La ‘Gonzovisone’ di Hunter S. Thompson

La ‘Gonzovisone’ di Hunter S. Thompson

Siamo tutti stanchi del politically correct. Oggi siamo nel pieno della generazione “kiss-ass”, la generazione “pussy”: questo non si può dire, questo non si può fare, tutto è proibito…
(Clint Eastwood)

Contento Walt, contenti tutti. Ora resettate tutto, così vi posso presentare il mio amico Hunter…

GONZO: THE LIFE AND WORK OF DR. HUNTER S. THOMPSON (DOCUMENTARIO)

 
ANNO: 2008 (2014, data ufficiale d’uscita)
DURATA: 120 minuti
GENERE: Documentario biografico
REGIA: Alex Gibney
SOGGETTO: Hunter S. Thompson (scritti), Alex Gibney
VOCE NARRANTE: Johnny Depp
PRODUZIONE: STATI UNITI D’AMERICA

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

La vita, le azioni, le opere e i pensieri di Hunter S. Thompson.

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE)

Se state leggendo questa rubrica probabilmente conoscete il film Paura e delirio a Las Vegas (Fear and Loathing in Las Vegas, 1998 diretto da Terry Gilliam, con Johnny Depp e Benicio del Toro). Se avete visto il film appena citato potete proseguire. Se non l’avete mai visto, dopo 47 minuti di vergogna da vivere intensamente in un angolo buio di casa vostra, potete cimentarvi nella sua visione e poi proseguire la lettura.

1992 Woody Creek, Colorado. Hunter Thompson The ” Gonzo ” Journalist Sits At His Desk In His Rocky Mountain Cabin, In 1998 The Movie ” Fear And Loathing In Las Vegas” Based On His Most Successful Book Was Released Starring Johnny Depp (Photo By Paul Harris/Getty Images)

Paura è delirio a Las Vegas è tratto da un volume intitolato Paura e disgusto a Las Vegas scritto dal protagonista di questo documentario, Hunter S. Thompson (1937-2005). Ma chi era H.S.T. e quali erano le sue incredibili peculiarità? Non ve lo voglio riportare, guardate questo docu-film e lo scoprirete. Per aiutarvi ho inserito il link del film completo in lingua originale. Lo troverete più avanti insieme ad una quasi-mia incredibile ricetta. Ma visto che sono infinitamente buono e voglio stuzzicare la vostra curiosità e far disinibire la vostra cultura personale, vi riporto qualche nota a caso su di lui e sul documentario.

Tra le voci narranti di Politicamente scorretto – The Hunter S. Thompson’s Gonzo (titolo italiano) c’è il nostro amichetto Johnny Deep che legge le parole del protagonista.

Formalmente è un documentario, ma lo stile è tutt’altro che classico esattamente come il tema dell’opera e il personaggio tratteggiato.

Volete scoprire cos’è il ‘Gonzo Journalism’? Bene, guardate il documentario.
Volete sapere di quella volta che il nostro amico Hunter si è candidato a sceriffo di Aspen nel 1970 o della sua strana amicizia con gli Hell’s Angels? Sì? Ora sapete cosa fare.
Volete percepire gli Stati Uniti e la nostra società come non avete mai fatto prima? Daje…

Visto che sono una personcina perbene non vi scrivo altro, mi fermo qui. Ma se volete scoprire una personalità diversa, ora avete tutti gli strumenti per farlo. Sarà un viaggio sorprendente e, a volte, politicamente poco corretto. Tutto attraverso gli occhi e la mente di un individuo critico, malinconico, fuori controllo ma – al contempo – più lucido di qualunque suo simile.

TRAILER UFFICIALE IN LINGUA ORIGINALE

DOCU-FILM COMPLETO IN LINGUA ORIGINALE

LA RICETTA DI CINEMA-OFF E PIZZA: CARTOCCI DI PIZZA (RICETTA SPUDORATAMENTE COPIATA DA GIALLO ZAFFERANO, CHE RINGRAZIO PER L’ACQUOLINA IN BOCCA)

INGREDIENTI PER 4 CARTOCCI
Pasta per la pizza 400 g
Salame piccante 40 g
Pomodori secchi sott’olio (sgocciolati) 40
Caciocavallo 100 g
Ricotta vaccina 120 g
Olive nere denocciolate 60 g
Basilico 1 mazzetto
Olio extravergine d’oliva 4 cucchiai
FASE A
Cominciate dagli ingredienti della farcia. Quindi affettate e tagliate a pezzettini il salame piccante, grattugiate il caciocavallo e tenete in disparte, sminuzzate anche i pomodori sott’olio e olive.
FASE B
Quando avrete tutto pronto, passate alla pasta di pizza, già pronta. Tagliate l’impasto in 4 pezzi da 100 g ciascuno e appiattite con le mani sul piano leggermente infarinato. Ottenete una sfoglia sottile 6-7 mm .

FASE C
Quindi cominciate a farcire nel centro con salame, olive denocciolate e i pezzetti di pomodori secchi. Poi aggiungete un po’ di ricotta sgranandola a mano e il basilico spezzettato a mano e il caciocavallo che avete grattugiato, un filo d’olio e procedete a chiudere le estremità portandole verso l’alto.

FASE D
Congiungete bene le estremità e stringetele utilizzando dello spago da cucina. Il primo cartoccio è pronto, continuate con gli altri. Ungete una pirofila e sistemate i cartocci. Ungete con un filo d’olio la superficie dei cartocci di pizza. I cartocci pizza sono pronti per la cottura: cuocete in forno statico, già caldo, a 220° per circa 15 minuti. Una volta terminata la cottura, sfornateli; non vi resta che gustarli ben caldi.

MUSICA BONUS VAGAMENTE A TEMA (NON PER IL “BONZO-GONZO”)

W il politicamente corretto! Abbasso il politicamente corretto!

W il politicamente corretto! Abbasso il politicamente corretto!

Negli ultimi tempi sui social e al di fuori di essi si è parlato e discusso spesso del pensiero dietro al politicamente corretto, se sia giusto o meno e se questo concetto ci porti ad una sorta di censura. Non è una questione di giusto o sbagliato ma semplicemente bisogna considerare diversi fattori e i contesti in cui si vuole applicare e discutere; il politicamente corretto inizia ad essere simile al concetto di normalità, ovvero non esiste come pensiero condivisibile da tutti. Perché paragono la normalità al politicamente corretto? Navigando tra i social e confrontandomi con altre persone, mi sono reso conto che non esiste un concetto unico e accettato da tutti di politically correct!
Negli ultimi anni è stato possibile osservare diversi casi in cui questo concetto è stato applicato e come il pubblico ha reagito a queste decisioni. Però bisogna precisare un aspetto che spesso viene dimenticato: il politicamente corretto è nato prima come movimento ideologico delle università americane che proponeva la riduzione di termini offensivi nei confronti delle minoranze ed oggi si è evoluto in un processo inclusivo, sia a livello lessicale che in opere e prodotti culturali.



LUI, LEI, LORO


La base del politicamente corretto è l’inclusività di quelle categorie di persone che normalmente non vengono considerate, escluse ed emarginate. Fin qui il discorso regge ed è ciò che dovrebbe diventare normale, cioè accettare il prossimo e il diverso. Ma la situazione cambia nel momento in cui l’inclusività diventa obbligatoria per determinate situazioni, che cercherò di spiegare più avanti. Rimaniamo per un attimo nella sfera sociale prima di trasferirci in quella della mediologia.
Per me è importante separare e definire al meglio questi due aspetti del politicamente corretto, poiché è facile perdersi ed essere fraintesi.
Sono per l’inclusività sociale, per non lasciare nessun individuo privo di diritti e per il rispetto verso il prossimo; mi è capitato di parlare con diversi interlocutori dell’utilizzo dei pronomi, per esempio, e ho notato come una questione così “semplice” non sia presa seriamente. Elliot Page qualche mese fa ha fatto coming out definendosi un transgender, non-binario e di preferire lui/loro come suoi pronomi e nonostante questa sua decisione è possibile ancora leggere persone che lo chiamano con il suo deadname, il nome che la persona aveva alla nascita, Ellen Page; questa questione fa parte del politicamente corretto e dell’inclusività? Sì. Ora l’evento riguarda un attore, un personaggio famoso che con questo suo coming out ha portato all’attenzione la maggior parte dei media ad affrontare questo argomento ma prima di questo evento, almeno per me, era difficile reperire informazioni su un qualcosa di così delicato e importante.

BIANCO, NERO E GIALLO

Il politicamente corretto non va ad influenzare solamente la sfera sociale ma viene applicato anche nei prodotti ed eventi culturali; in questo caso l’argomento va trattato con i guanti poiché è un campo minato e basta poco per creare una polemica che va a fare solamente danno al tutto. L’anno scorso nacque una discussione riguardante  Via col vento, in cui si affermava che il film mostrava contenuti razzisti e in base a questa situazione la compagnia HBO decise di rimuoverlo momentaneamente  dai suoi cataloghi per poi reinserirlo con un disclaimer esplicativo del contesto storico che la pellicola mostrava e distanziandosi da qualsiasi riferimento razzista. In questo caso il politicamente corretto, per me, è stato utilizzato in modo sconsiderato poiché la pellicola riprende momenti storici realmente accaduti e che si spera non si ripetano nel futuro, inoltre va ricordato che l’attrice afroamericana Hattie McDaniel è stata la prima a vincere l’Oscar. Il caso di Via col vento non è stato l’unico, ci sono stati altri eventi, prodotti culturale e decisioni che hanno fatto storcere il naso, come per esempio la decisione di far doppiare determinati personaggi ad attori e doppiatori che rispecchino il genere e la nazionalità.
Un pensiero su questa situazione va fatto per la scelta di far interpretare il personaggio storico di Anna Bolena all’attrice di colore Jodie Turner Smith, creando una situazione controversa. Da un lato ci sta la decisione e la volontà di far doppiare personaggi di fantasia solo ad attori ed attrici che rispecchino il genere e dall’altro la scelta di forzare qualcosa che non rispecchi eventi storici. Decisioni come queste portano l’argomento del politicamente corretto ad essere visto come una sorta di bavaglio mediatico, dove le persone iniziano ad autocensurarsi per non creare problemi e non trovarsi in situazioni da cui è difficile poi uscirne; quando si parla di personaggi di fantasia e la scelta di far interpretare il ruolo ad attori “diversi” dall’origine, non ne vedo il problema poiché parliamo di prodotti culturali.

W LA DIVERSITÀ!

Tutta questa situazione mi fa pensare, in conclusione, alla serie Community dove il direttore del college di Greendale cerca di creare una mascotte perfetta, in modo tale da non offendere nessuno. Ciò che esce dalla mente del simpaticissimo Craig Pelton risulterà essere grottesco : una figura umana non definita. Ma almeno l’obiettivo di essere politicamente corretto il direttore di Greendale lo ha raggiunto!

Breve riflessione sull’autocensura

Breve riflessione sull’autocensura

Ci sono degli argomenti topici, che occupano per tanto tempo il centro del dibattito pubblico. Quello che abbiamo deciso di affrontare in queste settimane rientra proprio in questa speciale sezione.

Da qualche anno a questa parte ci siamo ritrovati spesso a parlare o a sentir parlare dell’argomento in questione; tra infiniti ed iper illuminati salotti televisivi, tavole rotonde, podcast radiofonici e articoli di giornale ci hanno dimostrato che la questione del politicamente corretto è più che centrale.

Anche in questo caso si sono create differenti platee, con altrettanti differenti opinioni, ma tra tutte quella più interessante ed estrema è quella che definisce il politicamente corretto come una vera e propria dittatura.

Secondo questo numeroso pubblico ci ritroviamo a vivere con una sorta di bavaglio immaginario capace di limitare le forme di libertà e di esercitare una pressione tale da costringere chiunque all’autocensura.

Di questo ne ha parlato e disegnato, in maniera egregia, Zerocalcare, che nel numero di Internazionale 1409, di qualche settimana fa ha dato una giusta collocazione e definizione di quanto scritto poc’anzi.

Come già successo in precedenza, io aggiro l’ostacolo, o per meglio dire decido di concentrarmi su un dettaglio, un particolare. Lo spunto per questo articolo nasce dall’espressione comune con cui molti si riferiscono quando parlano di politicamente corretto, ovvero l’autocensura.

La cosa più interessante è che per molti questa pratica sembra essere nata proprio in seguito all’entrata in campo del politicamente corretto. Ovviamente questo non è vero ed esistono molte pratiche di autocensura più che rodate e assimilate.

Tra le tante, due sono quelle che prenderò in esame.

Il primo caso riguarda tutti noi, in quanto esseri sociali. Nasciamo e cresciamo in contesti culturali e sociali determinati (dette sovrastrutture) e ne acquisiamo norme, regole e valori. Una pratica che mettiamo in atto fin dalla nostra nascita, attraverso l’eredità culturale. Una pratica che ci costringe alla riflessione e al ragionamento ogni qualvolta stiamo per compiere un atto che, socialmente, potrebbe essere riconosciuto come amorale. Ci soffermiamo sulla nostra possibile azione, ne valutiamo le possibili conseguenze, dopodiché, il più delle volte, percorriamo la via della prudenza e decidiamo di non agire, compiendo così una sorta di autocensura.

Il secondo caso che ci riguarda da vicino è quello che ci accade sul posto di lavoro. Non di rado ci siamo ritrovati al dispetto di un superiore o di un datore di lavoro e altrettanto, non di rado, ci siamo ritrovati in disaccordo, a dover dimostrare che scelte e visioni potessero essere non solo scellerate, ma anche dannose e pericolose per l’azienda stessa, ma per non rischiare ci siamo ritrovati costretti al silenzio. Sono molti gli ex colleghi e amici che mi hanno raccontato situazioni del genere. Quel silenzio non è di per sé una forma di autocensura.

Quello che con, questi brevi e differenti esempi, ho voluto dimostrare è che quando in tanti si ritrovano a parlare, allarmati, di autocensura, di bavaglio, parlano di un atteggiamento abbastanza comune che hanno applicato e che applicano nel proprio vivere quotidiano e che accettano universalmente.

Dovremmo, dunque, cominciare a riflettere su questa pratica e sulle ragioni ad essa connessa. Molto spesso quella che consideriamo “autocensura” dovuta al politicamente corretto è semplicemente frutto di una riflessione più approfondita di un pensiero o ragionamento e delle conseguenze che potrebbero scaturirne.

La mia autocensura quotidiana

La mia autocensura quotidiana

Io mi autocensuro ogni giorno perché ho paura di finire nel tritacarne di chi ritiene di avere il potere di utilizzare le parole giuste al momento giusto. Figuratevi che l’altro ieri, mentre facevo l’amore con la mia compagna, ho avuto paura di urlarle una parolaccia perché ho temuto il rischio di dover affrontare una successiva discussione su quali siano gli stimoli sessuali più adatti da inseguire mentre la felicità è lì ad un passo.

Io ho una fottuta paura del politicamente corretto, lo ribadisco. Me ne accorgo quando a tavola con amici e sconosciuti – a proposito, non tutti quelli con gli occhiali da sole ed un cane sono ciechi – reprimo a manetta il mio sarcasmo, anche quando si parla dei rumori provocati dalla mia masticazione e vorrei poter replicare “ma avete mai mangiato a tavola con i cinesi?”. Ed invece sto zitto, perché viviamo tempi in cui vige l’obbligo morale di accendere internet ogni mattina e leggere cosa si può dire e come si può dire, quali sono i film da scartare perché “la donna viene vista in una prospettiva maschilistica tipica del secolo scorso”, quali sono i pronomi da rivolgere a quel tale che oggi pretende del “loro”. Io mi sono perso, forse da quando al Festival di Sanremo ho visto consegnare dei fiori anche agli artisti maschili.

E non mi accusate di essere retrogrado, io rivendico soltanto la mia libertà. E non quella pretesa dai destroidi – che confondono la battaglia contro il “politicamente corretto” con la voglia di sbandierare con maggiore scioltezza le proprie stronzate – bensì la tranquillità di fare battute con il cuore e ridere persino delle tragedie della vita. A me questo manca. E ogni giorno mi sento più triste, più silenzioso perché a furia di rincorrere le “cose giuste” abbiamo smarrito l’umanità delle parole incerte, delle battute a vuoto, degli sguardi teneri dopo un gesto equivoco. Però il terrore di finire al centro di un post social è troppo più forte. Così, a poco a poco, mi sono affiancato a voi.