Dove stiamo andando?

Dove stiamo andando?

Dove stiamo andando? È una domanda che a un certo punto capita di porsi.

Non più un quesito che con gli amici si faceva largo durante qualche sabato sera in cui ci si trova impreparati al solito spettacolo offerto e nemmeno quella che ci poniamo con le nostre compagne o compagni durante qualche serata estiva, in cui cerchiamo di fuggire dalla calura estiva e dalla noia cittadina.

Dove stiamo andando è l’ago di questa nuova bussola con cui abbiamo cominciato a fare i conti in questa fase delle nostre vite.

Le nostre esistenze ci rendono naufraghi in un mare magnetico in tempesta che ci sbatte a destra e a manca e ci priva di quel senso di sicurezza che in un certo qual modo ha contraddistinto le generazioni che ci hanno preceduto.

Così abbiamo deciso che in queste due settimane fare un qualcosa di estremamente pericoloso per la nostra società.

Queste due settimane abbiamo deciso di fermarci per un momento, chiudere gli occhi, prendere fiato e ripensare a noi stessi, a quello che abbiamo costruito durante gli anni, a quanto abbiamo seminato e a quanto abbiamo raccolto.

In questi quattordici giorni vorremo chiederci di nuovo, tutti insieme, dove stiamo andando. Metteremo al centro di tutto le nostre vite in relazione al tempo in cui ci troviamo a vivere. Esistenze che sono il risultato di numerose variabili: delle istituzioni che ci hanno cresciuto e formato, del mondo del lavoro, delle sue regole e norme, prodotto delle nostre realtà urbane, provinciali che vedono vivere.

Il mondo cambia, tutto è in trasformazione, questa non è una scoperta. Quello che ci piacerebbe raccontare è come reagiamo a questi cambiamenti, come ci adattiamo alle trasformazioni che ci interessano. Siamo capaci di comprendere le direzioni che stiamo intraprendendo o ci ritroviamo in balia delle onde?

Scopritelo in queste prossime settimane, come sempre seguendoci su Scarpesciuote.

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti

Storia di Atripalda attraverso i sentimenti

Storia di Atripalda attraverso i sentimenti

Giocare in casa regala sempre grandi emozioni, grandi preparazioni e anche una piccola dose di preoccupazione. Sono le prime cose che ci sono venute in mente quando ci siamo ritrovati a partecipare alla quinta tappa di Cammini Irpini. Insieme a noi un’ospite d’eccezione, la nostra grande amica Alessia Capasso di CperCultura.

11.09.2021 – TAPPA 5 – ATRIPALDA, CENTRO STORICO

Atripalda, circa 8 kmq, pochi se la si osserva su di una mappa, pochissimi se la si immagina in relazione alle sconfinate terre che rendono l’Irpinia una delle province più estese della Campania, riesce a raggruppare, suo malgrado, infinite vite, incalcolabili epoche, sorte una sopra l’altra, una di fianco l’altra.

Lo dimostra il fatto che basta una consonante per ritrovarsi in due luoghi completamente diversi e rapportarsi con due epoche altrettanto differenti.

Provare per credere: chiedete ad un atripaldese di accompagnarvi “nterra a’dogana” e poi ripetete la stessa richiesta, ma questa volta, sostituite la d iniziale con una semplice r e chiedete di portarvi “nterra a’rovana”.

Una consonante è bastata a dividere in due un’intera cittadina, un fiume è servito a dividerla in altrettante parti. Proprio da quest’ultimo siamo ripartiti per questa quinta tappa. Lungo un’unica sponda del Sabato abbiamo trarscorso un’intera mattinata.

Costeggiando gli scavi archeologici della Basilica Paleocristiana abbiamo risalito la strada per raggiungere la chiesa Madre e non c’è voluto molto per imbatterci nelle prime memorie. Lì a Vico la Torre, sotto lo sguardo attento della Madonna di Montevergine, sorgeva un arco, immaginifico per la mia generazione che l’ha visto, e continua a vederlo, sospeso tra le due palazzine, grazie ai ricordi e i racconti ereditati negli anni.

Ricordi di un centro storico scomparso e svanito, a causa di una ricostruzione post sismica non certo chiara e che attraverso una delle prime pratiche di gentrificazione sociale ha privato Atripalda della sua anima, quella popolare e subalterna che un tempo animava queste strade.

Oggi resiste Mamma Schiavona, nella sua edicola, come ultima custode di un mondo che sta svanendo e si pone come anello di congiunzione tra i differenti universi.

Per anni ha accolto, proprio tra la seconda e la terza settimana di settembre, i tanti pellegrini che dai paesi limitrofi si incamminavano di notte per arrivare a Montevergine. Per anni ha dato ospitalità e sollievo ai tanti impegnati in quella che viene universalmente riconosciuta come la juta.

Così la Madonna Nera al nostro passaggio mi ha riportato indietro negli anni, ai tanti settembre della mia infanzia a Rione Mazzini, fatta di odori di nocciole caramellate, di tiro a segno, di spighe bollite e del suono delle zampogne che proprio nei giorni precedenti al 12 settembre annunciavano che quello era tempo di juta.

Ma il tempo dei ricordi scorre veloce, lasciandosi susseguire da altre storie, altre epoche e lo sanno bene anche le Volontarie del Servizio Civile della Pro Loco che ci hanno accolto ai piedi della chiesa Madre e ci hanno accompagnato tra le bellezze artistiche sopravvissute al tempo e al sisma e i disastri architettonici della ricostruzione, prima, e nello Specus Martyrum poi.

Catapultati, freneticamente, tra epoche differenti il passato a noi più vicino è ritornato spesso a farci visita in questa passeggiata. Lo abbiamo visto anche quando Lello Labate, della Pro Loco, ci ha raccontato l’evoluzione abitativa di Atripalda. Trasformatasi sempre più velocemente in un centro densamente popolato, ha visto diminuire drasticamente le piccole case di un tempo, sacrificate a scapito di palazzi sempre più alti. Lo ha fatto anche lui, facendo ricorso alle sue memorie, indicandoci una piccola palazzina che resiste ancora. Lì nei pressi di quel ponte conosciuto come Ponte delle Carrozze accoglie ancora tutti coloro che si dirigono in piazza. Un ponte che ha acceso altre memorie, come i racconti degli tanti anziani che durante gli anni hanno ricordato i tragici momenti in cui una piena lo costrinse a soccombere, mandando nel caos un intero paese.

La tappa ha seguito un suo crescendo anche sotto l’aspetto dell’altitudine cittadina. Infatti spingendoci sempre più su abbiamo avuto la possibilità di visitare la chiesa delle Grazie ed infine di ritrovarci tra gli arbusti e le statue del giardino Caracciolo. Abbiamo avuto modo, anche in questi luoghi, di rivivere i racconti di vite passate, fatti anche di ginocchia sbucciate e di partite di pallone infinite, giocate all’ombra di quel palazzo che oggi ci consegna un presente cadente, ma non per questo fatto di rinuncia ed arrendevolezza.

Non è bastata una giornata a raccogliere almeno la metà delle infinite vite di Atripalda e per questo con le Acli di Avellino, con l’Associazione Terrafuoco di Massimo Vietri, con tanti nuovi ospiti e partecipanti ritorneremo a passeggiare anche questo sabato, tra le storie e le memorie di una città che spesso si dimentica di averne davvero tante da raccontare.

 

CONSIGLI DI LETTURA TAPPA 5 – CAMMINI IRPINI

«Dopo averlo lasciato per la prima volta a 31 anni e dopo più di 15 anni di assenza, il piacere malinconico, non privo di euforia né di collera e amarezza, che mi dava contemplarlo era uno stato specifico, una corrispondenza fra interno ed esterno che nessun altro luogo al mondo poteva darmi. Come ogni rapporto tempestoso era caratterizzato da un chiaroscuro ambivalente, dove si alternavano commedia e tragedia. Segno, modo o cicatrice me lo porto dietro ovunque vada e questo non cambierà mai».

Il fiume senza sponde – Trattato immaginario, Juan José Saer, La Nuova Frontiera, 2019

Il fiume senza sponde

Note cartonate

Note cartonate

Il passato: un tempo indefinito, colorato di atmosfere malinconiche e di un prezioso mistero

Il passato è un grande bagaglio culturale che inconsciamente va a comporre il nostro DNA e spesso influenza le nostre azioni ed il nostro porci verso il mondo. Per quanto concerne l’ambito musicale possiamo dire che i tempi che furono hanno avuto lustro, splendore e spessore culturale maggiore rispetto a ciò che oggi ci viene proposto.

Ieri la vita era scandita da un tenore di vita tenue, i colori erano meno accesile nostre menti più libere e speranzose, ma soprattutto si viveva nell’ attesa di grandi eventi. La mia infanzia era segnata da ore passate al walkman con la speranza di riuscire ad ascoltare il pezzo desiderato.

In tal senso oggi vi propongo un pezzo che da un punto di vista di testo non ha troppo a che fare con la tematica di questa settimana. Tuttavia è una canzone che per me ha un valore emotivo importante e che rispecchia a pieno il mio passato.

Il pezzo che cercavo in radio per ore ed ore: “The Reason” degli Hoobastank.

Il passato è una risacca, bisogna affrontarlo con rispetto e gentilezza, va ricordato e non vissuto. Restare intrappolati nel passato è pericoloso e ci spinge a non vivere ciò che ci passa davanti e questo tempo perso non tornerà più, anzi, diventerà passato ancor prima di averlo vissuto.

Life is strange

Life is strange

Quando è stata proposta la tematica il mio primo pensiero è andato al gioco della Dontnod Entertainment, Life is strange. Rientra alla perfezione, un’avventura grafica ad episodi che ci permette di vestire i panni di Maxine Caulfield e di poter sperimentare il sogno proibito della maggior parte di noi: riavvolgere il tempo.
Quanto sarebbe comodo tornare indietro di qualche minuto o di qualche anno, cambiare un determinato momento e vivere un’esperienza totalmente nuova? Molto!
Ma cose del genere, come ci spiega un altro viaggiatore del tempo il Doctor Who, hanno regole ben precise; cambiare il passato porterà ad un presente diverso.
Un pomeriggio nello studio del mio psicologo mi ritrovai a parlare di come mi sarebbe piaciuto tornare indietro, riavvolgere la mia vita e incontrare il me stesso bambino; il dottore mi fece notare che facendo così, avrei tranquillamente ucciso il me stesso del presente.
Maxine, o meglio Max, è una ragazza che scopre il suo potere quasi per caso e lo utilizza per salvare la sua amica Chloe da morte certa; da quel momento la vita delle due ragazze cambia e tornano ad essere amiche dopo anni che Max mancava da Arcadia Bay, la cittadina dove tutto il gioco si svolge ed insieme cercheranno una ragazza scomparsa misteriosamente

IL PASSATO

Cambiare il passato ci porterebbe ad una sorta di ristrutturazione del nostro presente, ci ritroveremo ad avere relazioni diverse, persone che magari non avremmo mai incontrato, esperienze totalmente diverse!
La possibilità di tornare indietro nel passato quindi sconvolgerebbe oppure no la nostra vita? Per fortuna resta una domanda legata prettamente ai prodotti culturali ma la curiosità di poter viaggiare a ritroso resta. Poter tornare indietro, rivivere i momenti che ci hanno formato, come ad esempio stringere la prima amicizia è una curiosità che ci accompagnerà a lungo.

Il potere di Max permette di riavvolgere il tempo ed, in questo modo, evitare che accadano cose negative, come all’inizio del gioco. Ma come tutti i poteri nasconde un grave pericolo. Infatti, ad ogni suo utilizzo del tempo l’ambiente circostante cambia fino all’estrema conseguenza. Un tornado porterà alla distruzione di Arcada Bay e il gioco vi metterà davanti ad una scelta, salvare la cittadina e quindi tornare all’inizio di tutto o viceversa?

In conclusione c’è da dire che alla fine essere ciò che siamo è perfetto, poiché il passato è il frutto delle nostre esperienze, errori compresi, ed è ciò che ci ha reso unici nel nostro presente. Dovremmo imparare a vivere i nostri passati dando a questi il giusto peso e la giusta distanza. Solo così riusciremo a non restare bloccati perdendo così la quotidianità e, di conseguenza, vanificando qualsiasi futuro che ci aspetta.

 

La costruzione del passato attraverso la memoria

La costruzione del passato attraverso la memoria

L’argomento di queste due settimane mi permette di parlare di quella funzione psicologica che sta alla base del nostro orientamento nel tempo: la memoria!

Di solito quando sentiamo parlare di memoria si pensa ai ricordi e, complici metafore fatte dai professori a scuola, la si immagina come un fosso archivio dentro cui conserviamo i nostri ricordi. E su per giù è così, solo che questo è uno dei tanti compiti che la memoria umana assolve e che, detto come fanno quelli bravi, si chiama MEMORIA A LUNGO TERMINE. Certo, negli archivi di casa o dell’ufficio le cose si immagazzinano seguendo un certo criterio (ordine alfabetico, numerico eccetera), la memoria a lungo termine invece usa delle “etichette emotive”: ogni evento della nostra vita viene associato ad una emozione da un’altra funzione della memoria che dirò dopo la quale, inoltre, associa altre caratteristiche specifiche di quell’evento (sia un luogo, una data o addirittura un odore); quando abbiamo bisogno di ricordare qualcosa, la stessa funzione della memoria che aveva fatto questa “etichettatura” mette insieme lo stato emotivo attuale con quello associato al ricordo e più corrisponde, più viene frequentemente sentita quella specifica emozione intensamente, più verranno ricordati i dettagli del ricordo stesso. Questo processo si chiama RIEVOCAZIONE di un ricordo.
Capita spesso di sentire di aver dimenticato qualcosa, da un evento del passato remoto a cosa abbiamo mangiato ieri; questo succede per due motivi principali: o perché non abbiamo prestato molta attenzione a quello che abbiamo visto o fatto (o mangiato), oppure perché c’è qualcosa che non possiamo ricordare perché ne soffriremmo per cui l’emozione viene staccata dall’evento e noi ce ne dimentichiamo o, come dicono quelli bravi, subentra un processo di OBLIO (che per capirai non è consapevole ma avviene al di là della nostra volontà).
La memoria a lungo termine, come detto, non è l’unica memoria esistente; ne esisterebbe un’altra secondo alcuni studiosi, un altro paio secondo altri. Ciò su cui tutti vanno d’accordo è dire quello a cui servono e io, per comodità, mi rifaccio al modello di due tipi di memoria: quella a lungo termine e quella DI LAVORO. Quest’ultima è proprio quella che ho accennato poco fa: si occupa di mettere insieme tutte le informazioni che noi, attraverso i 5 sensi, catturiamo dal mondo esterno e, come già detto, associa all’emozione che si sta provando in quel preciso momento. Il modo con cui avviene questo processo meriterebbe un articolo a parte, mi limito a dire che lo fa dividendo le informazioni in base a che siano pensieri o azioni, che siano eventi reali o immaginati e su che tipo di senso (vista udito eccetera) viene usato. Inoltre, la memoria di lavoro ha un secondo compito, quello di mantenere in memoria, appunto, delle informazioni che ci servono per un tempo limitato, tipo ricordare un numero di telefono mentre lo si sta scrivendo; in questi casi non serve associare il ricordo ad una emozione e quel ricordo svanisce in breve tempo, da cui il nome MEMORIA A BREVE TERMINE.
La memoria di lavoro elabora tutto quello che percepiamo, e quando dico tutto intendo PROPRIO TUTTO! In teoria saremmo in grado di ricordare ogni secondo del nostro passato, e forse gli esseri umani del 10000 dopo cristo saranno in grado di farlo; oggi invece noi ricordiamo solo quello a cui diamo un significato personale e lo rievochiamo soltanto quando ci serve veramente, ed è per questo che a volte ricordiamo delle cose mentre altre volte c’è le dimentichiamo: dipende dall’emozione di fondo del momento, cose di cui non abbiamo il controllo cosciente. La questione emotiva, poi, ci fa capire anche perché capita di ricordare cose senza volerlo: dipende dall’emozione provata al momento della rievocazione che “attiva” un ricordo associato a quell’emozione. E questo vale anche per quelle volte in cui un odore, una musica o la vista di un paesaggio rievocano ricordi senza che noi lo abbiamo desiderato.
Il passato individuale, quindi, non è un archivio fatto di informazioni estraibili a proprio piacimento; i nostri ricordi, dunque il nostro passato, prossimo e remoto, sono contenuti tutti all’interno di una rete in cui i ricordi sono custoditi nei nodi e ciascun nodo e collegato ad un altro da un filo dentro il quale ci sono emozioni associate e particolari comuni. Da come abbiamo costruito il nostro passato, dipende la costruzione del presente e del futuro.