Tre uomini e una gamba e il Simposio di Platone

Tre uomini e una gamba e il Simposio di Platone

Una delle scene più belle ed emozionanti di Tre uomini e una gamba è sicuramente quella del pranzo in cui Chiara espone il “mito delle metà” presente nel Simposio di Platone. Pur essendo tecnicamente giusta come citazione, non è del tutto esatta. Il mito esposto del film è sì un mito narrato in un testo di Platone ma non rappresenta propriamente la sua opinione o almeno ne rispecchia solo una parte. Per capire di cosa stiamo parlando e, visto che siamo pignoli come Giovanni, è opportuno contestualizzare il mito all’interno del dialogo.

IL SIMPOSIO E IL MITO DI EROS

Il Simposio è uno dei dialoghi della maturità di Platone e sicuramente uno dei più testi più conosciuti e apprezzati della storia della filosofia. Oggetto del dialogo è l’amore, l’eros, che per il filosofo ateniese rappresenta quella volontà che spinge l’uomo alla ricerca. Per essere ancora più precisi, il Simposio considera prevalentemente l’oggetto dell’eros, cioè la bellezza. I discorsi dei personaggi del dialogo intorno alla natura dell’amore ne rispecchiano solamente i caratteri subordinati e accessori che la dottrina di Socrate unificherà. È importante, però, sottolineare che il personaggio-Socrate rappresenta, nella maggior parte dei dialoghi, il portavoce delle dottrine di Platone. Ed è così che uno ad uno, i personaggi esprimono la propria opinione sull’amore. Pausania distingue l’amore, che si rivolge ai corpi, dall’amore celeste, che si rivolge alle anime. Erissimaco vede nell’amore una forza cosmica che dona armonia a tutti i fenomeni della natura. Ed è qui che giunge il famoso mito delle metà. A raccontarlo è Aristofane, il famoso commediografo. Egli espone che in passato esistevano tre sessi: il maschile, il femminile e il sesso androgino, ossia esseri che possedevano sia caratteristiche maschili che femminili. Tutti gli esseri umani possedevano due facce orientate in direzione opposta, quattro braccia, quattro mani, due organi sessuali e avevano una forma sferica. Per via della loro potenza e per paura che potessero spodestare gli dei, Zeus divise gli esseri umani un due metà. Da quel momento, ognuno va alla ricerca della propria metà per ritornare all’antica unità. A tale desiderio di unione viene dato il nome di amore. E proprio da questo aspetto, l’insufficienza, che parte il racconto di Socrate: l’amore è mancanza poiché desidera qualcosa che non ha. Istruito dalla sacerdotessa Diotìma, Socrate afferma che la natura di Eros è a metà strada tra il divino e l’umano (demone) poiché è figlio di Penìa (Povertà) e Pòros (Espediente). Essendo un demone, Eros non possiede la bellezza ma aspira a possederla, non possiede la conoscenza ma la desidera. Amore è desiderio di bellezza. La bellezza è il fine dell’amore. È un percorso lungo e faticoso che richiede un animo provvisto di qualità particolari: dapprima si è attratti dalla bellezza di un bel corpo; dall’amore per la bellezza di un corpo si passa a desiderare la bellezza della corporeità in generale, per poi passare alla bellezza delle anime, delle leggi e delle istituzioni e delle scienze. Solo alla fine si giunge alla contemplazione del Bello in sé, eterno, imperituro, perfetto, fonte di ogni altra bellezza e sempre uguale a se stesso. Eros è filosofo perché spinge l’uomo verso la conoscenza. Poiché Amore è il desiderio di possedere ciò che non si ha, il filosofo tende alla conoscenza perché ne è sprovvisto.

Il mito della caverna e The Truman show

Il mito della caverna e The Truman show

Se Platone fosse vissuto oggi, molto probabilmente avrebbe fatto lo sceneggiatore e avrebbe vinto pure qualche Oscar. I suoi scritti non sono dei trattati filosofici ma dei veri e propri dialoghi in cui due o più personaggi discutono di vari argomenti come la giustizia, la virtù o l’amore. Scopo dei dialoghi è quello della ricerca della verità. Solo attraverso un approfondito scambio di idee e opinioni è possibile raggiungere una verità comune e condivisa da tutti i partecipanti della discussione. Platone non ha fatto altro che mettere per iscritto il metodo d’indagine del proprio maestro, Socrate, che vedeva appunto nella ricerca comune e nel dialogo l’essenza stessa della filosofia. Ma non è tutto. Il filosofo di Atene ci ha regalato alcune delle rappresentazioni allegoriche più iconiche della storia della cultura occidentale. Queste rappresentazioni sono i miti ovvero dei racconti simbolici che servivano a spiegare argomenti piuttosto difficili da comprendere. Alcuni di questi miti, oggi, sono stati ripresi e adattati in diversi contesti, come la letteratura e il cinema. È così che ritroviamo il mito dell’anello di Gige, raccontato nella Repubblica, ne Il signore degli anelli. Il mito racconta di un pastore della Lidia, Gige, il quale ritrova un anello che lo rende invisibile. Egli quindi, indossando il magico artefatto, uccide il re e diventa sovrano della Lidia. E come non pensare al recente film della Disney Pixar, Soul, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo, nel quale viene riproposto il mito di Er.

Sicuramente però, il mito più famoso che Platone ci ha lasciato è quello della caverna, anch’esso presente nella Repubblica. Diversi film hanno ripreso le dinamiche dell’allegoria platonica, tra i più famosi possiamo ritrovare Matrix e The Truman Show, di cui parleremo a breve. Prima di parlare del film, analizziamo nel dettaglio il mito della caverna.

IL MITO DELLA CAVERNA

Platone immagina che in una caverna vi siano degli uomini incatenati, costretti a guardare solo verso il muro che hanno davanti, dove si riflettono ombre di statuette. Dietro questi uomini ce ne sono altri, nascosti da un altro muro, che muovono le statuette le cui ombre vengono proiettate sul muro di fronte i prigionieri grazie all’ardere di un fuoco. Essi scambiano queste ombre per la realtà dato che non conoscono il mondo esterno. Se uno di loro riuscisse a liberarsi vedrebbe l’intero meccanismo che ha scambiato per la realtà. E se riuscisse ad uscir fuori dalla caverna, sarebbe accecato dalla luce del sole poiché non ne sosterrebbe la forza. Egli dovrebbe dapprima abituarsi a guardare le ombre degli oggetti, poi le loro immagini riflesse nell’acqua e in seguito le cose stesse e solo alla fine riuscirebbe a contemplare gli astri e il sole. Solo allora si accorgerebbe che il sole governa tutte le cose del mondo sensibile e che da esso dipendono tutte le cose che lui e i suoi compagni nella caverna.

Il simbolismo del mito, nella sua semplicità, è molto chiaro. Il mondo rappresenta il mondo sensibile nel quale viviamo; le catene rappresentano l’ignoranza che ci inchioda a questa vita; le ombre le credenze fasulle; lo scioglimento delle catene rappresenta la scelta di intraprendere la strada della filosofia; il mondo esterno la vera conoscenza. La conoscenza delle cose sensibili è come quella degli schiavi: falsa. Se lo schiavo che si era liberato torna nella caverna, i suoi occhi saranno offuscati dall’oscurità, non saprà discernere le ombre e i suoi ex compagni non crederebbero alle sue storie riguardanti il mondo esterno. Perciò egli sarà deriso e disprezzato dagli schiavi, i quali attribuiranno i massimi onori a colui il quale saprà vedere massimamente le ombre. Ma ormai l’ex schiavo, ormai diventato filosofo, sa che la vera realtà è fuori dalla caverna e che la vera conoscenza non è quella delle ombre. Il mito ci insegna quindi che l’uomo deve volgere le proprie considerazioni non verso il mondo sensibile ma verso la vera realtà, la quale per Platone è rappresentata dal mondo delle idee, delle quali l’idea del Bene (nel racconto, il sole) è la più importante.

THE TRUMAN SHOW

The Truman Show, film del 1998, ricalca quasi alla lettera il mito platonico. Il protagonista è Truman, interpretato da Jim Carrey, il quale sembra vivere una vita apparentemente perfetta nella tranquilla cittadina di Seaheaven. Una moglie bellissima, un buon lavoro, un grande amico e tutti gli vogliono bene. Truman non sa però di far parte del più grande reality show mai esistito, di cui egli stesso è il protagonista. Tutti, moglie, amici e colleghi sono attori; l’ufficio e la sua casa sono oggetti di una gigantesca scenografia. La sua intera vita non è altro che una finzione, la quale si svolge all’interno di un set televisivo. All’improvviso, il nostro protagonista si accorge che qualcosa non va. A causa di alcuni errori tecnici durante le riprese Truman prende coscienza di essere intrappolato all’interno di una prigione e decide di scappare. Con la sua barca vela arriva letteralmente ai confini estremi del suo mondo. Giunto all’orizzonte ultimo, il Dio del suo universo, il regista dello show, Christof, cerca di persuaderlo a non abbandonare il mondo che aveva creato per lui. Gli spiega che il mondo esterno non è migliore di quello che lui ha creato e che sarebbe al sicuro rimanendo a Seaheaven. C’è una frase che da sola riesce a spiegare l’essenza del film e insieme del mito della caverna: «Noi accettiamo la realtà del mondo così come si presenta». Questo è lo stato che caratterizza i non filosofi, gli schiavi che vivono incatenati all’interno della caverna. Essi, pur essendo costretti a guardare le ombre sul muro, si accontentano della loro condizione, non andando mai oltre le apparenze. Anche Truman ha vissuto una condizione simile ma ad un certo punto è diventato filosofo: egli spezza le catene della falsità e si avventura in un mondo sconosciuto ma vero. A differenza del filosofo platonico non farà più ritorno all’interno della caverna, congedandosi, con un inchino con la sua frase più iconica: «Caso mai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte».

“Bastano una serie di note, tutto il resto” è jazzare!

“Bastano una serie di note, tutto il resto” è jazzare!

Fin dall’antichità l’essere umano ha avuto bisogno di raccontarsi delle storie per interpretare la propria esistenza e ciò che lo circonda. La natura, la vita e la morte si manifestano come un insieme di immagini prive di significato e le storie, i miti per la precisione, appaiono come uno strumento per ordinare la realtà, per spiegare le contraddizioni dell’essere e le leggi della natura, per individuare le regole del bene e del male. La parola “mito” deriva dal greco mythos e vuol dire, appunto “storia”, “racconto”. Al proprio interno il mito contiene una trama con dei personaggi e delle vicende che si susseguono. Oggi, come in passato, per comunicare messaggi di difficile comprensione, si utilizzano dei racconti il cui fine ultimo è quello di giungere a significati più profondi. Dapprima si coglierà solo il lato formale del racconto ma poi, con il passare del tempo, si potrà giungere ai significati più reconditi. L’essenza del mito è quella dunque di far cogliere, attraverso il coinvolgimento emotivo, i principi ultimi dell’universo mediante la narrazione.

I miti e le storie appartengo alla tradizione dell’umanità fin dalla notte dei tempi. Dai miti greci alla Bibbia, dalle favole di Esopo alle fiabe dei fratelli Grimm, ognuno di questi racconti ha cercato di dare un senso al mondo in cui viviamo. Da questa prospettiva, i film possono essere considerati dei miti contemporanei. Se ci sono delle pellicole che alla fine ci fanno riflettere e porre domande sull’esistenza, allora svolgono con precisione il loro compito di mito. In questo senso, Soul, l’ultimo film della Pixar, disponibile sulla piattaforma Disney+ dal 25 dicembre, assume i contorni del mito. A partire da una storia semplice, il film si interroga sulla domanda esistenziale per eccellenza: “Qual è il senso della vita?”.

Protagonista del film è Joe Gardner, insegnante di musica insoddisfatto in una scuola media di New York che sogna di diventare, senza successo, un grande musicista jazz. Nel giorno stesso in cui gli viene assicurato il tanto aspirato “posto fisso” come professore (e con tutti i vantaggi che ne derivano come assicurazione, assistenza medica, pensione), riesce finalmente a conquistare il suo sogno: suonare in quartetto jazz assieme a una delle più grandi musiciste viventi, Dorothea Williams. Il suo scopo sembra essersi realizzato. Joe è così euforico che presta poca attenzione a dove cammina e finisce per cadere in un tombino. Improvvisamente si ritrova su una lunga passerella nera che scorre incessantemente verso una luminosa e indefinita sfera bianca. L’anima di Joe si è staccata dal corpo e quella sfera è l’Altro Mondo. Il musicista non vuole morire proprio ora che ha realizzato il suo sogno più grande e corre disperato cercando di trovare una soluzione. Nel tentativo di fuggire, Joe finisce però nell’Ante Mondo (detto anche “Io Seminario”), il luogo dove le anime dei futuri nascituri vengono plasmate nella personalità e educate alla vita dai mentori, delle illustri personalità che hanno saputo vivere e che le formano trovando loro una passione che le accompagnerà durante la vita sulla Terra.

Joe viene scambiato per un mentore e gli viene assegnata “22”, un’anima ribelle rimasta nell’Ante Mondo per millenni la quale non riesce a trovare la propria “scintilla” – lo scopo che le permetterà di incarnarsi in una vita nel mondo –, nonostante abbia avuto mentori illustri come Jung, Copernico o Madre Teresa di Calcutta. Joe e 22 stringono allora un accordo: lui avrebbe aiutato 22 a trovare la propria scintilla per poterla usare per tornare sulla Terra e poter suonare con la band.

È palese l’ispirazione del regista Peter Dector al mito di Er, narrato da Platone nella Repubblica. Esso racconta di un soldato valoroso morto in battaglia, originario della Panfilia, Er appunto, figlio di Armenio. Dopo che il suo corpo fu portato sul rogo per essere arso come da tradizione, tornò in vita e si mise a raccontare quello che vide nell’Al di là. Una volta uscita dal corpo, la sua anima si incamminò insieme alle altre arrivando in un luogo divino dove si aprivano due voragini in terra e due in cielo. Al centro di esse si trovavano i giudici, i quali ordinavano ai giusti di salire a destra in cielo e agli ingiusti di scendere a sinistra nelle profondità della terra. Gli stessi giudici ordinarono a Er di assistere e di riferire agli uomini ciò che accade nell’Al di là. Gli ingiusti venivano puniti con una pena che corrispondeva a dieci volte il male commesso. I giusti venivano premiati mediante la stessa proporzione. Concluso il periodo prestabilito dei premi e delle punizioni, che corrispondeva a mille anni, le anime ritornavano, attraverso le altre due voragini, al punto di partenza, dove rimanevano per sette giorni. All’ottavo giorno erano costrette ad incamminarsi al cospetto della Necessità e delle sue figlie, le Moire: Lachesi rappresentava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro. A quel punto un banditore prese dalle ginocchia di Lachesi i vari modelli di vita in numero maggiore rispetto alle anime presenti – e li schierò a terra ordinatamente. Qui Platone capovolge un fondamento nel quale l’uomo greco ha sempre creduto: la vita non è più soggetta ad un fato necessario al quale non è possibile porre rimedio. Il destino dipende dall’uomo perché egli stesso può scegliere il demone che lo accompagnerà per tutta la vita (eudaimonia, “benessere”, vuol dire appunto “essere accompagnati da un buon demone”). Ma così come può scegliere un buon demone, può sceglierne anche uno malvagio. Ogni anima, quindi, era chiamata a scegliere il proprio destino secondo un ordine prestabilito. Solitamente, le anime che provenivano dal cielo effettuavano scelte avventate perché erano inesperte di sofferenza, scegliendo ad esempio vite di tiranni, attratte dall’apparente felicità. Le anime provenienti dal basso sceglievano con giudizio le loro vite successive, memori delle sofferenze patite. La maggior parte delle anime sceglieva, però, in base allo stile di vita precedente: per esempio, l’anima di Odisseo, dopo aver vissuto un’esistenza travagliata, preferì scegliere la vita di un uomo tranquillo qualsiasi. Dopo la scelta, ogni anima riceverà da Lachesi il proprio demone; Cloto confermerà la scelta del destino; Atropo lo renderà immutabile. Successivamente, tutte le anime sono costrette a bere l’acqua del fiume Amelete, così da dimenticare l’accaduto (Lethe in greco vuol dire “dimenticanza”).

Il film sembra ispirarsi anche alla “teoria della ghianda” dello psicanalista americano James Hillman. Riprendendo Platone, ne Il codice dell’anima egli sosteneva che ogni individuo viene al mondo con una forma unica e irrepetibile che ci contraddistingue, il daimon, che chiede di essere realizzata per portare felicità nella propria vita. Questa forma è la particolarità che ogni essere umano porta dentro di sé, caratterizzata da quei talenti, passioni e attitudini predeterminati dal demone interiore ma che dimentichiamo al momento della nascita. Come la ghianda sboccerà e diventerà una quercia poiché ne racchiude il potenziale, così ogni individuo è destinato a realizzare il destino racchiuso nel daimon.

La scintilla del film sembra essere dunque ciò che Hillman introduce nella teoria della ghianda, lo scopo per cui ogni essere umano sembra destinato a compiere. Ma Soul va al di là delle teorie psicanalitiche e ci insegna che scintilla non è lo scopo. La passione e il talento non determinano necessariamente quello che dobbiamo essere. Saper fare una cosa, come saper suonare il piano o essere un campione di calcio, non vuol dire che quella cosa ci faccia star bene. Molte volte il talento può trasformarsi in vera e propria ossessione, determinando il distacco dalla vita. La scintilla è dunque la presa di consapevolezza che la vita non va vissuta per uno scopo ma con uno scopo, ossia assaporarne ogni istante. Quando, nel corso della trama, 22 si incarnerà per sbaglio in un corpo, tutte le sue ansie e le paure di vivere spariranno. Sperimenterà quanto può essere gustoso assaporare un pezzo di pizza appena sfornato, parlare del più e del meno con il barbiere, ascoltare con passione una canzone, lasciarsi trasportare dai colori e dagli odori dell’autunno. La scintilla appare solo quando si è pronti a vivere. «Magari la mia scintilla è guardare il cielo blu o camminare. Sono davvero brava a camminare!» afferma 22. Questa è la scintilla: vivere. Questo significa jazzare!

L’attimo di Pablito

L’attimo di Pablito

La vita è composta da una sequenza di attimi banali e spesso continui e ricorrenti. Ci alziamo sempre alla stessa ora, ma la domenica si può fare un po’ più tardi. A colazione mangiamo sempre i cereali della stessa marca ma a volte ci concediamo il vizio di un cappuccino e di un cornetto. Andiamo lavoro anche se vorremmo già essere in vacanza. Una volta tornati a casa e ceniamo la prima cosa che ci capita per le mani. Dopo aver visto il solito programma alla televisione, andiamo a dormire e tutto ricomincerà da capo.

Se, come molti affermano, il calcio è metafora della vita, una partita può presentarsi noiosa e includente come la giornata qualunque di una persona qualsiasi. Nessuna conclusione in porta da parte di entrambe le squadre. Passaggi semplici in orizzontale. Possesso palla sterile e poco efficace. 0 a 0, nessuna emozione.

All’improvviso qualcosa accade. Il difensore, troppo sicuro delle sue doti, sbaglia il passaggio verso il proprio compagno. L’attaccante coglie l’errore. Intercetta la palla, corre verso la porta e segna. I più scettici definirebbero questa circostanza come un semplice caso. Il difensore ha solo sbagliato un passaggio e l’attaccante ha avuto fortuna ad intercettare il pallone e segnare.

Ma per i credenti del calcio non è così semplice come occasione. Da parte dell’attaccante c’è lo studio del difensore. Ha capito che avrebbe eseguito un passaggio superficiale. C’è l’osservazione minuziosa del pallone. Il centravanti puro conosce la sua circonferenza, la sua traiettoria e le sue deviazioni. Ci sono movimenti, a volte anche inutili, per smarcarsi. Uno è quello importante, uno è quello decisivo. Non è solo fortuna. È l’insieme di tutti questi fattori che porta all’illuminazione, allo scatto decisivo. Alla gloria. È il momento opportuno che cambia le sorti della partita.

I greci utilizzavano un termine per esprimere questo concetto: kairós, “il momento opportuno”, “il momento supremo”. Durante il chronos “il tempo lineare” e sequenziale, c’è un momento (kairós) in un cui qualcosa di meraviglioso accade. Nel Politico, Platone afferma che una delle qualità fondamentali dell’uomo politico è cogliere il kairós. Egli sa quando inviare gli eserciti a fare la guerra, sa quando è il momento di inviare ambasciatori in periodo di pace, sa quando emanare la migliore legge per la città. L’arte politica richiede intelligenza, creatività, astuzia e di cogliere l’occasione propizia nelle situazioni improvvise. Paolo Rossi ha colto il suo kairós a Barcellona il 5 luglio 1982.

Fa caldo quel giorno, come in tutta quell’estate spagnola del 1982. L’Italia aveva appena vinto contro l’Argentina nella prima partita della seconda fase a girone ma le polemiche e non si erano ancora raffreddate. La stampa non risparmiava righe per attaccare la nazionale dopo la prima deludente fase a gironi ma soprattutto ce l’avevano ancora per Bearzot per aver avuto la scellerata idea di convocare Paolo Rossi dopo i due anni di squalifica per il calcio scommesse e fin lì non ancora in forma e a secco di gol.

Come detto, fa caldo. Di fronte c’è forse la nazionale più forte di tutti i tempi. Falcao, Zico, Socrates, Cerezo, Junior. Nessuno aveva mai visto in campo una tale quantità di talento in un’unica squadra. Contro giocatori del genere si può solo attendere la fine della partita e dichiarare umilmente la propria inferiorità. Ma Paolo Rossi non ci sta. Sa che quella è l’occasione giusta per riprendersi il rispetto che merita. 5’ minuto di gioco. Sulla sinistra Cabrini fa partire un traversone. Paolo Rossi è all’interno dell’area di rigore. Si stacca dal suo marcatore, si allunga sul secondo palo lasciandosi dietro i difensori e insacca di testa. Il Brasile non si piega e pareggia poco dopo con il proprio capitano, Socrates. La Seleçao palleggia, forte del proprio talento. A un certo punto Rossi coglie l’incertezza nel passaggio in orizzontale di Junior sulla trequarti. Intercetta la palla, è più veloce di tutti. Corre verso l’area e al limite fa partire un tiro che il portiere verdeoro non può parare. 2 a 1, e così finisce anche il primo tempo. Nella ripresa il Brasile non si arrende. Falcao si porta al limite dell’area di rigore azzurra. Una serie di finte. Tiro di sinistro e palla che finisce nell’angolo in cui Zoff non arriva. 2 a 2. Sembra tutto perduto per l’Italia. Al Brasile serve anche un pareggio per passare il turno. Per la squadra azzurra si prospetta un rientro difficile condito dalle solite polemiche. Gli dei del calcio però hanno altri piani e Paolo Rossi lo sa molto bene.

Calcio d’angolo per l’Italia. La palla spiove in mezzo e viene respinta di testa fuori dall’area. Tardelli l’intercetta e fa partire un tiro al volo verso la porta del Brasile. Rossi è sulla traiettoria e devia il pallone in rete. 3 a 2 per gli azzurri. È il trionfo della nazionale, di Bearzot e di Paolo Rossi. Il dream team verdeoro è eliminato e l’Italia approda al turno successivo. Il resto è storia nota. Rossi segna altri due gol contro la Polonia in semifinale e uno contro la Germania Ovest in finale. L’Italia è campione del modo. Paolo si aggiudica il titolo di capocannoniere del Mondiale e a fine anno vincerà anche il Pallone d’Oro.

Il talento di Paolo Rossi consisteva nel giocare senza palla. Non aveva un grande fisico e per farsi spazio tra i rocciosi difensori degli anni ’80 ha dovuto sviluppare altre qualità. Dove non arrivava la potenza, arrivava l’astuzia e l’intelligenza. Rossi ha saputo cogliere l’occasione della vita in un’estate torrida del 1982. Più che nei trofei e nelle vittorie, la vera essenza del calcio risiede in gol come quelli di Paolo contro il Brasile. Qualcuno dirà che li ha potuti segnare per caso o per qualche coincidenza ultraterrena. Dietro quei gol si nasconde la sua capacità di saper leggere le situazioni (il primo), di saper approfittare delle incertezze degli avversari (il secondo) e il sapersi trovare al momento giusto nel posto giusto (il terzo). La capacità di cogliere il kairós di cui parlava Platone nel Politico. Non è un caso segnare tre gol al Brasile, a quel Brasile! E non un caso segnare altri tre gol nelle partite decisive del torneo. In mezzo al tempo lineare della storia quindi, il 5 luglio 1982 sarà sempre ricordato in cui un esile ragazzo italiano cambia per sempre il proprio nome. L’attimo di Pablito.