Il terreno di battaglia per me che non sono un guerriero

Il terreno di battaglia per me che non sono un guerriero

Avverto un po’ di ansia ma a qualcuno dovrò pur confidare questa verità che sento esplodere di realtà dentro di me: il progetto di “Scarpesciuote” è l’ultima possibilità che concedo a me stesso per indossare l’elmetto e combattere una vita che non mi soddisfa per nulla. Insomma, grazie a questa “banda” ho deciso il terreno di battaglia per cui vale la pena rischiare tempo, idee e quasi tutte le mie emozioni: ovvero dare vita ad un movimento fatto di articoli, iniziative, scambi di opinioni (e perché no, fateci sognare, una piccola casa editrice o qualcosa del genere).

La pandemia che ci ha travolto, poi, ha soltanto rafforzato questa volontà di invertire l’ordine naturale delle cose, almeno in Italia: non abbiamo né soldi né santi in paradiso, però che bello che ognuno di noi scriva di cose che ha a cuore e di vederci, per ora soltanto virtualmente, tutti quanti assieme e sognare che, un giorno, tutti noi staremo “al posto giusto”.

Sarà una speranza piuttosto banale, però negli ultimi decenni ci hanno privato innanzitutto della dignità. In ogni posto di lavoro – se così si può definire un’attività quotidiana mal retribuita e troppo spesso distante anni luce dagli studi affrontati e dagli occhi brillanti con cui ognuno di noi dovrebbe vivere l’ennesima giornata lavorativa – ci hanno “disumanizzato” fino al punto da desiderare soltanto una piccola tranquillità economica e basta.

Ed invece io, povero fesso e coglione, con “Scarpesciuote” vorrei riuscire a riappropriarmi di progetti emozionanti che, ascoltate bene, non sono soltanto destinati al fallimento o a quegli sguardi del cazzo di quel tipo che ha il posto fisso e che la domenica porta i pasticcini a casa (quest’ultima affermazione è causata dalla mia dieta e quindi dall’invidia che provo per chi può abbuffarsi in santa pace). Quindi, questo è il mio campo di battaglia: costruire un ambiente lavorativo dove ognuno può scrivere ed organizzare eventi che sognava da bambino o davanti al bar quando ad un amico diceva “in città manca proprio questo”.

Io, come si può ben notare, non sono il tipico esempio di guerriero, però desidero con tutto me stesso che queste parole, un giorno, diventassero realtà, soprattutto in contesti urbani come quello in cui viviamo, povero di slanci umani e culturali.

La necessità di scegliere il terreno di battaglia

La necessità di scegliere il terreno di battaglia

 

Soprattutto il Covid-19 ha palesato davanti agli occhi di tutti noi la necessità di decidere il nostro terreno di battaglia, quello spazio dove sacrificare persino l’ultima cellula per realizzare idee e progetti in grado di provare a solleticare questa realtà spesso asfittica.

È questo quello che, in particolare modo nelle realtà urbane più dislocate e piccole, manca con una preoccupante frequenza: ovvero la capacità di “abbracciare la nostra croce” e percorrere anche la salite più ardue, che soprattutto in Italia non mancano. In queste due settimane proveremo a raccontare, a descrivere, a disegnare, le esperienze che vorremmo vivere, stilare la ricetta degli ingredienti che vorremmo costituissero i nostri giorni (l’ultima metafora è dettata da una domenica pomeriggio trascorsa nel tentativo di scappare dai miliardi di schifosi programmi televisivi su un’arte raffinata come quella culinaria).

Questo tema ci è stato ispirato dal discorso tenuto del Ministro per il Sud e la Coesione territoriale Giuseppe Provenzano, il quale durante il funerale di Emanuele Macaluso, storico sindacalista e dirigente del Pci, rivelò che durante una delle tante occasioni di dibattito, l’ex direttore de “l’Unità”, rivolgendosi ai più giovani, affermò quanto fosse necessario che i giovani ricercassero un terreno di battaglia, un campo che troppo spesso non si trova o ci manca e ci priva di moltissime cose, ma soprattutto ci condanna alla sconfitta contro le interminabili lotte che ci troviamo ad affrontare.

Andrea Famiglietti

Antonio Lepore