Note cartonate

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Parlare di se stessi non è facile. A volte si ha paura di scoprirsi, altre, invece, è difficile aprirsi agli altri. Con la diffusione dei social, inoltre, le nostre personalità vengono idealizzate, ingigantite.

I personaggi da incarnare sono tanti e si rischia di perdersi in se stessi; non è semplice essere il giusto prototipo dell’altro, allo stesso modo indossare una maschera in ogni occasione. Capita spesso di conoscersi sui social e di percepire dall’altra parte una persona diversa da ciò che è, a volte le violenze di genere possono nascere appunto da questi incontri a scatola chiusa. In questi casi la rete funge da gabbia dorata, da specchio per le allodole dove vengono concessi tutti requisiti per essere ritenuti rispettabili socialmente. Ciò accade in quanto la nostra vita è spesso frenetica e ci accontentiamo della superficialità; andare in fondo alle questioni, del resto, non è permesso dai tempi della nostra società.

L’altra faccia della medaglia è conoscere persone in rete che non fanno fatica nel mostrarsi per ciò che sono. In questo caso la rete è fonte di arricchimento e un monito verso quelle persone che hanno paura di mostrare la propria magia e la propria peculiarità.

A tal proposito, oggi vi propongo un pezzo dei Litfiba, ovvero “Mascherina”.

“Parlarsi in faccia è l’ideale e preferisco sia così

Le mezze parole mi fanno male e la tua maschera mi butta giù.”

Il rocker toscano esorta al contatto interpersonale, al contatto fisico. In questo pezzo viene evidenziata l’importanza dell’apparire senza maschere o disfunzioni di sorta. La realtà è importate ed è necessario conoscersi in fondo e non avere paura di vivere come si vuole e renderlo pubblico. Un pezzo di fine anni novanta, magicamente attuale e precursore di ciò che il nuovo millennio ci avrebbe donato.

Note cartonate

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«Come sarebbe il mondo, se potessi scegliere?»
Oggi parliamo del nostro punto di vista inerente al nostro Paese ,sia esso politico o sociale.
L’Italia somiglia ad una canzone che non è perfettamente a tempo, tuttavia riesce comunque ad emozionare le persone.
Vorrei avessimo più tempo da dedicare alle diseguaglianze, quelle vere, quelle oggettive.
Vorrei ci fosse una possibilità per tutti, di potere realizzare i propri sogni e vedere incoronati i propri diritti.
Vorrei fossimo tutti uguali, che sia io di Atripalda o di Milano.
A tal proposito oggi vi propongo un pezzo profondo di Luciano Ligabue, ovvero “Buonanotte all’Italia “.
Il Liga in questo pezzo ci parla del contraddittorio che vive nel nostro Paese da sempre.
La sua sconfinata bellezza viaggia di pari passo con la corruzione, la criminalità e l’emarginazione delle classi sociali meno abbienti; il tutto condito da una mala politica che ci asfissia da anni.
«Buonanotte all’ Italia che si fa o si muore
O si passa la notte a volersela fare»

Note cartonate

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Oggi parliamo di coraggio: questo può assumere varie sfaccettature, a seconda del luogo in cui si vive ed a seconda della situazione familiare.
Il coraggio è un ritornello scanzonato, orecchiabile, anche fruibile a tutti e che inonda le nostre viscere, improvvisamente, senza una spiegazione razionale.
Il coraggio, molto spesso, è un prodotto della paura. Ci spinge a difenderci e a reagire contro le depressioni e altri mali che molto spesso sono tipici delle nostre realtà.
A tal proposito oggi analizziamo un brano di Fabrizio Moro, ovvero “Il peggio è passato”, tratto dall’album “Ancora Barabba” del 2010.
In questo brano si parla di coraggio a sfondo sociale e politico. Lo si fa raccontando a pieni polmoni la triste realtà che ci porta a considerare il nostro Belpaese una sorta di bancarella traballante, che si fonda su pilastri di omertà.
«Ma che rivoluzione che tutti qui vorrebbero, ma nessuno ha mai il coraggio di prendere il bastone e darlo in bocca a chi ci vende le illusioni»

Leibniz e Hume ci spiegano Death Note

Leibniz e Hume ci spiegano Death Note

Death Note, manga/anime ideato e scritto da Tsugumi Ōba e disegnato da Takeshi Obata, rappresenta sicuramente uno dei prodotti più affascinanti della cultura giapponese. Non solo grazie alla trama avvincente e mai banale ma anche perché porta alla ribalta temi molto profondi. Ai nostri occhi, due sono gli aspetti filosofici che emergono: il concetto del migliore dei mondi possibili i del filosofo tedesco Gottifred Wilhelm Leibniz e l’idea di giustizia e utilità sociale dello scozzese David Hume.

IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI

La filosofia di Leibniz è diretta a giustificare l’esistenza di un ordine necessario e non determinato ma spontaneamente organizzato e quindi libero. Cosa vuol dire? Il primo aspetto da tenere a mente è che quando Leibniz parla di “ordine” non vuol dire che esso sia “necessario”. La necessità, ossia l’aspetto per cui una cosa è così com’è senza ulteriori spiegazioni, risiede nel campo della logica e non nel campo della realtà e dell’esperienza. Una cosa reale, quindi, non è mai necessaria ma possibile perché accade sempre per una causa. Per questo motivo il filosofo tedesco distingue le verità di ragione dalle verità di fatto:

  • le verità di ragione sono identiche a se stesse, assolute e universali e si basano sul principio di identità e di non contraddizione. Esse non hanno un legame con l’esperienza ma concernono i principi della matematica e della geometria;
  • le verità di fatto sono contingenti ed empiriche e si basano sul principio di ragion sufficiente per il quale nulla accade senza una causa.

Il principio di ragion sufficiente è proprio quello che Leibniz cercava per giustificare l’ordine delle cose, un ordine che non escludesse la scelta libera. Se ci si chiede come mai tra tutti i mondi possibili solo questo è reale, bisognerà trovare la ragion sufficienza della sua esistenza nella libera scelta di Dio. Quindi, la ragion sufficienza della realtà del mondo è che esso è il migliore di tutti i mondi possibili e che Dio, nella sua perfezione, doveva fare questa scelta. Il dovere da parte di Dio non implica una necessità assoluta ma l’atto della volontà di Dio, il quale ha liberamente scelto questo mondo in conformità alla sua natura perfetta.

LA GIUSTIZIA E L’UTILITÀ SOCIALE

Da buon empirista, l’intento principale di David Hume non è quello di prescrivere certi comportamenti in base a dei principi assoluti, ma quello di descrivere, partendo dall’esperienza della realtà, come e secondo quali principi gli uomini si comportino nella loro vita. Fatta questa doverosa premessa, per Hume la giustizia e la morale devono tendere verso un fondamentale obiettivo: l’utilità sociale. Solo in base a tale principio è possibile creare una società in cui giustizia e moralità siano legittimamente orientate all’utile. Per tale ragione a muovere l’uomo è un forte sentimento di simpatia attraverso il quale l’individuo lega il proprio benessere all’utilità sociale. Il fatto che la giustizia sia necessaria a mantenere in vita la società attraverso la ricerca dell’utile, essa è il fondamento della società stessa. Ora, poiché la giustizia è considerata una virtù, l’utilità collettiva può essere considerata il fondamento di tutte le virtù.

DEATH NOTE

Light Yagami, il migliore studente di tutto il Giappone ma fortemente annoiato, un giorno, dalla finestra della sua classe, vede cadere dal cielo un quaderno nero. Raccogliendolo ne legge il titolo, Death Note, “Quaderno della morte”. Pensando a uno stupido scherzo, al suo interno trova delle regole che affermano che chiunque scrivesse il nome di una persona di cui conosce il nome, ella morirà. Non credendo a quanto scritto, il ragazzo decide lo stesso di provare. La tv porta in diretta la notizia di un uomo che tiene in ostaggio dei bambini in una scuola elementare. Il telegiornale mostra il volto e il nome del criminale. Light, una volta scritto il nome del criminale, attende 40 secondi dato che una delle regole del quaderno afferma che se non si specificano le condizioni della morte, la vittima morirà per arresto cardiaco dopo, appunto, 40 secondi. Passato questo breve lasso di tempo, alcuni bambini corrono fuori la scuola e i giornalisti affermano che il sequestratore si sia accasciato a terra misteriosamente perdendo la vita. Seppur sconvolto, Light è ancora scettico riguardo il potere del quaderno e decide di fare ancora una prova. Dopo aver terminato le lezioni serali si ferma in una libreria. All’esterno nota un gruppo di motociclisti intenzionati a violentare una ragazza. Uno di loro si presenta pronunciando nome e cognome e Light non si lascia sfuggire l’occasione. Questa volta però, oltre al nome dell’uomo, descrive anche le dinamiche della morte. Poco dopo lo stupratore, nell’inseguire la ragazza, viene investito da un camion proprio come aveva scritto Light. Ora il ragazzo non ha più dubbi, il quaderno funziona. Successivamente farà la conoscenza del vecchio proprietario del quaderno, lo Shinigami Ryuk, un dio della morte nel folklore giapponese, il quale rivela di aver fatto cadere il quaderno sulla Terra per portare un po’ di brio alla sua vita noiosa. Ed è così che iniziano le vicende di Death Note, le quali porteranno Light a diventare il giustiziere invisibile di tutti i criminali del pianeta, tanto da venire soprannominato dall’opinione pubblica Kira (trasposizione giapponese della parola killer), e ad ingaggiare un duello fatto di bugie, astuzie e sotterfugi con Elle, il miglior detective del mondo.

Prendendo in esame ciò che abbiamo detto in precedenza, l’intento di Light è chiaro: egli vuole costruire il migliore dei mondi possibili secondo la sua visione e la sua scelta, ossia eliminare i criminali per il bene della società. Seguendo ciò che dice Hume, l’intento di Light si basa sull’utilità sociale: i criminali sono un danno per la società, ne ostacolano il giusto funzionamento e per questo motivo vanno eliminati senza alcun processo o pena. Come un Dio che plasma la sua creazione, Light vuole costruire un mondo in cui il crimine non esiste. Ma è davvero il migliore dei mondi possibili quello cha in mente il ragazzo? Ovviamente e banalmente la risposta è no. Anche perché ciò che muove Light non è dettato da principi morali, seppur ampiamente distorti. Ciò che lo muove è innanzitutto scacciare la noia che lo attanaglia perennemente e per questo inizia a giocare a fare il Dio uccidendo i criminali. Con il passare del tempo però, assuefatto dal potere che il quaderno gli ha conferito, Light si convince di essere un dio così da avere il controllo sulla vita e sulla morte delle persone. I numerosi culti nati nel corso del tempo in onore di Kira non fanno altro che accrescere la convinzione di Light di essere una divinità capace di decidere il destino degli esseri umani. Più che da Leibniz e da Hume, sembra che Light abbia tratto ispirazione per i suoi piani dalle azioni di quel “politico” tedesco (austriaco per i puristi) del quale da un po’ di tempo non si può più pronunciare il nome (non stiamo parlando di Voldemort perché lui era inglese).

Note cartonate

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Oggi parliamo di emarginazione, una parola mai sola, al dispetto della condizione che interessa chi ne è colpito, ma che semanticamente può essere seguita da termini come allontanamento, alienazione. Sono questi i rimandi che la nostra immaginazione ci consegna ogni qual volta in cui ci troviamo a dover ragionare di marginalità.

Ma che cos’è l’emarginazione? Essere emarginati è molto più che una condizione sociale, spesso diventa una condanna esistenziale che ci accompagna in ogni sfera della vita, finanche a quella individuale.

Nella musica la possiamo immaginare come una nota; può essere studiata, ricercata e se collocata nel giusto contesto può assumere un valore ben preciso, ma al tempo stesso, rischia sempre di divenire prima di senso, addirittura stonata. Questa condizione è spesso frutto di una certa superficialità con cui si tende a definire, semplificare qualsiasi cosa che non ci torna a genio. L’emarginazione è spesso frutto di un giudizio, superficiale per l’appunto, che ha in esso la pretesa di sapere cosa è il giusto e cosa è sbagliato.

Non si può parlare di emarginati e di esclusi senza parlare di Fabrizio De André e a tal proposito prendiamo in esame un pezzo storico, “Via del campo”. Una canzone piena di vita. Una canzone, come molte del cantautore genovese, in cui gli ultimi, gli esclusi diventano i protagonisti. Con le sue canzoni De André, anche in quelle più drammatiche, riesce a darci sempre un punto di svolta, improvviso e inaspettato e così Via del Campo diviene, serbatoio di vita, di rinascita, addirittura di riscossa.

Dove l’emarginazione è grande, la voglia di rinascere sarà ancor più grande.

Dopotutto…

«Dai diamanti non nasce niente
Dal letame nascono i fior»