Caffè amaro, grazie

Caffè amaro, grazie

L’unica sicurezza nella vita è che nulla è sicuro. Sembra una frase fatta, forse lo è, ma, ad ogni modo, resta una delle poche verità che un essere umano può avere nella vita. E questo non l’ho letto sui libri di scuola, ma me lo hanno insegnato le esperienze.

Qualsiasi sia la nostra condizione attuale, dalla più stabile possibile a quella più precaria, non c’è nulla, e dico nulla, che ci possa assicurare la continuità di questo stato.

La sicurezza della permanenza non esiste. Non è possibile conoscere la data di scadenza di tutto ciò che in questo momento compone il nostro presente. Compresi noi stessi. Potrebbe esserci, come no.

La sicurezza è un po’ come la speranza di cui vi parlavo qualche articolo fa. Delle gran belle parole, inventate per cercare di rendere meno percepibile la precarietà dell’esistenza umana. Qualche zolletta di zucchero in un caffè amaro.

La domanda è: perché? Forse il tutto è riconducibile ad una natura umana protettiva o forse autodistruttiva. Voi come lo chiamereste un uomo che dall’alba dei tempi ad oggi ha impiegato gran parte delle sue energie a cercare di trasmettere, a ribadire, il concetto che il mondo è nelle sue mani? Un’idea di invincibilità che, se tiriamo le somme, ci ha di gran lungo fottuto.

La sicurezza di una predisposizione innata a governare la natura e le cose che ci circondano ci ha condotto senza dubbio a sbagliare, più e più volte. Le conseguenze? A livello macro, per dirne una, il mondo si sta sgretolando tra le nostre mani. A livello micro, individuale, l’incoscienza che ci accompagna ci impedisce di assaporare il presente. Nonostante qualche zolletta di zucchero.

Eppure le esperienze ci parlano. Tutti, almeno una volta nella vita, aprendo una porta, non abbiamo trovato quello che ci aspettavamo. Tutti abbiamo subito un lutto, una sconfitta inaspettata, un dolore. L’imprevedibilità è all’ordine del giorno, non la sicurezza. Continuiamo, però, a comportarci come se valesse il contrario e questo è il paradosso più grande che io conosca.

(Non) Lavorare stanca!

(Non) Lavorare stanca!

Il 2021 si è concluso da qualche giorno e, a differenza degli altri anni, l’aria euforica e carica di aspettative dell’ultimo dell’anno non ci ha messo molto a dissiparsi. Una celerità del genere non l’avevo mai vista, nemmeno durante gli ultimi giorni di nebbia, prima dell’arrivo del grande freddo.

La cosa, però, non ci ha colto di sorpresa, non più di tanto! A dimostrazione della mia tesi c’è proprio la tematica che in queste settimane abbiamo deciso di affrontare. Nelle nostre recentissime e fugaci conversazioni ci siamo ritrovati a percepire indistintamente l’atmosfera che regna incontrastata da settimane: un profondo senso di stanchezza si è fatto strada in questo brevissimo 2022.

Di sicuro ha giocato un grande ruolo il perdurare della pandemia, ma credo che per molti quest’ultima condizione rappresenti la (in)giusta chiosa a situazioni di estrema difficoltà già precedentemente esistenti.

È il caso di molti di noi, che anche in questo 2022 saremo costretti a recitare il nostro solito copione: quello di dannati della terra (e delle aree interne), di precari perenni.

Un copione di una storia già vista, una storia che non ci ha mai abbandonato e che comincia a farsi ogni giorno sempre più pesante. Cambiano le ambientazioni in cui siamo costretti a rappresentare la nostra quotidiana tragedia sociale, ma non certo l’andamento delle nostre esperienze.

Una riflessione trita e ritrita, anche questa, che continua a farsi sentire ogni volta che mi tocca subire la mia dose quotidiana di televisione. Così mentre mi ritrovo a pranzo con la mia famiglia, il solito servizio del tg di La7 in cui si snocciolano i dati dell’Istat sul relativo tasso dell’occupazione giovanile mi rammenta che il dato è in crescita – di lunedì il tasso è sempre in crescita – per poi andare in caduta di mercoledì, soprattutto se fuori piove e le temperature sono rigide, per poi risalire, ottimisticamente, venerdì. Lo schizofrenico bipolarismo dei servizi di questo genere mi costringono a passare la restante parte del pranzo con lo sguardo rivolto all’opposto dello schermo e mi costringono a consumare, rabbiosamente, quello che resta nel mio piatto. La masticazione si fa più fitta e aggressiva, mentre le immagini a corredo del servizio inquadrano qualche strada trafficata e commerciale di una grande città a caso, i numeri continuano a cadere dall’alto non tenendo conto dell’incredibile mole di contratti a tempo determinato, dell’infinita sfilza di partite iva aperte e del fatto che sempre più giovani decidono di abbandonare anzitempo il mercato del lavoro.

A quasi un anno dell’insediamento del governo Draghi, il governo dei “migliori”, mi rendo conto che la tacita complicità dei media resiste, che raccontano di un paese che rinasce e di un PNRR che si attende come manna dal cielo, ma che attualmente risulta essere poco più che un documento di 237 pagine, in cui la parola giovani compare esattamente 123 volte e ogni volta risuona sempre più vuota e più banale.

La sensazione che si ha ogni volta che si legge la parola giovani all’interno delle missioni è quella di una pezza di appoggio o, in molti casi, di soggetti passivi che per l’ennesima volta dovranno subire la politica di turno.

Dopo anni ci ritroviamo a subire ancora, ed in parte è colpa nostra, le azioni altrui.

Le accettiamo, lasciandoci andare a qualche mugugno sommesso, nei luoghi di lavoro dove il contratto è sempre troppo basso e le ore sono sempre troppe, nei luoghi pubblici e istituzionali della politica, dove l’arte dell’avere sempre ragione e demandata ai soliti imbecilli di turno che brandiscono la parola rivoluzione pur essendo i principali difensori dello status quo e degli interessi personali, nei luoghi di confronto che si trasformano sempre più in luoghi di consumo e sempre meno di confronto, nelle nostre realtà domestiche sempre più logore e depresse.

Intanto i giorni passano e in strada l’aria gelida mi sputa in faccia tutta la sua violenza, ricordandomi che siamo solo all’inizio dell’anno. Un amico, incontrato per caso, mi saluta e mi confessa la sua incredibile stanchezza. Da qualche anno ha aperto una piccola attività, ma le difficoltà si fanno sempre più grandi e i guadagni sempre più esigui. In quei pochi attimi mi accorgo di quanto ci è comune questo destino e di quanto è altrettanto comune questo stato d’animo.

Ma, in fondo, voglio ripartire dal clima euforico che di solito si diffonde alla fine dell’anno e proprio da questo voglio conservare una sola cosa, la speranza che prima o poi tutta questa stanchezza collettiva porti a qualcosa di nuovo, ma soprattutto ci spinga ad agire realmente, perché ad un certo punto dovremmo pur stancarci di essere stanchi.

Appunto importante: devi fare ciò che ti fa stare bene

Appunto importante: devi fare ciò che ti fa stare bene

È accaduto che ad un certo punto ho dimenticato chi fossi e dove stessi andando. Dal nulla svanisce la magia, quella scintilla che quotidianamente illumina il tuo vero obiettivo. A soffiarci sopra diversi nemici: dall’ansia del futuro ad un Paese come l’Italia che ti stritola fino ad ucciderti dentro all’alba dei trent’anni. Del resto Gianni Morandi era stato un ottimo profeta: (soltanto) uno su mille ce la fa. E gli altri 999?

Gli altri 999 smarriscono completamente la bussola a furia di reinventarsi. Il lavoretto per avere una cosa di soldi in tasca, l’ossessione per il posto fisso perché arrivato ad una certa devi tirare le somme, i pasticcini da mangiare la domenica, l’immancabile viaggio a Londra per fare il cameriere e ritrovare se stessi. Insomma, veniamo risucchiati da un gioco infernale ed una volta conquistato l’ultimo livello – nella maggior parte dei casi somigliante ad una vita tipo “50 volte il primo bacio” – ti accorgi che hai dimenticato chi sei e cosa pretendevi dalla tua vita, magari quando nel cuore sentivi quella meraviglia di irrequietezza adolescenziale.

Si può interrompere questo gioco? Si, è possibile, mica è Squid Game. Ma vi anticipo che è una faccenda assai complessa. Più avanzi e più ti convincono di quanto fosse sbagliato avere quelle specifiche aspirazioni: non si può campare di parole, per fare l’architetto ne devi mangiare di pane, per la start up devi chiedere un prestito che la banca non ti concederà mai. Sono diversi, dunque, i trucchi che utilizzano gli agenti dalle tute arancioni per farti desistere.

Anch’io stavo vincendo alla grande in questo gioco al massacro, però poi in auto mi è capitata una canzone che avevo completamente scordato che fa così:

“Voglio essere superato,
come una Bianchina dalla super auto
come la cantina dal tuo superattico,
come la mia rima quando fugge l’attimo.
Sono tutti in gara e rallento, fino a stare fuori dal tempo
Superare il concetto stesso di superamento mi fa stare bene,
con le mani sporche fai le macchie nere
vola sulle scope come fan le streghe,
devi fare ciò che ti fa stare
devi fare ciò che ti fa stare bene”. (Caparezza- “Ti fa stare bene”)

Sembra scontato, ma un bug del gioco è proprio questo: fare ciò che ti fa stare bene, prendendoti i tuoi tempi e fregandotene degli altri. Non fermatevi alla banalità di questo concetto: ricordiamoci che le cose preziose spesso vengono nascoste in piena vista.

 

 

 

La gioventù aumentata

La gioventù aumentata

Esattamente un anno fa raccontavo come sui giovani di oggi ci si scatarri su. In quell’articolo si parlava di violenza e aggressività e di come sia facile etichettare l’età giovanile come contraddistinta da queste caratteristiche.

Ma la gioventù non è solo questo!

Tralasciando il particolare, già menzionato altrove, per cui il sistema nervoso “giovane” non ha raggiunto la maturazione proprio in quell’area cerebrale dove si controlla l’impulsività eccetera, la gioventù di oggi risulta anagraficamente più vecchia di quella di un tempo. La questione riguarda quello strano spazio in cui la cultura della società influenza lo sviluppo individuale mentre, a sua volta, viene influenzata dalle nuove abitudini individuali nate in risposta al cambiamento della società: un polpettone nebuloso e confusionario dal quale è venuta fuori una nuova parola che indica una categoria di persone giovani, che un tempo non lo erano considerate più. Gli adultescenti.

Questa parola è stata ufficialmente riconosciuta nel 2014, quando entrò a far parte del vocabolario italiano con la definizione “Stile di vita di chi, entrato ormai nell’età adulta, continua a comportarsi da adolescente“. Non sembra essere chissà quale novità, d’altronde la storia di Peter Pan è vecchia di un bel po’; questa parola, però, sottende il cambiamento di una fase della vita figlio del progredire del tempo. Peter Pan era un singolo che rifiutava la società moderna e trovava rifugio nell’isola che non c’è insieme ad altri ragazzini che non volevano crescere, l’adultescenza è il prodotto della società stessa.

Mettiamo insieme l’allungamento del periodo degli studi, per chi li prosegue, la condizione lavorativa precaria che impedisce di raggiungere una piena stabilità economica nei tempi e nei modi di 20-30 anni fa (per chi decide di lavorare dopo la scuola dell’obbligo), il prototipo di “uomo&donna fighi” odierni, persone che ottengono ricchezza con minimo sforzo e che trattano il prossimo come una platea che attesta la loro bravura e bellezza, e aggiungiamo un pizzico di cultura mediterranea che tende a proteggere la prole ed a considerarla un bambino anche a 50 anni. Ecco, ora shackeriamo il tutto con il progresso tecnologico e l’analfabestismo funzionale e otteniamo una nuova fase della vita, di quelle che i padri delle teorie psicologiche non potevano nemmeno immaginarsi visto che ai loro tempi la gioventù finiva più o meno tra i 14 e i 18 anni e si diventava subito adulti. Una fase della vita all’insegna dell’incertezza, in cui l’ideale di sé che propugna la società guadagna milioni a suon di selfie e pubblicità per abiti firmati che, in quanto dato di fatto, è uno stereotipo con cui bisogna farci i conti nel bene o nel male.

L’adultescente è costretto a vivere in condizioni precarie perché se vuole accedere ad alcuni lavori per cui il concorso del 1990 richiedeva la terza media, oggi ha bisogno di una laurea magistrale più un mater post laurea e qualche anno di esperienza nel settore. Se poi vuole lavorare subito dopo la maturità (scolastica), deve fare i conti con la concorrenza accresciuta e la burocrazia maledetta. Per questo, prima di combattere per affermarsi come individuo separato dalla propria famiglia di origine e raggiungere quella maturità psicologica che richiede un senso di identità coeso e mirato ad uno scopo, questo nuovo tipo di giovane ha la necessità di appoggiarsi alla famiglia di origine che, nei Paesi mediterranei, tende da sempre a trattenere la prole in uno spazio esente da assunzioni di responsabilità oltre i tempi previsti.

E come accade sempre, c’è chi persevera nel tentativo di autoaffermarsi e supera l’adultescenza in modo equilibrato e chi invece rimane imbrigliato nella rete di questa nuova gioventù contemporanea.

Non si sopravvive di pizza e di mare blu

Non si sopravvive di pizza e di mare blu

Così un giorno salii in vetta ad una montagna di cui ho sempre ignorato il nome. Era Basilicata profonda, talmente profonda che presi il telefono per una foto e per un attimo mi convinsi che fossi uno dei primi a viaggiare nel tempo (oltre alle canzoni di Sanremo, sempre troppo vecchie per il presente). Comunque non voglio tirarla per le lunghe. Da lì vidi un bambino rincorrere una bambina e sorridersi. Asciugato con mezzi di fortuna il sudore sulla fronte, feci respirare un po’ di aria fresca ai miei pensieri, soprattutto ad uno, quello che più mi spaventa: un giorno, neanche troppo lontano, sarà sempre più raro vedere due bambini, al Sud, sorridersi.

Così, mentre addentavo un panino con la mortazza, una botta di malinconia mi perforò il cuore come la pallottola più potente del mondo. Affamati di pizza e di mare, abbiamo smarrito le vere missioni da inseguire per resistere qui e vedere altri bambini sorridersi. Io non voglio dilungarmi sui responsabili di questa “estinzione” – altri miei colleghi saranno molto più efficaci – ma da sentimentalista vorrei poter restare qui e maledire una segnaletica stradale da schifo e veder spuntare, poi, un inaspettato tramonto tra due abitazioni abusive in mezzo ad una piazza straordinaria ma rovinata dal tempo eppure misteriosa e bellissima. In fondo, in questo periodo lessicale e confuso, respira tutto il Sud che è in me.

E quindi non sarà facile proteggerlo da noi che lo difendiamo soltanto elogiando la nostra allegria ed il cibo buono ed il romanticismo delle vecchie che spettegolano, ma per favore, rimettiamoci in cammino. Lasciamo stare il Nord, i giornali che mistificano, la politica: badiamo soltanto al nostro futuro ed iniziare a pensare che senza le urla di vita dei bambini è soltanto un conto alla rovescia verso la morte.