Note cartonate

Note cartonate

L’estate: quella stagione fatta di forti sensazioni che ti trapassano lo stomaco per poi sfociare in occhi luccicanti ed in giornate che sembrano sempre sabato sera, tipo gli episodi di Dawson Creek.

L’estate era come un assolo di batteria, dove per un ristretto periodo dell’anno non ti ponevi limiti, dando importanza ad ogni ozio; dove ogni amore era consentito. La calda stagione però era anche un riff complicato che provavi e riprovavi in studio e che nei live facevi fatica a suonare, vuoi per timore, vuoi per difendere quella stupida reputazione da quindicenne che ti permetteva di essere accettato dal branco. L’estate ha scandito i primi baci, le prime delusioni, le vacanze in famiglia che ti sembravano la cosa più bella del mondo.
Oggi l’ estate è prendersi una pausa dal lavoro, fare una stressante settimana al mare, quasi invocando il ritorno a lavoro o una semplice pizza con gli amici in una di quelle dolci sere atripaldesi che inevitabilmente ti riportano indietro con la mente. Sarà retorica, ma da un po’ di tempo a questa parte, vivere tutto ciò non è più scontato ed una pizza con gli amici ha un peso specifico diverso, ti fa sentire vivo e perché notti fa tornare bambino in una lunga estate Atripaldese. 
Le mie belle stagioni mi riportano inequivocabilmente nei primi anni 2000,dove il pezzo che mi è rimasto nel cuore è “La lunga estate caldissima degli 883”:
“Questo senso di festa che vola e che va
 Sopra tutta la città
 Nella lunga estate caldissima
 Questo senso di vita che scende e che va
 Dentro fino all’anima
 Nella lunga estate caldissima”

Abbecedario di provincia: lettera I

Abbecedario di provincia: lettera I

Mercoledì ho festeggiato 29 anni di convivenza con me stesso. Non abbiamo atteso la mezzanotte perché quella magia è svanita da un pezzo. Però, di mattina, mano nella mano, siamo andati a salutare il “vecchissimo Peugeot” – come canta Pezzali – con cui stiamo affrontando questo viaggio che innumerevoli post facebook definiscono “vita”.

Rischiando di inciampare in buste di patatine e mozziconi di sigaretta spenti male, ci siamo accomodati. Io al posto del guidatore, con i miei occhiali sporchi e sempre meno capelli in testa; lui accanto, acciaccato e piuttosto malinconico. Dopo neanche un secondo, siamo scoppiati a ridere felici. Senza un motivo in particolare, o forse sì: quello di essere sopravvissuti a piccole e grandi tragedie che accadono sempre quando non si è pronti. In fondo non si può essere pronti, ad esempio, a salutare la propria sorella e rivederla – se abbiamo azzeccato religione – quando non potremo rinunciare ad assistere ad un funerale.

Una risata liberatoria anche per aver realizzato che ad un certo punto nell’autostrada dei giorni qualcuno andrà sempre più veloce del nostro Peugeot ed è inutile forzare il motore e rischiare di restare a piedi. Un giorno decidemmo di comune accordo di massimizzare (e non di accontentarci) le nostre prestazioni e goderci ogni istante, incluso quello in cui un sogno si spezza. Perché è inutile girarci intorno: ho fallito già tante volte, però qualche successo l’ho conquistato “anche arrancando come quel vecchissimo Peugeot”. Il ticchettio della tastiera che mi rimette in pari con il mondo; lei che chiude gli occhi e si fida di me nonostante non sia in grado neanche di prenotare al ristorante; la fiducia dei miei, conquistata tra delusioni e sudore; gli amici ed il lavoro dei miei sogni a cui voglio sempre più bene.

Ora siamo qui – io ed io (la parola della settimana) – e di fronte a noi abbiamo l’ennesima salita da affrontare. Il timore di non farcela è forte, sta qui, però non ci frena come accadeva prima. Siamo consapevoli che qualche inconveniente si materializzerà – forse ho dimenticato lo stereo acceso – però ci rimettiamo in viaggio. Ed è questo che forse ho realizzato un pelino tardi: conta la strada che si sta percorrendo, non quella già percorsa o quella che percorreremo (sempre se troviamo un cazzo di benzinaio in questa stradina spersa).