Chi ero, chi sono

Chi ero, chi sono

Cara Fabiana,

i muscoli indolenziti delle gambe, mi ricordano che le cose cambiano. Ieri, dopo più di un anno di stop, ho provato a fare un po’ di sport e, come natura vuole, oggi faccio fatica a muovermi. Questo mi riporta inevitabilmente con la mente al passato, quando uno status simile era di fatto impossibile, dato che in palestra ci passavo quasi tutti i giorni della settimana.

La mia testa mi riporta a un passato prossimo, vicino, l’ultimo periodo a Napoli. Mi domando perché proprio quel periodo e mi rispondo che forse è stato quello più bello, più vivo. Insomma non l’infanzia di cui si ricorda poco e niente, né l’adolescenza in cui si deve ancora capire bene chi si è, ma un arco temporale segnato dagli ultimi anni di studio e dall’ingresso nel mondo del lavoro.

In realtà il passaggio non è stato così netto. Il tratto distintivo che mi caratterizzava in quel tempo era l’arte di fare più cose contemporaneamente. Ricordo che c’è stato un momento in cui ricoprivo il turno notturno a lavoro e poi a ora di pranzo mi recavo all’università per seguire il Master, e poi andavo in palestra, e poi scrivevo, e poi ballavo salsa, e poi il tango. Ricordo che, quando descrivevo la mia giornata tipo, le persone restavano abbastanza sorprese dall’intensità del mio programma quotidiano. Ricordo che mi sentivo molto fiera.

Non che ora non lo sia, ma ci sono alcune cose che ho dovuto lasciare scivolare via dalle mie mani durante l’ultimo tratto di strada della mia vita. Per mancanza di tempo, questa è la scusa più comune da raccontare agli altri e a se stessi, per pigrizia, l’antipatica verità.

Sì, sono stanca e alla sera mi addormento sul divano mentre guardo la tv. Sono stanca e faccio decisamente meno cose rispetto al passato oppure è giusto dire che le cose che faccio ora sono sempre tante, ma non tutte corrispondono a cose di piacere.

La verità è che in quel passato prossimo di cui ti parlavo ero ancora una ragazza, mentre oggi, nel presente, sono ormai una donna. Prima ballavo, studiavo, lavoravo, scrivevo, ma poi tornavo a casa e non dovevo pensare più a nulla perché i doveri e le difficoltà, quelli veri, erano un problema di quei santi dei miei genitori.

Il trasferimento a Parma ha sancito il vero cambiamento, l’abbandono del nido per spiccare il volo. È stato bellissimo e lo è tutt’ora, perché ho partecipato alla mia trasformazione e, anche ora che ti scrivo, ho ben chiaro chi ero e chi sono. E sono fiera come qualche anno fa, anche se nessuno è più sorpreso dal mio programma quotidiano. E va bene così, perché, seppure i mille doveri a cui assolvo non sono degni di nota, io mi sento una donna forte. Stanca, ma forte.

Voglio dirti un’ultima cosa. Le scelte che ho fatto hanno comportato delle rinunce e, come ti ho già detto, lungo il tragitto ho dovuto lasciar andare alcune cose a cui tenevo. Altre le ho trattenute, come la scrittura. Non è detto, però, che le cose perse non possano essere recuperate in un secondo momento. Se ci si accorge di avere delle mancanze, delle malinconie, nei limiti del possibile bisogna rimediare. Io lo farò. Lo premetto a te che sei il mio passato e hai reso possibile il mio presente.

Lo scambio delle parti

Lo scambio delle parti

Cara Fabiana,

oggi voglio sfatare il famoso mito della minoranza. Secondo la leggenda, infatti, quando si è in minoranza, qualsiasi sia il contesto, si è quasi sicuramente perdenti.

E questa è una cosa che ci inculcano nella testa sin da piccolini, quando per prendere un decisione o ottenere un qualcosa venivamo sottoposti all’ormai usurato “la maggioranza vince”. Per carità, un nobile ideale che in certi ambiti si può dimostrare fondamentale per sbrogliare nodi complicati, ma che in altri, a mio parere, perde di potenza.

Essere in quantità numerica inferiore non designa che i giochi siano già fatti. Implica solo che bisogna trovare un sentiero non ancora battuto per moltiplicare l’effetto del proprio agire. Bisogna usare l’ingegno, e questo più che uno svantaggio mi sembra una potenzialità.

Che poi non si tratta solo di una questione numerica. Minoranza è tutto ciò che non è massa, tutto ciò che non passa a pieni voti l’esame a cui ti sottopone una società impolverata. Minoranza è il diverso, il nuovo, quella cosa che fa paura perché semplicemente non la si conosce e, il più delle volte, non la si vuole conoscere.

L’altro giorno mi sono imbattuta in un’intervista in cui una persona raccontava di come fosse stata vittima di bullismo durante la sua adolescenza in quanto ritenuta diversa. Una condizione che, però, è durata fino a quando l’interessata ha deciso di affrontare il suo carnefice. Non usando la violenza, ma guardandolo negli occhi, a testa alta, mostrando di poter essere più forte di lui con la forza dell’intelletto.

Questo è un chiaro esempio di due singoli, la vittima e il carnefice, teoricamente in una situazione di parità numerica, ma che di fatto rappresentano a pieno il concetto di minoranza e maggioranza.

Questi due soggetti, anzi, con il loro agire e subire, hanno dimostrato ancora di più e cioè che il confine tra l’essere in minoranza e l’essere in maggioranza è davvero molto labile. La vittima ha deciso di uscire fuori dalla sua (s)comfort zone e con un comportamento inaspettato ha messo in un angolino quella che in principio era la maggioranza.

La minoranza che si fa maggioranza, suggerisce un concetto di interscambiabilità che, a mio avviso, non solo è rassicurante, ma che soprattutto deve essere d’ispirazione per le fasce più deboli, dove per debole si indica tutto ciò che non riesce ad affermare la propria natura liberamente, senza conseguenze o giudizi.

Se vogliamo dirla proprio tutta, mentre ti sto scrivendo prendo consapevolezza del fatto che il fenomeno può essere osservato anche in un solo singolo. Non, quindi, gruppi di persone, né due soggetti, ma un unico individuo. Basta guardarci dentro, per renderci conto che anche in questo istante convivono in noi una parte di pensieri, impulsi, comportamenti che rappresentano la minoranza e un’altra parte che invece predomina in quanto maggioranza. Nulla è fisso e, soprattutto nei momenti di crisi, tutto può essere rivisto, le nostre scelte e valutazioni possono condurre a uno scambio delle parti. Ecco, forse – che si sia in cento, mille o una persona – alla fine è tutta una questione di scelte.

Recovery Plan Ignorante

Recovery Plan Ignorante

Cara Fabiana,

in questi giorni, come è giusto che sia, si sente parlare tanto di Recovery Plan. Così, tra mille impegni e pensieri, mi sono ritagliata cinque minuti per leggere un articolo e capire a grandi linee cosa prevede tale progetto. Mentre scorrevo la pagina, però, mi è sembrato che le parole proposte, le intenzioni, appartenessero a quella famiglia di cose che ognuno di noi ha già sentito dire più e più volte nel corso della propria vita, magari durante i comizi elettorali. Tutti obiettivi nobilissimi, per carità, e che mi auguro si realizzino come da programma, ma non posso negare che un mezzo sorriso scettico è venuto fuori. Sai cos’è? Un Recovery Plan dovrebbe ridarci ciò che la pandemia ci ha portato via, però a me pare che le cose inserite nell’elenco del documento ci mancassero già prima del Covid19. Questo fa ridere e anche un po’ piangere, a dire il vero.

Sì, lo so, sto dicendo troppe cattiverie. Cosa ne capisco io delle difficoltà che si incontrano durante la realizzazione di un progetto simile? Nulla, infatti, e sinceramente neanche voglio conoscerle. È per questo che voglio proporti il mio Recovery Plan Ignorante.

Prima di tutto, il mio Recovery Plan non si chiamerebbe così, ma Piano di Risanamento per un’Italia migliore. Il nostro Paese ha la sua lingua ufficiale ed è l’italiano. Propongo, quindi, come primo punto del documento proprio la rivalorizzazione della nostra lingua. Basta inglesismi, francesismi e soprattutto parole del calibro di scialla, per me ancora prive di collocazione. Voglio un’Italia accessibile a tutti, a partire dal linguaggio e se presento a mio nonno gli obiettivi del governo con l’espressione Recovery Plan, lui già non ci sta a capire più niente.

Accessibilità è una parola che si lega bene anche con digitalizzazione. Capisco la necessità di digitalizzare tutto e l’appoggio a pieno, ma non bisogna dimenticare quella fetta di popolazione –   vedi persone dai 60 anni in su e diversamente abili – che ha difficoltà a interagire con un computer. Nel mio programma di risanamento, quindi, propongo corsi di informatica obbligatori e gratuiti per chi non ha dimestichezza con le nuove tecnologie e sostegno e fornitura delle giuste strumentazioni per chi ne ha necessità.

Passiamo all’ecologia, che ho molto a cuore. Sai bene, infatti, che, da quando vivo a Parma, attraverso la cura del mio piccolo giardino ho riscoperto la bellezza e grandezza di Madre Natura. Mai connotazione fu più azzeccata, perché la natura, proprio come una madre, ti insegna a prenderti cura degli altri, con delicatezza e rispettando i tempi, e ti trasmette l’amore per la curiosità e la scoperta. Di conseguenza, nell’Italia che vorrei, a ogni famiglia spetta un piccolo spazio verde, in casa o da adottare, per imparare a rispettare l’ambiente e gli altri.

Nuova ripartizione del tempo. Riduzione della settimana lavorativa a quattro giorni e/o flessibilità oraria a seconda delle esigenze individuali. Più tempo libero da dedicare alle proprie passioni e alla famiglia. Una vita rallentata, basta andare sempre di corsa.

Passiamo alla parte fantasy del documento. Lavoro per tutti nella città di residenza. Ci si trasferisce in altro luogo per propria scelta e non per necessità. A 60 anni si va in pensione, così da lasciare spazio ai giovani, ma non si diventa scarto della società. Compito del neo pensionato è quello di affiancare il nuovo assunto e trasferirgli tutto il proprio sapere, senza ovviamente dimenticare i nipoti.

Per una mobilità green, la scienza impiegherà parte delle proprie risorse nello sviluppo del mezzo di trasporto più sostenibile mai esistito: il teletrasporto. Zero emissioni, zero spreco di tempo e danaro. Non importa dove tu sia, in un batter di ciglia ti ritroverai a casa di mammà a mangiare la parmigiana di melanzane.

E, infine, la salute. Baci e abbracci – questi sì che ci sono stati portati via dal Covid19 – a volontà. L’amore è la vera cura. Per noi, per l’Italia.

Il tempo è sempre lo stesso

Il tempo è sempre lo stesso

Cara Fabiana,

conosci la canzone C’è tempo di Ivano Fossati? Beh, a un certo punto nel testo si parla di un tempo che sfugge e che prima o poi ci riprende. Così ho iniziato a riflettere sull’immagine che in particolar modo mi suggeriva il verbo riprendere.

Davanti agli occhi si sono stagliati disegni di un tempo padrone, in giacca e cravatta, che con andare frettoloso stringe con forza tra le mani una ventiquattro ore. Le nostre 24 ore. Noi cerchiamo di tenere il passo, spesso inciampiamo, ma alla fine è lui ha decidere se lasciarci indietro o prenderci con sé.

Un’immagine terribile, insomma, ma che la dice lunga sull’effettivo rapporto che intercorre tra uomo e tempo. Il che fa abbastanza ridere se si tiene conto che la suddivisione del tempo è una convenzione creata proprio dall’uomo per gestire una distesa di infinito dove l’unico tratto distintivo fornito dalla natura era l’alternarsi di luce e buio.

È all’inizio del Novecento che si può fissare la nascita della suddivisione del tempo in otto ore per lavorare, otto ore per consumare e otto ore per dormire. In pratica, quella a cui siamo state destinate sin dalla nostra nascita. Una suddivisione netta per far girare il mondo, ma che, non si comprende bene come, ha prodotto una società  in continuo affanno.

È come assistere alla scena del cane che si morde la coda. Da qui le lamentele su di un tempo che non è mai abbastanza, da qui il desiderio di un giorno fatto di 48 ore.

Eppure il tempo è sempre lo stesso. Lo è anche ora che con l’introduzione dello smartworking è arrivata una ventata di novità. Eh sì, un po’ per costrizione un po’ perché prima o poi qualcosa deve pur cambiare, da qualche mese nelle nostre vite è stata introdotta questa nuova modalità di lavoro, da casa, comodamente seduti dietro alla propria scrivania, con ciabatte e pigiama.

Bisogna però capire se l’introduzione di questa nuova modalità costituisca semplicemente un cambio di vestito o se in effetti segni una modifica di valore nella gestione del tempo.

Abbiamo più tempo a disposizione? La mia professione non può essere convertita in smartworking e, quindi, non posso condividere la mia testimonianza, ma da semplice osservatrice secondo me la risposta è no. Quello che cambia è di certo la suddivisione della giornata in spicchi con confini bene delineati. Questo è ciò che viene meno e si assiste a una compenetrazione della vita privata con quella pubblica. Certo, tra una riunione on line e una telefonata, si ha modo di azionare la lavatrice, ma non credo sia questo a renderci padroni del nostro tempo.

Sì, nostro. Il tempo è nostro in quanto parte della nostra vita e, secondo me, l’errore non è nella ripartizione che c’è stata imposta, ma nell’acconsentire completamente a questa imposizione.

Capisco bene che non stare al passo con il tempo per molti possa significare perdere una gara. Il tempo, però, è infinito e ogni tanto rallentare per dedicarsi a ciò per cui non si ha mai tempo può solo farci riprender fiato. Tanto per rimettersi in corsa c’è sempre tempo.

Il futuro ridimensionato

Il futuro ridimensionato

Cara Fabiana,

negli anni in cui eravamo un’unica persona, il futuro è sempre stato molto presente nelle nostre giornate. Eterne sognatrici ritagliavamo pezzi di tempo per ipotizzare cosa avremmo fatto da lì a dieci o vent’anni, per vagare con la mente e saltare le tappe più faticose della vita. Ci spingevamo lontano, tralasciando il futuro prossimo, oltre i confini dell’immaginazione. In realtà di confini a quei tempi non ve ne erano proprio, sembrava che tutto fosse realizzabile o comunque era facile crederlo. Con la creatività solleticavamo un futuro possibile e questo era molto piacevole.

Ora, invece, questa creatività, questa forza del “tutto è possibile” sembra esser venuta meno. Non è dipeso dalla nostra separazione, dal trasferimento da Napoli a Parma, anzi è stata proprio questa forza a rendere possibile il cambiamento e tu lo sai. Quello che non sapevamo e che un’epidemia non prevista, neanche nella nostra immaginazione, avrebbe dettato nuove regole, messo dei confini.

Da un anno a questa parte, l’abbiamo detto e ridetto più volte, la nostra vita è cambiata, quella di tutti. Ci piace dire che si è fermata, forse per mantenere l’illusione di un brutto sogno che prima o poi finirà permettendoci di riprendere tutto dal punto in cui lo avevamo lasciato senza alcuna conseguenza.

Ci prendiamo in giro, una delle forme di amore più crudeli. E, invece, qualcosa è cambiato, tante cose lo sono. Quella per me più tangibile in questo momento è proprio la percezione del futuro. Se prima il nostro sguardo puntava lontano, ora sono stata colta da una sorta di miopia che mi consente di guardare solo il futuro prossimo.

La cosa terribile è che più vicino non vuol dire più facile da raggiungere, da realizzare. Questo covid maledetto ci ha catapultati in una realtà che nell’immaginario collettivo è sempre stata utopica – mi riferisco al hic et nunc, a cogliere l’attimo – privandoci, però, degli strumenti e degli umori per attuarla a pieno.

L’immagine che mi appare davanti agli occhi mentre scrivo queste parole è quella di un uomo incatenato a una sedia, impossibilitato a fare quello che potrebbe fare nel presente e costretto a guardare fuori dalla finestra un futuro difficile da toccare. Sembra quasi una punizione divina, una condanna a vivere in un limbo senza presente né futuro.

Oppure può essere una possibilità. Quello che resta quando si è privati di presente e futuro è il passato e, forse è proprio lì la chiave per liberarsi dalle catene che più che il covid, ci siamo messi da soli con la smania di volere sempre di più.

Sai dov’è che vedo il mio passato? Lo vedo nel mio futuro ridimensionato. Se due anni fa a quest’ora ero impegnata a organizzare la prossima vacanza estiva, ora la mia ambizione più grande è riuscire a tornare a Napoli per trascorrere le festività pasquali con la mia famiglia. Non la Pasquetta con gli amici, ma la Pasqua con la famiglia. E questo mi piace, perché sento di aver invertito una scala di valori che prima era errata. Questo non vuol dire che quando sarà possibile rinnegherò i piaceri della vita come i viaggi all’estero e il divertimento, ma probabilmente li saprò apprezzare di più, cogliere meglio l’esperienza proprio perché sono ripartita dalle mie origini.

Il mio futuro ridimensionato mi concede un tempo dilatato, svuotato d’azione spesso superflua e aperto alla percezione di tutte quelle cose che prima davo per scontate, che non vedevo più. Ora esco di casa e apprezzo l’aria che mi accarezza le guance mentre sono in bici.