: lettera R

Ho cancellato mille incipit di questo articolo. All’inizio pensavo che fosse soltanto colpa della scarsa ispirazione ed invece ascoltandomi ho capito che il problema è che io non so cosa siano i ricordi, la parola che avevo scelto per la rubrica più attesa di Scarpesciuote (almeno dai miei congiunti).

Dopo 28 anni di vita ancora non ho capito se i ricordi siano miei amici, o quantomeno cordiali conoscenti, oppure acerrimi nemici che quotidianamente attentano all’incolumità della mia precaria serenità. Dopo mille fatiche cerebrali, però, almeno una cosa l’ho capita: sono quasi certo del fatto che i ricordi, sempre, si stringono intorno al presente che stiamo vivendo e che la realtà ai nostri occhi cambia il proprio aspetto. E che in quel momento gli occhi nostri diventano gonfi. E nel cuore si avverte una dolcissima angoscia, anche se si tratta di quei ricordi stronzi che doppiati con una voce di merda – sì, ormai anche i ricordi parlano esclusivamente in inglese – ti dicono: “Oh, ma ti ricordi di quando eri felice e con le bollette da pagare ci facevi aerei che per esplodere non dovevano aspettare estremisti religiosi?”.

Quindi cosa posso aggiungere sui ricordi? Io al massimo vi posso cantà ‘na canzone. Però c’è un articolo da portare a casa e quindi devo sforzarmi di tirare fuori almeno una riflessione. Allora, partiamo dal principio: i ricordi sono essenziali, come il profumo di vaniglia che mia nonna aveva sempre sul collo e sui polsi. Se io fossi stato al posto di Clementine Kruczynski non avrei mai cancellato il vissuto insieme a Joel Barish. Perché qui forse c’è uno dei bandoli della matassa: ogni ricordo è un piccolissimo laccio che leghiamo alla nostra vita. Toglierne uno significa smantellare tutto e come direbbe mio nonno “non sta fatto bene”.

E quindi ben venga quando sul balcone, oggi si sta proprio bene (peccato per l’umidità), mi viene in mente l’aroma del caffè bevuto assieme ad una vecchia ex amica e resisto alla tentazione di maledirci (all’improvviso smettiamo di parlarci con persone a cui vogliamo bene e spesso ne ignoriamo il motivo). È un ricordo che fa male, certamente, però sono grato a tutto il cielo per averlo. E me lo tengo strettissimo. Come i ricordi dei successi di Valentino Rossi – che rabbia annoverarli tra i ricordi – oppure i voli dall’altalena sulle ali di mio nonno oppure la caramella condivisa con Marta il primo giorno dell’asilo (credo sia il primo ricordo che ho sul mio, scarso, altruismo).

Quindi ragazzi, ribadisco, io non ci ho capito un cazzo sui ricordi, però, ri/ribadisco, che ai ricordi dovremmo voler bene perché senza di essi saremmo un oggetto qualsiasi. Forse ciò che ci rende umani sono proprio i ricordi (non so se abbia pensato una genialata o una cazzata).

P.S: In definitiva per me un ricordo è la rivincita dell’eternità sulla razionalità del tempo.