Abbecedario di provincia: lettera D

Abbecedario di provincia: lettera D

Sono bloccato in mezzo alla strada. Da giorni infiniti non ho più un obiettivo, neanche guardare un porno russo nel cuore della notte. L’unica attività che mi suggerisce un eco di vita è osservare gli altri darsi da fare per vivere qualcosa che possa essere definita vita. Lo stipendio a fine mese, qualche post interessante sui social oppure la ricerca dell’anima gemella: io, invece, ho rinunciato a tutto.

Trascorro le giornate a rivedere film già visti in modo tale che posso distrarmi evitando la maledizione dei sensi di colpa. In questo momento ho riavviato il nastro dell’ennesima commedia con Adam Sandler e sento il respiro finalmente un po’ più lungo. Le disgrazie del mondo sono lontane dalla mia stanza, almeno per oggi.

Ora stacco di telecamera sui ricordi resistenti alla mia depressione (parola della settimana): il primo romanzo a cui non è seguito più un cazzo, le foto di me con i capelli intento a catturare il tramonto per dedicarglielo, le poesie scritte ovunque, i dischi impolverati, le penne con i tappi morsi dalla rabbia.

Io non so cosa sia accaduto, ma so che ad un certo punto ho smesso di agire. Capita una mattina che ti alzi e non sai cosa vuoi per colazione. Ti accontenti di quello che c’è, è commestibile persino quella fetta biscottata rigurgitata dal cane.

Incomincia a pesare ogni passo, la vista ti si annebbia e senti soltanto che tutto ti scivola dalle mani. Non so spiegarvelo in maniera efficace, ma la scena è questa: tu incatenato ad una sedia in una cantina desolata e a turno rabbia, dolore, noia che ti torturano con ogni mezzo. Ed è inutile urlare, chiedere aiuto: le parole si bloccano in gola e se ti specchi puoi vedere la tua faccia che sorride.

È tardi anche per me. Sento le palpebre pesanti. Il buio è ad un palmo di mano da me. La stanza si sta raggomitolando su di sé. Qualcuno sta commettendo un delitto nel vicolo. Ma qui i supereroi sono sovrappeso ed alcolizzati.

Mi addormento con le mani in mezzo alle gambe. Lasciatemi in pace.

Stavolta voglio combattere la zona rossa

Stavolta voglio combattere la zona rossa

«Ti prego, non allontanarti da me»
«Come sei romantico, sei l’uomo da sposare»
«Non farti strane idee. Io odio muovermi dal mio comune. Quindi se dovessi andare via, io non ti seguirò»
.


Fu questo il dialogo che determinò la fine della nostra storia d’amore. Lo affermo da subito: io sono stato un precursore della zona rossa.

Lorena mi definì “pieno di pregiudizi”, io, invece, preferisco “ottimo professionista nell’evitare personalità che al sottoscritto stanno sui coglioni”. Però sì, Lorena potrebbe aver anche ragione.

Mentre passeggio per queste strade che conosco a memoria, e questa cosa per me è orgasmica, vi racconto delle innumerevoli serate a cui ho rinunciato per non andare in quel locale fuori città frequentato, così si dice (perché quelli come me mica son certi di quello che affermano) dai cosiddetti radical chic che odiano Verdone, il lessico basilare e la Peroni (tranne in quei periodi in cui fa comunista. Sì, sono patetico anche io). Ed è inutile che tutti miei amici (?) insistono nell’invitarmi: per me quel locale è “zona rossa”. Che poi è un dettaglio se la felicità la fanno le persone, mica i luoghi. Non me ne frega, io lì non ci andrei neanche con me stesso.

«Stasera a noi si uniranno anche altri ragazzi, amici di amici …»

Quando ascolto questa affermazione potrei morire sul colpo. Queste parole, nell’ordine esatto in cui le ho riportate, potrebbero provocarmi un triplo infarto con salto carpiato. Oltre alla zona rossa, sono stato anche un precursore degli assembramenti. Se poi con gente che non conosco dovessimo andare anche altrove dalla mia città di residenza, beh, potrei preferire stringere la mano al Mostro di Firenze (non opporrei neanche resistenza). Eppure ci ho provato a combattere questa parte di me. Con poca insistenza, d’accordo, però ci ho provato.

Una volta una ragazza mi disse che la mia mente era piena di zone rosse (forse non utilizzò questa espressione però il senso era quello). Che non provavo mai nulla di nuovo, che evitavo diverse esperienze perché prevenuto e che soprattutto non incontravo mai gente nuova. Lì per lì non ci diedi peso, pensando soltanto a quanto stessi bene con gli amici (?) di sempre e nei vicoli di sempre.

Quando tornai a casa, però, ammisi l’amara verità: è che sono sempre quel bambino insicuro e spaventato. Come quella volta che mia madre lasciò la mia mano e da solo dovetti trovare la forza per percorrere quel lungo corridoio che avrebbe inaugurato la mia carriera scolastica. Ricordo il sudore che scivolava sulla mia schiena e l’ansia di non essere accettato, di risultare troppo strambo per quella che poi avrei conosciuto come “società”.

Forse sono ubriaco, ma presidente Conte io rifiuto l’offerta e vado avanti: vorrei provare ad evadere dalla mia zona rossa perché credo che più in là del mio naso ci sia qualcosa da apprezzare.