La storia di una piccola cittadina e della sua aria

La storia di una piccola cittadina e della sua aria

«Lo senti, lo senti l’odore? Napalm figliolo, non c’è nient’altro al mondo che odora così! Mi piace l’odore del Napalm come aperitivo»

Tenente colonnello Kilgore – Apocalypse Now

Un vento freddo ha continuato a tirare in questi giorni in tutte le strade della città. Soffiando senza sosta e senza tregua, sulle bandiere tricolore, già sbiadite, rimaste esposte su qualche balcone dalla scorsa estate, tra le cime degli alberi ancora spogli, tra le strade strette e silenziose del centro storico, tra le vetrate malandate dei tanti palazzi cittadini. Continua a soffiare anche nelle infinite ed infinitesime piazze cittadine o nei grandi spazi aperti, anonimi come pochi, un tempo chiassosi e annoiati ritrovi di una gioventù che non c’è più e diventati sempre più un rifugio silenzioso di auto.

Un vento acre e pungente che si dirama nelle strade e nelle piazze di Atripalda, media cittadina, di una media provincia del Sud e ci prende tutti. Ci prende alla testa quando, rapidamente, risale le narici e quasi in contemporanea scende per la gola e ci lascia con un peso sul petto: respiriamo a fatica e ci costringe al silenzio o all’urlo disperato e ansimato. Due reazioni opposte, ma due reazioni di una stessa condizione.

Il vento di questi mesi, non è frutto di una questione atmosferica, non solo questo. In questi mesi il vento ha assunto un odore chiaro e definito e così Atripalda ha un suo nuovo odore, quello di una comunità frammentata, incattivita e priva di una qualsivoglia speranza.

Niente di originale per una cittadina, che ancora oggi, si nasconde dietro al suo passato perché incapace di lottare per un presente migliore e di costruire un futuro adeguato. E così ritornano aggettivi vecchi e che a tratti risuonano fastidiosi per chi vive tra mille difficoltà:

Atripalda, città del commercio, in mezzo alla recessione e alla crisi!

Atripalda, città della solidarietà, in mezzo alla calunnia e alla violenza verbale e sociale (di alcuni, divenuti tanti)!

Atripalda, città della cultura, dove la cultura deve essere un hobby che qualche giovane annoiato e frastornato dai fumi dell’alcool deve praticare negli anni scolastici a tempo perso, non certo un motivo di emancipazione lavorativa e vita!

Atripalda, città dei giovani, in mezzo a un fiume silenzioso che scorre in senso inverso al nostro fiume Sabato, (che a proposito, non se la passa tanto bene) e che ci consegna un’emigrazione spaventosa!

Mentre l’odore continua a spargersi nelle strade cittadine sempre più vuote, un luogo si riempie a dismisura nei giorni festivi della settimana: la piazza centrale. Vetrina di tanti fino a qualche anno fa sconosciuti ai radar geografici cittadini e che oggi si mettono in mostra, ricordandosi di far parte di una comunità che loro stessi hanno provveduto a frammentare e incattivire, ricordandosi di far parte di una città e dei suoi luoghi, fino a qualche mese fa sconosciuti. Incendiari in un conflitto, tutt’altro che a bassa intensità, dove si è tutti contro tutti.

E nel bel mezzo di questo vortice d’aria sempre più pungente, ci ritroviamo, in tanti, a fare i conti con un’esistenza sempre più difficoltosa. Cresciamo in spazi, fisici e simbolici, chiusi. Non esistono luoghi liberi dove incoraggiare l’aggregazione, non abbiamo la possibilità di creare occasioni di aggregazione senza percepire nell’aria (sempre lei) l’odore di qualche mefitico malessere, condito da quel tanto di malafede che vede nella voglia di far uscire in strada le persone un protagonismo che non ci interessa (e non ci compete). Sacrifichiamo le nostre esistenze individuali (è vero, nessuno ce lo chiede, ma lo facciamo per amore della nostra terra e di coloro che decidono di viverla) per restare e fare qualcosa. Non vogliamo andare via!

Ma quest’aria è troppo più forte di noi e si è già impossessata di tanti e ci troviamo sempre più fuori rotta.

Di questi tempi dovremmo lottare, tutti insieme, solidali gli uni con gli altri, contro una crisi economica (quasi ventennale) che ci ha reso tutti più poveri e disperati. Dovremmo lottare per portare avanti i valori e le ricchezze delle nostre diverse esistenze ed esperienze utili a battere nuove strade di rinascita culturale, sociale ed economica. Dovremmo lottare per ritornare in strada, tutti, e impegnarci direttamente per difendere i nostri spazi comuni dall’incuria e dall’abbandono, dimostrando che tutto questo lavoro può essere più efficace di qualsiasi telecamera. Dovremmo lottare per non lasciare più nessuno indietro, per far sentire tutte e tutti parte della Comunità, esaltando le differenze.

Dovremmo lottare per tanto, ma l’unica cosa che percepisco è sempre e solo quest’aria che continua a soffiare, anche dalle bocche di qualcuno.

Così mi ritrovo (costretto) a raccontare di Atripalda, una media cittadina, di una media provincia del Sud Italia di cui nessuno vuole sentir parlare.

(Non) Lavorare stanca!

(Non) Lavorare stanca!

Il 2021 si è concluso da qualche giorno e, a differenza degli altri anni, l’aria euforica e carica di aspettative dell’ultimo dell’anno non ci ha messo molto a dissiparsi. Una celerità del genere non l’avevo mai vista, nemmeno durante gli ultimi giorni di nebbia, prima dell’arrivo del grande freddo.

La cosa, però, non ci ha colto di sorpresa, non più di tanto! A dimostrazione della mia tesi c’è proprio la tematica che in queste settimane abbiamo deciso di affrontare. Nelle nostre recentissime e fugaci conversazioni ci siamo ritrovati a percepire indistintamente l’atmosfera che regna incontrastata da settimane: un profondo senso di stanchezza si è fatto strada in questo brevissimo 2022.

Di sicuro ha giocato un grande ruolo il perdurare della pandemia, ma credo che per molti quest’ultima condizione rappresenti la (in)giusta chiosa a situazioni di estrema difficoltà già precedentemente esistenti.

È il caso di molti di noi, che anche in questo 2022 saremo costretti a recitare il nostro solito copione: quello di dannati della terra (e delle aree interne), di precari perenni.

Un copione di una storia già vista, una storia che non ci ha mai abbandonato e che comincia a farsi ogni giorno sempre più pesante. Cambiano le ambientazioni in cui siamo costretti a rappresentare la nostra quotidiana tragedia sociale, ma non certo l’andamento delle nostre esperienze.

Una riflessione trita e ritrita, anche questa, che continua a farsi sentire ogni volta che mi tocca subire la mia dose quotidiana di televisione. Così mentre mi ritrovo a pranzo con la mia famiglia, il solito servizio del tg di La7 in cui si snocciolano i dati dell’Istat sul relativo tasso dell’occupazione giovanile mi rammenta che il dato è in crescita – di lunedì il tasso è sempre in crescita – per poi andare in caduta di mercoledì, soprattutto se fuori piove e le temperature sono rigide, per poi risalire, ottimisticamente, venerdì. Lo schizofrenico bipolarismo dei servizi di questo genere mi costringono a passare la restante parte del pranzo con lo sguardo rivolto all’opposto dello schermo e mi costringono a consumare, rabbiosamente, quello che resta nel mio piatto. La masticazione si fa più fitta e aggressiva, mentre le immagini a corredo del servizio inquadrano qualche strada trafficata e commerciale di una grande città a caso, i numeri continuano a cadere dall’alto non tenendo conto dell’incredibile mole di contratti a tempo determinato, dell’infinita sfilza di partite iva aperte e del fatto che sempre più giovani decidono di abbandonare anzitempo il mercato del lavoro.

A quasi un anno dell’insediamento del governo Draghi, il governo dei “migliori”, mi rendo conto che la tacita complicità dei media resiste, che raccontano di un paese che rinasce e di un PNRR che si attende come manna dal cielo, ma che attualmente risulta essere poco più che un documento di 237 pagine, in cui la parola giovani compare esattamente 123 volte e ogni volta risuona sempre più vuota e più banale.

La sensazione che si ha ogni volta che si legge la parola giovani all’interno delle missioni è quella di una pezza di appoggio o, in molti casi, di soggetti passivi che per l’ennesima volta dovranno subire la politica di turno.

Dopo anni ci ritroviamo a subire ancora, ed in parte è colpa nostra, le azioni altrui.

Le accettiamo, lasciandoci andare a qualche mugugno sommesso, nei luoghi di lavoro dove il contratto è sempre troppo basso e le ore sono sempre troppe, nei luoghi pubblici e istituzionali della politica, dove l’arte dell’avere sempre ragione e demandata ai soliti imbecilli di turno che brandiscono la parola rivoluzione pur essendo i principali difensori dello status quo e degli interessi personali, nei luoghi di confronto che si trasformano sempre più in luoghi di consumo e sempre meno di confronto, nelle nostre realtà domestiche sempre più logore e depresse.

Intanto i giorni passano e in strada l’aria gelida mi sputa in faccia tutta la sua violenza, ricordandomi che siamo solo all’inizio dell’anno. Un amico, incontrato per caso, mi saluta e mi confessa la sua incredibile stanchezza. Da qualche anno ha aperto una piccola attività, ma le difficoltà si fanno sempre più grandi e i guadagni sempre più esigui. In quei pochi attimi mi accorgo di quanto ci è comune questo destino e di quanto è altrettanto comune questo stato d’animo.

Ma, in fondo, voglio ripartire dal clima euforico che di solito si diffonde alla fine dell’anno e proprio da questo voglio conservare una sola cosa, la speranza che prima o poi tutta questa stanchezza collettiva porti a qualcosa di nuovo, ma soprattutto ci spinga ad agire realmente, perché ad un certo punto dovremmo pur stancarci di essere stanchi.

Abbecedario di provincia: lettera B

Abbecedario di provincia: lettera B

I democratici di sinistra che ci spiegano dall’alto dei loro studi il fascismo e come si combatte. Peccato che le persone a cui si rivolgono non capiscono un cazzo dei loro spiegoni, probabilmente qualcuno nel frattempo sarà crepato di fame e non di fascismo. E certamente fraintenderete queste parole perché voi siete i più intelligenti, i più buoni, i più puliti, i più schifosi figli di puttana.

Sono intorno a me, ma non parlano con me
Sono come me, ma si sentono meglio
Sono intorno a me, ma non parlano con me
Sono come me, ma si sentono meglio”

C’è un politico che conosco che odia i poveri. La vedo la sua faccia quando incrocia gli occhi disperati dei più deboli, soprattutto quelli delle donne. Quanta meraviglia le donne disperate, ma questo non c’entra adesso. Il politico che conosco si crede scaltro, ma io sto alle sue spalle quando arriccia il naso appena sente la puzza di chi non ci arriva alla fine del mese. Probabilmente vorrebbe vederli scannarsi tra di loro per qualche spicciolo tipo serie tivvù coreana. Anzi, ne sono certo. È convinto/a, infine, che un segno della croce consentirà l’accesso diretto in paradiso. Spero che Dio esista.

“Mani che si stringono tra i banchi delle chiese alla domenica
Mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano
Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano”

Poi ci sono io, che mi ritengo più intelligente degli altri mentre sono il primo dei coglioni. Per la questione del “pare brutto” spesso mi mordo la lingua invece di dire la verità. Se avessi un mezzo coraggio direi a quel mio amico che non è Gesù Cristo che deve perdonare tutti, altrimenti potrei incominciare a pensare che anche lui sia un benpensante come me. Direi poi a quello che fa volontariato che è un pezzo di merda perché senza lavoro ha tutti i comfort di una vita agiata. Vuoi vedere che il povero aiutato sia proprio lui? Alla mia psicologa, invece, confiderei che ho istinti omicida tipo Edmund Kemper nei confronti degli attimi che dovrei cogliere e non so perché. Forse ho paura che almeno un sogno possa avverarsi?

“Sono tanti, arroganti coi più deboli, zerbini coi potenti
Sono replicanti, sono tutti identici, guardali
Stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere
Come lucertole s’arrampicano, e se poi perdono la coda la ricomprano
Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno
Spendono, spandono e sono quel che hanno”

Abbecedario di provincia: lettera P

Abbecedario di provincia: lettera P

È giunto il momento di allargare le braccia e confessare a me stesso che stavolta non ho nessun piano. Ricordo che un giorno mi dicesti che sembro uno di quei giocatori di poker che ha l’asso nella manica anche quando la fortuna è lontana. Ed invece a questo giro nessun bluff: ho paura di perdere.

Sai, questi tempi sono complicati da tradurre, parlano un linguaggio che io non comprendo, addirittura più difficile del cinese. E non ci capisco molto di contratti a termine, di stage formativi e colloqui conoscitivi. Io, del resto, ho sempre pensato che sarei sopravvissuto di parole. E poi ora che le giornate si stanno accorciando ho ancora più timore della notte che verrà e non so se sarò in grado di fermare le mille capriole del mio cuore.

Però che buono il panino smezzato per risparmiare qualche michelino da investire nelle bollette che aumenteranno in autunno. E che bontà fantasticare sulla vita che vivono le persone nel giro giusto. E che bellezza il tuo sorriso a fine giornata quando ferito e squattrinato ti abbraccio e tu confermi la fiducia in me. Lo so che dobbiamo contare innanzitutto su noi stessi, ma a volte è necessario avere qualcuno che tifi per te, qualcuno che ti lanci la borraccia piena d’acqua quando senti le gambe tremare, la schiena a pezzi e la testa ti consiglia di mollare, che alla fine tu non sei mai stato degno del gruppo di testa.

Però comunque ho paura del futuro – sono queste le parole della settimana – anche perché chi abbiamo votato ci vuole come animali famelici ed io invece vorrei soltanto conquistare un pizzico di tranquillità, che poi dovrebbe essere la base di un Paese democratico.

 

Il disagio

Il disagio

Cara Fabiana,

Il 15 agosto metà delle persone nate dalla parte fortunata del pianeta era al ristorante, l’altra metà probabilmente con le chiappe nell’acqua. Intanto a Kabul, la presa del potere da parte del talebani. E, diciamoci la verità, alla maggior parte degli occidentali, semmai tra un selfie e l’altro fosse mai giunta la notizia in tempo reale, non credo gli si sia guastata la giornata, il boccone non gli è andato di traverso. Compresa me.

Ci sono voluti giorni e immagini di dolore a invadere social e tg per provare un minimo di sconvolgimento. No, sconvolgimento non è la parola adatta. Lo sconvolgimento non può tradursi in un “mammamia, povera gente”. Eppure, è proprio questo il massimo che noi comuni mortali fortunati riusciamo a fare: provare commiserazione per un bambino lanciato oltre il filo spinato e, un attimo dopo, tornare a farsi la manicure.

Lo so, le mie parole sono come quel filo spinato, ma oltre ad esse, purtroppo, non vedo la stessa possibilità di salvezza. Eppure, io sono salva perché vivo in un Paese in cui sono libera, libera di esprimere il mio pensiero, libera di essere me stessa.

Dovrei esserne felice? Sì, sono grata per questo, ma, al contempo provo disagio.

Navigando su internet sono tanti gli articoli in cui si proclama il fallimento della democrazia o si parla dell’impossibilità di esportare la democrazia lì dove non vi è mai stata.

Che ci troviamo di fronte a un fallimento della democrazia è palese, ma dichiarare che non tutti abbiano diritto ad avere diritti mi sembra un’eresia.

C’è sempre una prima volta, in tutto. E poter solo lontanamente credere che un essere umano non abbia il diritto di essere libero o uguale ad un altro essere umano solo perché così non è stato mai, mi sembra tutt’altro che democratico.

Per chi non avesse ancora chiaro il concetto, tra i principi fondamentali della democrazia vi sono proprio quelli di libertà e uguaglianza. Quindi, se sei un uomo libero in un Paese democratico e nella tua testa galleggiano pensieri del tipo “le donne lì sono abituate ad essere considerate una minoranza” e magari qualche urlo in testa lo dai pure a tua moglie, io qualche domanda me la farei. Sempre se sei in grado di porti domande.

Io, nel frattempo, cerco di dare un nome a quella sensazione che mi assale quando realizzo che apparteniamo alla stessa natura e condividiamo lo stesso unico mondo solo in teoria. Nel concreto vedo tanti piccoli mondi che si ignorano oppure si fanno la guerra.

A livello macro la democrazia somiglia tanto a quell’abito dei sogni che compri a tutti i costi, anche se ti va stretto. Ogni tanto provi a indossarlo, ma non puoi tenerlo troppo a lungo.

A proposito, per quella sensazione di cui ti parlavo, l’unica parola che mi viene in mente è disagio.