L’estate e l’insalata di pomodori di mia nonna

L’estate e l’insalata di pomodori di mia nonna

L’estate per me è l’insalata di pomodori. Ma non quella asettica propinata dai ristoranti, bensì quella dipinta da mia nonna. Dentro ci conviveva di tutto, altro che le politiche d’integrazione del Pd: patate scaldate, olive, sedano, lattuga, tonno ed in fondo, ma molto in fondo, due o tre pomodori tagliuzzati con maestria. Perché parliamoci chiaramente, questa è l’estate: un pentolone con all’interno l’amore dell’umanità verso una stagione che possiede la magia di farti credere che tutto sia possibile, persino che tu digerisca quell’insalata di pomodori.

Un filo di emozioni, anche abbondante. In particolare modo da versare quando si è in riva al mare e presti l’orecchio alle onde, che secondo me nel corso dei secoli hanno ascoltato talmente tante storie che potrebbero narrarle da qui fino all’albo del nuovo mondo governato ovviamente da Gates e Rockefeller. È uno dei momenti che attendo di più della “stagione”: lì, quando i bambini sudati sono lontani da me, chiudo quel poco di cervello che ho e lascio spazio al cuore. Si narra di sirene ammaglianti rimaste incinte di Capitan Findus, di uomini e donne coraggiose che hanno difeso la propria terra dai conquistatori e di una coppia, forse adolescenziale, che si promise amore eterno prima di fare i conti con i treni che spesso sanno di malinconia e tristezza.

Intanto mettete a scaldare i film già visti. Tra questi “Ovosodo” di Paolo Virzì. Non so perché ma lo guardo ogni estate. Credo perché parli della scuola (da cui l’estate ci salvava ogni anno) e della caparbietà che bisogna avere per vivere all’estremo ogni emozione ed è quello che vorrei fare quando la notte tarda ad arrivare e ci fumiamo le sigarette e le parole si intrecciano ai miei e ai suoi pensieri e fa troppo caldo per mangiare. Verso le 20:00, quando il sole splende ancora e tutti sono felici di poter sorseggiare lo spritz. Io lì vorrei abbracciarla e dirle che purtroppo non si può vivere sempre di estate e che arriveranno giorni freddi micidiali, settimane in cui il mare non è una foto da instagram ma un mostro che abbatte i palazzi. Ed è proprio lì che dovremmo lavorare e pazientare in attesa dell’unica stagione che si fa invidiare dalle altre (semicit. Flaiano).

Infine, l’estate ci infonde il coraggio di mostrare la nostra pelle. Anche la mia, che troppo spesso ha cambiato forma e lei mi ha insegnato a rivelarla a tutti anche quando avevo paura di ordinare la coca cola al lido con il tizio accanto che aveva la palestra in sé.

Il tempo che ho speso in ricordi

Il tempo che ho speso in ricordi

Ho sempre speso male il mio tempo. L’altro ieri, mentre avrei dovuto scrivere un pezzo per lavoro, pensai ad un pomeriggio di almeno cinque anni fa. A lei come sistemava i capelli dietro all’orecchio, al mio imbarazzo nell’evitare qualsiasi segnale che le potesse far capire che in fondo al mio cuore c’era del sangue che le somigliava.

«Fermati un attimo, il tempo di chiudere questa sigaretta», ma lei non si fermò. Ora starà da qualche parte del mondo, e va bene così.

Ne spendo tanto di tempo a girovagare tra i ricordi, forse questo è il mio unico talento. Vivo poco di presente, e me ne accorsi anche quando entrai in un bar della Basilicata profonda. Un flipper all’angolo, teatro di sfavillanti sabato sera di adolescenti negli anni ’80, ed un barista un po’ scocciato dalla mia faccia a volte troppo di cazzo. Nella teca dei dolci, un cornetto che aveva consapevolmente rifiutato i gusti moderni. Fuori, invece, le carte esplodevano sul tavolo e bestemmie e sfottò che non avevo mai udito. È tutto così malinconicamente stupendo in certi posti protetti da quello che i più definiscono ‘progresso’.

Là il tempo non si conta con l’orologio – inventato da noi bestie per organizzarci meglio ed invece è soltanto un’ulteriore fonte di ansia – ma con lo scivolare del cielo, con i canti dei galli, insomma i minuti sono scanditi dalla semplicità della natura. Un giorno, quando ‘farò i soldi’, acquisterò una casa in questi posti e tra le montagne, magari a vista mare, mi abbandonerò alla mia sbronza da occasioni perse e donne accarezzate male.

Eppure lo so che dovrei gestire meglio il tempo che ho a disposizione, magari concentrandomi sul lavoro, sullo studio, sulle persone che mi stanno accanto. Ma non riesco. Per me il tempo è un amico a cui racconto cosa mi è accaduto ieri e lui mi culla, mi perdona, mi porta in giro, magari mettendo su la canzone giusta per quel fottuto momento. E non so quanto ne avrò ancora a disposizione, ma non fa niente. Io non riesco a stare al passo di coloro considerati ‘giusti’ dalla società. Quelli che si laureano in tempo, quelli che con la 24 ore si recano a lavoro, quelli che fanno le cose quando vanno fatte. Io sto sempre un passo indietro e, l’ho capito ora sorridendo, con un brivido in più dentro al petto.

Il futuro ridimensionato

Il futuro ridimensionato

Cara Fabiana,

negli anni in cui eravamo un’unica persona, il futuro è sempre stato molto presente nelle nostre giornate. Eterne sognatrici ritagliavamo pezzi di tempo per ipotizzare cosa avremmo fatto da lì a dieci o vent’anni, per vagare con la mente e saltare le tappe più faticose della vita. Ci spingevamo lontano, tralasciando il futuro prossimo, oltre i confini dell’immaginazione. In realtà di confini a quei tempi non ve ne erano proprio, sembrava che tutto fosse realizzabile o comunque era facile crederlo. Con la creatività solleticavamo un futuro possibile e questo era molto piacevole.

Ora, invece, questa creatività, questa forza del “tutto è possibile” sembra esser venuta meno. Non è dipeso dalla nostra separazione, dal trasferimento da Napoli a Parma, anzi è stata proprio questa forza a rendere possibile il cambiamento e tu lo sai. Quello che non sapevamo e che un’epidemia non prevista, neanche nella nostra immaginazione, avrebbe dettato nuove regole, messo dei confini.

Da un anno a questa parte, l’abbiamo detto e ridetto più volte, la nostra vita è cambiata, quella di tutti. Ci piace dire che si è fermata, forse per mantenere l’illusione di un brutto sogno che prima o poi finirà permettendoci di riprendere tutto dal punto in cui lo avevamo lasciato senza alcuna conseguenza.

Ci prendiamo in giro, una delle forme di amore più crudeli. E, invece, qualcosa è cambiato, tante cose lo sono. Quella per me più tangibile in questo momento è proprio la percezione del futuro. Se prima il nostro sguardo puntava lontano, ora sono stata colta da una sorta di miopia che mi consente di guardare solo il futuro prossimo.

La cosa terribile è che più vicino non vuol dire più facile da raggiungere, da realizzare. Questo covid maledetto ci ha catapultati in una realtà che nell’immaginario collettivo è sempre stata utopica – mi riferisco al hic et nunc, a cogliere l’attimo – privandoci, però, degli strumenti e degli umori per attuarla a pieno.

L’immagine che mi appare davanti agli occhi mentre scrivo queste parole è quella di un uomo incatenato a una sedia, impossibilitato a fare quello che potrebbe fare nel presente e costretto a guardare fuori dalla finestra un futuro difficile da toccare. Sembra quasi una punizione divina, una condanna a vivere in un limbo senza presente né futuro.

Oppure può essere una possibilità. Quello che resta quando si è privati di presente e futuro è il passato e, forse è proprio lì la chiave per liberarsi dalle catene che più che il covid, ci siamo messi da soli con la smania di volere sempre di più.

Sai dov’è che vedo il mio passato? Lo vedo nel mio futuro ridimensionato. Se due anni fa a quest’ora ero impegnata a organizzare la prossima vacanza estiva, ora la mia ambizione più grande è riuscire a tornare a Napoli per trascorrere le festività pasquali con la mia famiglia. Non la Pasquetta con gli amici, ma la Pasqua con la famiglia. E questo mi piace, perché sento di aver invertito una scala di valori che prima era errata. Questo non vuol dire che quando sarà possibile rinnegherò i piaceri della vita come i viaggi all’estero e il divertimento, ma probabilmente li saprò apprezzare di più, cogliere meglio l’esperienza proprio perché sono ripartita dalle mie origini.

Il mio futuro ridimensionato mi concede un tempo dilatato, svuotato d’azione spesso superflua e aperto alla percezione di tutte quelle cose che prima davo per scontate, che non vedevo più. Ora esco di casa e apprezzo l’aria che mi accarezza le guance mentre sono in bici.

L’anno che è venuto mi ha già cambiato

L’anno che è venuto mi ha già cambiato

E adesso vorrei un abbraccio. Magari quando sorseggio l’ennesimo caffè e sento la mia vita fuori taglia per quello che desidero. L’anno appena andato via mi ha provocato soprattutto questo cambiamento, a me che ho sempre allontanato ogni contatto fisico, un po’ per la paura di sudare ed un po’ per non mostrarmi fragile, perché si sa, quando ci si tocca qualcosa di te casca nell’anima dell’altra persona e lì rimarrà per sempre (a meno che Renzi non decida il contrario). Ora che la distanza fisica è un dogma, io vorrei, ed egoisticamente ne avrei bisogno, di mostrare ai miei affetti stabili tutte le mie paure, tutte le preoccupazioni, tutte le grida del mio cuore che non riesco più ad addormentare, neanche con l’ennesima puntata del Grande Fratello.
Io che pensavo bastassi a me stesso. Ed invece non avevo capito un cazzo. L’altra sera ridevo insieme ai miei amici e per un attimo infinitamente eterno la pandemia sembrava un potente ricordo. Lì ho definitivamente sentito di appartenere nel profondo a quelle quattro anime capaci di rovesciare con un dritto fortissimo qualsiasi mia emozione. Una grande trasformazione per un fesso solitario come me.
Ma non solo bellezza. In questo anno, per certi versi più produttivo dei precedenti, alcune mie speranze hanno subìto grandi perdite. Sotto le bombe di una quotidianità asfissiante e le pause troppo lunghe di un mondo in stand by, ad un certo punto ho temuto di aver smarrito ogni ispirazione. E non nascondo che certe notti è stato complicato affogare le lacrime causate dalla paura di non saper più giocare con le parole. Ho capito, poi, che i sogni sono fatti di carne, che possono essere feriti, ma vanno protetti, anche quando un cazzo andrà tutto bene.
Sono un uomo migliore? Forse no. Ma sento che durante questa pandemia il mio corpo, paradossalmente, si è risvegliato, e per una volta mi è stato chiaro un concetto: nulla è scontato. E sorrido pensando che per imparare ad amare gli abbracci, gli amici ed i miei sogni sia stato necessario un full immersion in me stesso (un anno di solitudine, di noia, film romantici ed ipocondria ai massimi livelli).

Il giorno in cui ritorniamo a casa…

Il giorno in cui ritorniamo a casa…

Quando con Antonio abbiamo pensato di preparare l’editoriale settimanale l’avevamo immaginato come un lavoro introduttivo ed esplicativo, capace di mettere ordine a quel semplice wordpress che in pochi pomeriggi estivi avevamo assemblato in maniera amatoriale.

Con il passare delle settimane ci siamo resi conto che l’editoriale il più delle volte assurgeva a più compiti contemporaneamente. C’è sempre l’aspetto introduttivo ed esplicativo che speriamo possa mettere ordine alle vostre letture, ma col tempo si è sviluppato un aspetto interessante e che riguarda la natura riflessiva dello stesso.

Questa settimana avremmo avuto intenzione di raccontare il Ritorno a casa. Prima ancora della diffusione di Halloween e, soprattutto prima ancora del teatrino di De Luca, le nostre aree interne si ripopolavano timidamente per i giorni del primo e due novembre. Giorni in cui assistevamo a due tipologie di rientri, allo stesso modo interessanti: il primo di chi vive nelle province limitrofe e rientra a casa per passare un po’ di tempo con i propri cari e il secondo, di chi, nella stessa provincia, ritorna nei paesi di origine della propria famiglia per far visita ai propri cari estinti.

Dunque, in entrambi i casi si intraprende un viaggio che ci riporta alla terra, ma anche alle nostre origini e ci costringe a fare i conti con il nostro passato recente e remoto.

Purtroppo le cose sono andate diversamente e non possiamo fare a meno di non considerare la non più recente epidemia di coronavirus che ha finito per creare un fenomeno diverso. Infatti, in questi giorni stiamo assistendo a nuove chiusure e limitazioni attuate al fine di contenere e abbassare i contagi, e così il ritorno a casa che avevamo immaginato di raccontare ha subito qualche cambiamento. In entrambi i casi sarà la mancanza il sentimento regnante in questi giorni.

Perciò la tematica di queste due settimane ci regalerà molte soprese e novità che come sempre vanno dal cinema, passano per i racconti brevi e per le esperienze autobiografiche, passando per la psicologia e la fotografia.

Buona lettura a tutti!

Antonio Lepore

Andrea Famiglietti