La cartolina

La cartolina

“Per andare in centro bisogna prendere il pullman. Ci vogliono circa due ore per raggiungere la scuola. Ogni giorno per andarci perdo più di quattro ore. A differenza dei miei amici, che vivono in centro”
“Qui in periferia non c’è niente, manca il teatro, manca una biblioteca, non c’è il cinema. In centro i miei amici hanno tutto, e sotto casa”
Come sono tutte uguali le storie dei ragazzi che vivono in periferia
Uguali da nord a sud
Dalla periferia devi spostarti, sempre.
Se ci vuoi rimanere devi confrontarti con il vuoto
Chi è debole colma il vuoto come meglio può
Dovrebbe invece essere sempre garantita possibilità di scelta.
Dovrebbero essere sempre garantite a tutti pari opportunità.
Di vita
Piano nazionale di ripresa Periferica
Irpinia 2021

 

Io sono il punto di incontro tra nord e sud

Io sono il punto di incontro tra nord e sud

Cara Fabiana,

quando ero lì con te a Napoli, abitavo in periferia, tu ci abiti tuttora insieme a mamma e papà. Abbiamo sempre vissuto in periferia, prima Frullone, poi Chiaiano. Devo dire, che non mi è mai pesato, forse merito della metropolitana, forse merito dei nonni materni e paterni con casa rispettivamente nella Sanità e a via Marina. Insomma il centro di Napoli l’ho sempre vissuto molto. A parte le scuole primarie e secondarie, liceo e università le ho frequentate al centro, tutti i giorni della mia adolescenza/prima giovinezza li ho trascorsi tra vicoli affollati, opere d’arte a cielo aperto e profumo di pizza e sfogliatelle calde. Se proprio vogliamo dirla tutta per me il centro ha sempre rappresentato casa, la periferia un letto caldo dove dormire.

Poi è arrivato il trasferimento a Parma e i termini di paragone si sono ingigantiti. Non più centro e periferia, ma nord e sud. Su questi due termini la letteratura è molto ampia, i significati molteplici. C’è chi non vede alcuna differenza tra i binomi centro-periferia e nord-sud, chi li ritiene due facce della stessa medaglia, chi due opposti destinati a non avere un punto d’incontro.

Io! Mentre scrivo queste ultime tre parole, mi rendo conto che ora sono io il punto d’incontro tra nord e sud. Una napoletana che ha preso la sua valigia colma di vita partenopea e l’ha portata con sé al nord, ci ha riempito una nuova casa, una seconda vita.

Sì, perché diciamoci la verità, quando ti trasferisci in una nuova città, vicina o lontana che sia, non cambi la vita che avevi, ma ne dai inizio a un’altra. Quella precedente, soprattutto se ci sono ancora dei legami affettivi, è lì che ti guarda, che interagisce con te. Ogni tanto le si volta le spalle per essere più forti, altre volte la si abbraccia per cercare conforto.

La mia seconda vita è interessante. Sento la differenza tra nord e sud? Sì, la sento, è impossibile negarlo. Non sono, però, completamente convinta che tutta questa diversità sia dettata dal passaggio dal meridione al settentrione, o almeno credo che in parte non lo sia.

Certo, ci sono due cose che mi fanno percepire molto la differenza tra il vivere su e il vivere giù, entrambe non dipendenti dalla volontà umana. Sono il clima e il mare. Non ho mai avuto così freddo come qui a Parma e, mi dispiace dirlo, chi è nato tra le braccia del mare non si abituerà mai a questa immensa assenza.

Per il resto Parma è una bella cittadina, imparagonabile a Napoli per dimensioni e densità abitativa. Che i servizi funzionino meglio, che ci sia meno frastuono, insomma che la qualità della vita sia migliore è cosa ovvia quando c’è meno da gestire.

Il mio modo di vivere è decisamente cambiato, le mie abitudini lo sono. Il trasferimento in un’altra città ha coinciso con il passaggio alla vita adulta, all’abbandono del nido materno, e, di conseguenza, sono passata da una città frenetica a una vita frenetica. Ho dovuto imparare a gestire meglio il tempo, diviso tra casa, lavoro, relazioni e passioni.

Tanti cambiamenti, insomma, molti dei quali, però, non legati al fatto che io sia al nord. Tutto ciò lo avrei dovuto affrontare anche in una città siciliana, a Roma o, a dire il vero, anche a dieci minuti dalla casa natale.

Piuttosto, forse più che essere al nord pesa l’essere molto lontano da Napoli. È vero, con quattro ore di treno sono di nuovo da mamma e papà, ma il lavoro e, in questi tempi, il Covid spesso non lo permettono. Sì, qui ho più o meno creato nuove relazioni, ci sono i miei colleghi di lavoro la cui metà proviene tutta dal sud, ma stare lontani per molti mesi dalle persone a cui tieni, dagli affetti con cui sei cresciuta e che ti hanno vista crescere pesa. La differenza tra nord e sud e tutta lì.

Paese che vai narrazione che trovi

Paese che vai narrazione che trovi

Ma perché non te ne vai? Che fai qua?!?

Alzi la mano a chi, in vita sua, non è stata rivolta questa esclamazione, camuffata da domanda?

Alzi la mano chi, in vita sua, in seguito al quesito retorico sopracitato non ha vissuto attimi di esotiche fantasie in cui per un breve momento si è immaginato altrove, alle prese con nuove sfide e nuove avventure?

Sono sicuro che non basterebbe uno stadio per contenere tutte le persone che si sono ritrovate a dover fare i conti con queste parole. Almeno una volta nella vita, ognuno di noi avrà dovuto rispondere all’inquisitore di turno. Almeno una volta nella vita ognuno di noi avrà dovuto rispondere a se stesso. Ma procediamo con ordine.

IL PERCHÉ DELLA DOMANDA

Chi vi scrive quelle parole le ha ascoltate spesso, in forme ed espressioni diverse. Parole che negli anni hanno assunto differenti suoni e flessioni: qualche volta sono state pronunciate come un consiglio fraterno, altre volte come un’esclamazione violenta, sofferente e disperata.

Sprezzata rassegnazione di una generazione, precedente o contemporanea, che di fronte agli invalicabili ostacoli non ha potuto far altro che gettare la spugna. Non ha potuto far altro che immaginare per sé una vita differente che non potrà più esserci, ma che continua ad accompagnare i pasti, gli aperitivi e le notti provinciali di molti.

Una rassegnazione prodotto di una narrazione distorta che riporta la provincia ad essere intesa, analizzata e vissuta come un qualcosa di unidimensionale da cui è impossibile sfuggire. Ma soprattutto la porta ad essere letta solo ed esclusivamente attraverso schemi interpretativi provenienti, e quindi funzionali, dai grandi centri.

Quindi ci ritroviamo immersi in una certa varietà di narrazioni, questo è vero, ma tutte incompatibili tra di loro e soprattutto tutte frutto di un punto di vista esterno. Si fa fede ai diversi modelli standardizzati di provincia tra cui, senz’altro quelli più comuni sono la “provincia presepe” e la “provincia meccanica”.

La prima è il risultato di anni e anni di erosione democristiana che hanno raggiunto l’apice in questi anni con la promozione e diffusione dei servizi del Tg3 regionale in cui presentano paesi e cittadine da piazze inverosimilmente gremite dove ragazze con vestiti tradizionali ballano a ritmo di musica popolare in un’orgia di dolci e piatti tipici e dove le persone festanti si ritrovano in difesa del proprio campanile.

La seconda è il risultato delle trasmissioni pomeridiane dai colori accesi in cui reporter d’assalto si ritrovano catapultati nella provincia di … e nel comune di … e dove si è sempre consumato qualche efferato delitto per cui è bene concludere generalizzando che la provincia è quella parte di Italia dove si consumano le peggiori violenze.

Schiacciati da queste forme di narrazioni ci si convince, a seconda del caso, che le realtà in cui viviamo sono terre di sole e nacchare durante il sabato e la domenica e terre senza dio dal lunedì al venerdì. Schiacciati da ciò ci si convince che forse l’unica soluzione giusta è quella di lasciare casa e raggiungere altre sponde.

IL PERCHÉ DELLA RISPOSTA

Alla visione unidimensionale si contrappone un universo pieno di sfumature e difficile da definire ed interpretare attraverso una sola chiave di lettura. Lo dimostrano i 150 metri quotidiani che dividono la mia abitazione dal luogo in cui lavoro.

In meno di un chilometro è possibile raccontare diverse forme di provincia con le sue problematiche e le sue battaglie.

Una provincia che si sveglia ogni mattina e deve fare i conti con il continuo tasso di inquinamento dell’aria e delle falde.

Una provincia che nel corso degli anni 80 ha vissuto una delle prime forme di gentrificazione del centro storico, “grazie” alla ricostruzione del post terremoto.

Ma in quei 150 metri che mi separano da casa al lavoro è possibile vedere la voglia e la capacità di una generazione di non arrendersi agli schemi prestabiliti per loro, che ha tentato di riscrivere quel piccolo pezzo di vita che li aveva già assegnati ai soliti consumi e ai soliti divertimenti.

Così quando mi dicono: Che fai ancora qui? Perché non te ne vai?!?

Ripenso a quante storie quei 150 metri riescono a contenere e a quanto sia necessaria una nuova politica del fare, come scriveva spesso Manlio Rossi Doria, e quanto sia importante il nostro ruolo qui, per non dover andare altrove a cercare un racconto di noi che è qui ed ora.