Caffè amaro, grazie

Caffè amaro, grazie

L’unica sicurezza nella vita è che nulla è sicuro. Sembra una frase fatta, forse lo è, ma, ad ogni modo, resta una delle poche verità che un essere umano può avere nella vita. E questo non l’ho letto sui libri di scuola, ma me lo hanno insegnato le esperienze.

Qualsiasi sia la nostra condizione attuale, dalla più stabile possibile a quella più precaria, non c’è nulla, e dico nulla, che ci possa assicurare la continuità di questo stato.

La sicurezza della permanenza non esiste. Non è possibile conoscere la data di scadenza di tutto ciò che in questo momento compone il nostro presente. Compresi noi stessi. Potrebbe esserci, come no.

La sicurezza è un po’ come la speranza di cui vi parlavo qualche articolo fa. Delle gran belle parole, inventate per cercare di rendere meno percepibile la precarietà dell’esistenza umana. Qualche zolletta di zucchero in un caffè amaro.

La domanda è: perché? Forse il tutto è riconducibile ad una natura umana protettiva o forse autodistruttiva. Voi come lo chiamereste un uomo che dall’alba dei tempi ad oggi ha impiegato gran parte delle sue energie a cercare di trasmettere, a ribadire, il concetto che il mondo è nelle sue mani? Un’idea di invincibilità che, se tiriamo le somme, ci ha di gran lungo fottuto.

La sicurezza di una predisposizione innata a governare la natura e le cose che ci circondano ci ha condotto senza dubbio a sbagliare, più e più volte. Le conseguenze? A livello macro, per dirne una, il mondo si sta sgretolando tra le nostre mani. A livello micro, individuale, l’incoscienza che ci accompagna ci impedisce di assaporare il presente. Nonostante qualche zolletta di zucchero.

Eppure le esperienze ci parlano. Tutti, almeno una volta nella vita, aprendo una porta, non abbiamo trovato quello che ci aspettavamo. Tutti abbiamo subito un lutto, una sconfitta inaspettata, un dolore. L’imprevedibilità è all’ordine del giorno, non la sicurezza. Continuiamo, però, a comportarci come se valesse il contrario e questo è il paradosso più grande che io conosca.

Un anno nuovo è già iniziato e siamo già stanchi!

Un anno nuovo è già iniziato e siamo già stanchi!

Durante i primi giorni dell’anno ci capita spesso di rivivere una particolare sensazione di fiducia e speranza che ci spinge a dimenticare fatiche e difficoltà di un intero anno appena trascorso e ci costringe ad immaginare un domani migliore.

In questi giorni lasciamo che anima e corpo vengano pervasi da una calda sensazione di ottimismo. In alcuni casi ci convinciamo di essere investiti da una strana sensazione di onnipotenza, capace di renderci invincibili e di poter affrontare e risolvere anche le sfide più difficili.

Ma come è possibile tutto ciò? Com’è possibile passare dalla sfiducia all’ottimismo in pochissimi giorni?

La spiegazione più immediata e semplice ci vede avvezzi all’utilizzo di un semplice e pratico meccanismo mentale che spinge verso l’oblio tutto quello che riguarda il passato (soprattutto i momenti brutti) e che ci porta ad affrontare l’incertezza dei giorni futuri affidandosi all’ottimismo dei giorni migliori.

Per questo, in questi due settimane, noi di Scarpesciuote non vogliamo andare oltre e bloccare anche solo per un momento questo strano meccanismo di autoconservazione. Così abbiamo deciso di riprendere dall’oblio tutto ciò che non ci è piaciuto di quest’ultimo anno appena concluso e abbiamo deciso di parlarne.

Perché? Semplice, perché è dalla stanchezza che deriva da queste situazioni di difficoltà che vogliamo fare tesoro e vogliamo ripartire, traendo realmente insegnamento da tutte le cose che ci hanno stancato potremmo finalmente ripartire per costruire un futuro decisamente più accettabile, se non addirittura migliore.

A chi ha accumulato, nella vita, molte forme di stanchezza, a chi si è svegliato in questo inizio anno già stanco senza capire il perché o semplicemente a chi non ne può dedichiamo questo numero. Augurandovi un buon anno e speriamo che anche voi siate già stanchi delle solite dinamiche, perché, parafrasando Stephane Héssel è dalla stanchezza e dall’impegno che ne deriva che bisogna ripartire.

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti

Bilancio di fine anno di un scarpa sciuota

Bilancio di fine anno di un scarpa sciuota

Un dicembre così piovoso e così rigido non lo ricordavo da tempo e, onestamente, faccio ancora fatica a crederlo tale. Le basse temperature che in questi giorni sono piombate così violentemente sulla Valle del Sabato hanno avuto l’ingrato compito di ricordarci che il mese di dicembre, in fondo, è l’anticamera dell’inverno. Potrebbe sembrare poca cosa, ma per un avellinese dicembre rappresenta un allarme importante: significa, infatti, che bisogna prepararsi a tre mesi di freddo intenso, vento impetuoso, abbondanti piogge e qualche sporadica nevicata. Ma significa soprattutto dimenticare i luoghi cittadini.

Anche se considero fortemente interessante affrontare il rapporto che intercorre tra avellinesi e il mese di dicembre, ritengo più calzante riflettere su quanto l’ultimo mese dell’anno spinga ad una fetta più ampia di popolazione globale ad attraversare alcuni momenti emozionali particolari.

Volendo mantenere la riflessione sul piano culturale e confessionale potremmo dire che a dicembre si celebra la nascita di Cristo, ma se ci abbandoniamo a riflessioni più materialistiche quello che di più suscita emozioni è la considerazione che un altro anno volge al termine.

Ci ritroviamo, volontariamente o meno, a ripensare a quello che è stato il nostro anno appena trascorso. Insomma dicembre è tempo di bilanci. In queste ultime settimane anche noi provvederemo a fare lo stesso e di conseguenza anche il sottoscritto proverà a redigere un bilancio personale sociale.

BILANCIO PERSONAL – SOCIALE DI ANDREA FAMIGLIETTI

«Dal diario di Andrea Famiglietti…»

L’anno che ormai volge al termine è stato un anno estremamente intenso. Pienamente consapevole della centralità che il lavoro assume nelle nostre esistenze, non posso far a meno di partire da quella che è stata la mia prima vera novità: dopo 5 anni di lavoro precario ho deciso di non “lavorare più”. Il mese di marzo è stato l’ultimo mese in cui ho ufficialmente svolto un lavoro dipendente. Un salto nel vuoto che si è dimostrato emozionante all’inizio, noioso in seguito e spaventoso all’ultimo. Un salto e una scelta che non ho compiuto da solo, stando ai numerosi articoli pubblicati, visto che la percentuale di giovani che in questi due anni di pandemia ha deciso di licenziarsi o di interrompere ogni rapporto di lavoro precedente è paurosamente elevata.

Una solitudine rumorosa, mi verrebbe da pensare. Ma resta comunque una scelta che è servita a prendere in mano la mia vita, non senza una certa difficoltà. Ho vissuto mesi di mancanze, tra tutte la più assurda è stata rappresentata dalla routine e dall’abitudinarietà delle azioni che si compiono durante i giorni lavorativi. Pratiche in cui ci rifugiamo per sentirci più al sicuro, protetti dall’incessante scandire del tempo e dall’imprevedibilità dei giorni che man mano si fa sempre più paurosa.

L’impossibilità ad avere il diritto a un presente e un futuro dignitoso ed indipendente e dover far ricorso, ancora e soprattutto, all’unico sistema di welfare funzionante in Italia, la famiglia.

La consapevolezza di essere costretti a vivere in una realtà in cui il tempo libero deve essere consumato e subordinato ad un prezzo si è fatta più evidente e più pesante. Così il grado di indipendenza economica minima, precedentemente posseduta, è pressoché scomparsa e mi sono ritrovato a vivere rarissimi momenti di socialità.

Ma tutte le mancanze sono state bilanciate dai numerosi impegni e dagli obiettivi che ho dovuto rincorrere. Lo studio per l’insegnamento, le collaborazioni con nuovi enti per continuare a progettare e soprattutto la registrazione dell’associazione per continuare ad operare e, finalmente, lavorare sul territorio. Sono questi i contrappesi ad una situazione estremamente difficile che ancora oggi mi fa paura.

Non sono stati mai momenti dolci quelli trascorsi, quasi tutti sono stati accompagnati da fatica e nervosismo, ma voglio sperare che in un futuro non molto lontano ogni nostra azione, ogni nostro sacrificio, possa ritornare anche solo come insegnamento.

Adesso dovrei concludere questo bilancio con un giudizio, ma so per certo che c’è una scappatoia, una via d’uscita che ognuno di noi prende in analisi per non doversi abbandonare ad un giudizio drastico e definitivo dell’anno appena trascorso…

LA LISTA DEI BUONI PROPOSITI DELL’ANNO PROSSIMO

– Abbattersi di meno alle difficoltà che affronto;
– Non rinunciare mai ad una passeggiata all’aria aperta;
– Continuare a non volgere lo sguardo altrove quando le cose mi sembrano ingiuste;
– Riuscire ad andare allo stadio almeno una volta (sperando che i biglietti non costino troppo);
– Vedere l’Avellino in serie B(è più una speranza irrealizzabile che un buon proposito);
– Imparare a suonare alcuni pezzi di Leonard Cohen sull’Ukulele;
– Rallentare il passo in strada;
– Prendere più spesso la bicicletta;
– Non accettare più lavori a 600 euro al mese per 40 ore settimanali;
– Non sottomettersi ad altri bullshits jobs (che Graeber mi perdoni);
– Andare almeno una volta al mare;
– Bere una birra in meno di quelle che vorrei bere;
– Superare almeno una volta un concorso pubblico statale per vedere cosa si prova;
– Non accumulare più di 20 libri non letti;
– Lamentarsi ogni tanto anziché ascoltare solo gli altri che si lamentano;
– Sentirmi meno precario;
– Andare in montagna;
– Fare ricerca sul campo;
– Dare una speranza a chi ne ha bisogno;
– Aiutare di più gli amici;
– Accettare di farsi aiutare dagli amici quando sono in difficoltà;
– Essere meno permaloso;
– Non prendere in giro chi indossa la canottiera anche d’estate;

continua…

Once & future (never)

Once & future (never)

A volte mi capita di guardare indietro, agli anni andati e poco dopo rivolgo lo sguardo al futuro sento salire nel mio animo un senso di incertezza e inquietudine.
Quel senso di incertezza dovuto a domande di cui, sono consapevole, non riceverò mai risposte

I predatori dell’arca perduta

La prima volta che vidi il film di Spielberg “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta” pensai cosa da grande avrei voluto fare. Avevo la risposta alla tipica domanda che da bambini ci fanno “cosa vuoi fare da grande?” ed ero felice di poter dire l’archeologo, perché guardando il Dott. Jones alle prese con scoperte storiche e avventure fantastiche non pensavo ad altro che quello era ciò che avrei voluto fare una volta adulto. Eppure ero un bambino che aveva messo il suo primo sogno nel cassetto, senza sapere cosa significasse essere grandi e tutte le responsabilità e preoccupazioni che arrivavano. Ma sognavo di scoperte sensazionali, di viaggi in terre lontane e di pericoli che avrei affrontato senza paura ma tutto questo nasceva e moriva nella mente di un bambino.
Da qualche parte ho lasciato quel cassetto, con un sogno che sta lì ad aspettarmi ma che non vivrò mai più. E forse è meglio così.

Innuendo

Cantava il buon Freddie Mercury che possiamo essere qualunque cosa vogliamo. Ed è vero, siamo potenzialmente capaci di essere qualunque cosa o diventare chiunque noi vogliamo, ma solo crescendo in un ambiente che ci permette di credere in un futuro e poter realizzare quei piccoli sogni che abbiamo messo nel cassetto. Eppure viviamo in una società pronta a cannibalizzare le nostre aspettative, crearci disagi che ci porteremo sulle nostre spalle come dei cloni di Atlante e alla fine ci costringerà ad essere un individuo diverso da ciò che immaginavamo.

You can be anything you want to be
Just turn yourself into anything you think that you could ever be
Be free with your tempo be free be free
Surrender your ego be free be free to yourself

Nonostante questo mio pessimismo mi vien da dire che è importante circondarsi di persone che vi spronano, che cercano in ogni modo di tirare fuori le vostre qualità. In pratica dovremmo avere tutti una persona che ci invita a dare il massimo ogni giorno
Ma sono soddisfatto di come sono oggi? No, non proprio al 100%
Forse l’unica domanda a cui so dare una risposta decisa, da bravo ignavo quale sono.

Solo un grande sasso: storia di un precario e di un fiume

Solo un grande sasso: storia di un precario e di un fiume

Mentre fisso la schermata del mio PC, in un insolito momento di silenzio assoluto, ho cominciato a prestare attenzione a tutti i segnali che il mondo esterno continua ad offrirmi. L’autunno alla fine è giunto, inesorabile, come sempre.

I segni ci sono tutti, annunciano il cambiamento dell’ambiente e tutti se ne rendono conto: l’aria, improvvisamente più fresca spinge i pochi passanti mattutini a cercare un posto al sole, lo stesso sole che fino a qualche settimana fa evitavano con cura. Il suono delle rondini è scomparso e l’aria in cielo sembra essere più sgombra del solito. Ma c’è una cosa che non è mai scomparsa ed è destinato a non cambiare mai: il suono del fiume.

Sono ormai trent’anni che vivo con questo, non mi abbandona mai, né di estate né di inverno. Quasi sempre lo stesso anche nei giorni di pioggia. E pensare che per anni ho cercato in tutti i modi di attenuarlo, ammansirlo ed in certo qual modo ci sono riuscito.

Nessun tentativo di cementificazione, sia ben chiaro, ma un semplice processo di abitudine che ha avuto per protagonisti il mio orecchio e il mio cervello. Ma ecco, capita che qualche giorno in cui il silenzio si fa predominante che i sensi ritornano sensibili a quel suono, lo rendono percepibile, addirittura lo amplificano.

Un susseguirsi di riflessioni accompagnano questo strano risveglio. L’ultimo mi ha fatto pensare ai piccoli ciottoli che portati dalla corrente si continuano ad avvicendare lungo il percorso e vengono trasportati dalla sorgente fino alla foce, passando per un’infinità di città, paesi, agglomerati urbani e abitazioni. Lungo tutto il percorso vengono a contatto con un numero immenso di vite ed esperienze e influenzano un numero, altrettanto immenso, di esistenze.

Un ciottolo in balia delle onde può essere uno strano pensiero, se non lo si legge sotto un’altra ottica. Infatti lo si potrebbe rapportare a quella che è la nostra condizione.

Capita più spesso di quanto si creda di chiedersi di noi, come quel piccolo sasso, dove siamo diretti, da dove siamo partiti e quale sarà la nostra destinazione.

SOLO UN GRANDE SASSO – DOVE STIAMO ANDANDO?

C’è un minimo comun denominatore che accomuna la nostra infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza: la scuola. Passiamo gran parte della nostra giovane vita in balia di istituti in cui cercare di immagazzinare un numero spropositato di nozioni, senza comprenderne il senso.

Impariamo formule, composti, capitali, date, coniugazioni, declinazioni e via dicendo. Impariamo tutto senza battere ciglio. Impariamo, appunto, non comprendiamo. Immagazzinare il tutto per poi superare le verifiche e raggiungere, per merito di una somma aritmetica, la tanto agognata sufficienza e se va bene qualcosa in più.

Ci hanno detto che in questo modo stiamo acquisendo il metodo (quale metodo chissà) per poter affrontare dignitosamente la vita di tutti i giorni. E così per alcuni comincia la lunga trafila nel mondo del lavoro, per altri la giovinezza si allunga ulteriormente con l’università. Il desiderio, nemmeno tanto esplicito, quello di acquisire maggiori competenze e altro metodo (sempre in agguato, ma mai dichiarato).

Ci ritroviamo così, finalmente pronti per il mondo del lavoro, peccato che quest’ultimo non è pronto per tutti noi. E allora via con infiniti corsi di formazione, via di formazione permanente perché bisogna aggiornarsi e differenziarsi, bisogna essere sempre più unici per un sistema che ti getterà senza troppi complimenti in un contesto dove le parole d’ordine sono sempre le stesse, flessibilità e sottopaga.

Impossibilitati ad avere una giusta dimensione arriviamo a fare i conti con quella che è la nostra esistenza precaria e ci ritroviamo come quel piccolo sasso, portato a spasso dalla corrente, a chiederci “dove stiamo andando?”.

Intanto la corrente continua a limarci, smussando tutti gli spigoli, rendendoci sempre più piatti, trasportati non del tutto consapevoli della prossima destinazione, possiamo solo sperare che il prossimo luogo dove ci porterà sarà l’ultimo e sarà il più bello, il posto ideale dove vivere in pace la nostra esistenza.