Concorso INPS– resoconto emozionale di una Scarpasciuota

Concorso INPS– resoconto emozionale di una Scarpasciuota

Fa caldo a Roma, nonostante siano le 6:30 del mattino, le strade che attraverso a piedi sono ancora coperte dall’ombra e ogni tanto soffia una leggera brezza. Mi mantengo ottimista, dovrò camminare per quasi 5 chilometri, zaino in spalla in quella che considero la Città Torrida più che la Città Eterna, per raggiungere la stazione di Tuscolana dove grazie ad una coincidenza troverò il regionale che mi condurrà a Fiera di Roma. Lì, insieme ad altri 6.000, parteciperò alla prima e seconda prova del concorso Inps.

È la seconda volta, in poche settimane, che percorro questa strada e anche se ricordo ogni piccolo dettaglio, decido per sicurezza, di non affidarmi completamente alla mia memoria e rischiare di mancare, per qualche strano motivo la coincidenza con il treno. Per questo, anche questa volta, decido di affidarmi, seppur svogliatamente, al navigatore.

Durata del tragitto: 45 minuti, ma non mi preoccupo, il mio è un passo svelto e in media riesco sempre a guadagnare 15 minuti sul tempo previsto. Attraverso e taglio in due strade, parchi e quartieri, mi lascio alle spalle il Pigneto, silenzioso come non mai per le mie orecchie e per il mio immaginario. Superato il ponte mi accorgo che manca davvero poco alla mia destinazione e come previsto dalla mia tabella di marcia, sono in largo anticipo.

Giunto in stazione il treno non è ancora arrivato, intanto sulla banchina del binario 5 c’è già una gran moltitudine di persone, per lo più viaggiatori diretti a Fiumicino. Loro non parlano, sono le 7 del mattino e nessuno ha voglia di dire niente, ma le grandi valige con le rotelle sono estremamente eloquenti e testimoniano la loro imminente partenza. Nell’attesa mi lascio raccontare da quest’ultime le loro possibili destinazioni, immagino i loro itinerari esotici, luoghi dove riposarsi da una vita di stanchezze per poi fare ritorno di nuovo a casa, sgobbare per un altro intero anno senza possibilità di uscita.

Ma tutto dura poco, giusto qualche minuto, il tempo di vedere in lontananza il treno che, in affanno, raggiunge la banchina. Sembra anche lui un essere senziente e sembra che anche lui abbia notato il cambiamento di clima, la leggera brezza di prima non soffia più, ora ha lasciato spazio ad un vento che si fa man mano sempre più caldo.

Alla fermata, intanto, siamo tutti pronti, mentre la voce metallica standard ci raccomanda cautela nella salita, io penso tra me e me che come per tutti i mezzi con le carrozze la regola è sempre e solo una “Non prendere mai le prime in ordine di arrivo! Sono sempre strapiene!”; non faccio in tempo a ripetermelo che sono già sul secondo vagone del treno che, ovviamente, risulta essere strapieno. Il sonno e la stanchezza sono talmente tanti che decido di infischiarmene e tento comunque la sorte, sperando di trovare qualche posto.

Lo trovo quasi a primo colpo. Dovrò stare stretto, in mezzo ad altri passeggeri, ma con buona pace della mia misantropia da viaggio, decido che è sempre meglio dello stare all’in piedi. La carrozza è piena quasi in ogni ordine di posto, ma non è silente come la banchina di pochi minuti prima, è piena di voci e soprattutto piena di accenti e cadenze.

Sono quasi tutte cadenze meridionali quelle che riesco a percepire, la stragrande maggioranza è calabrese e siciliana. Le percepisco distintamente, tutte parlano del concorso: un groviglio di voci ed esistenze, quasi tutte piccolo borghesi, sono tutte qui per il concorso INPS. Hanno trovato, lungo il tragitto, altre voci affini, accomunate, per di più, dal recente destino e così si confrontano nelle loro aspirazioni e nelle loro preoccupazioni, o addirittura, si raccontano. Provo ad ascoltarle tutte, ne sono attratto e non riesco a farne a meno. Qualche d’una parla delle materie d’esame, ma qualche altra comincia a parlare di altro ed è così che vengo attirato dalle voci di 4 ragazze che sono sedute vicino a me. Si sono conosciute in treno, dicono di essere calabresi e siciliane, ma nessuna di loro vive più nelle rispettive regioni. Per lavoro hanno tutte abbandonato le proprie città per altre. Ragionano tanto sulle prove di oggi, commentano (non senza qualche pregiudizio) l’impreparazione che, a loro dire, alcuni candidati hanno esternato sui diversi gruppi Facebook e Telegram. Le trovo quasi antipatiche, lontane da qualsiasi condizione di comunanza e solidarietà che ci dovrebbe unire, i loro discorsi risultano insensibili e a tratti qualunquisti. Una di loro dice “Tanto si sa  che alla fine dei giochi passano il turno i più ignoranti, quelli che tutte queste cose non le sanno!”. Ma il tempo di una fermata e i discorsi ritornano su di un altro binario. Adesso si raccontano i loro viaggi per arrivare puntuali a questo appuntamento. Tutte hanno dovuto prendere diversi mezzi e si sono dovute appellare, anche loro, a Santa Coincidenza, protettrice di tutti i viaggiatori. Sono viaggi di sacrificio, improvvisati alla buona e meglio, come i tanti che adesso in questa carrozza si raccontano e si parlano per poi non parlarsi mai più.

Intanto il treno è arrivato alla nostra destinazione e le carrozze, come per incanto, si svuotano. Una nutrita folla è lì ad attenderci, saremo in 6.000, 3.000 questa mattina e 3.000 questo pomeriggio. Ci guardano e si riconoscono. Mentre riparo sotto l’unica striscia di ombra possibile lo stesso groviglio del treno di dialetti e cadenze si libera nell’aria calda di Roma. C’è chi si incontra dopo 10 anni, come per due palermitani che colgono l’occasione per salutarsi e c’è chi invece ripete le ultime nozioni. Io tra i due schieramenti rappresento la maggioranza (silenziosa), non incontro nessun amico di vecchia data e non ho mai creduto ai ripassi dell’ultimo momento, così mi siedo a terra e decido di leggere le ultime pagine del romanzo di Erofeev, dopotutto quale momento migliore per leggere un poema ferroviario, se non questo.

Ma la mia solitudine dura poco, una voce da dietro mi chiama, mi rivolge alcune domande e gli rispondo come posso. È un ragazzo calabrese, mi rivolge alcune domande sulle modalità della prova, così gli racconto dell’andamento della prova di ieri (lunedì 18 luglio, nda). Mi accorgo che in queste occasioni basta davvero poco per entrare confidenza con gli altri e ci vuole ancor meno tempo per trovarsi a raccontare delle proprie esperienze. Capisco in breve tempo che sono in molti ad essere laureati in giurisprudenza e in economia, mentre sono pochi quelli che come me provengono dal mondo delle scienze sociali. Durante la chiacchierata viene fuori che è da una settimana che percorre lo stivale avanti e dietro per partecipare a diverse prove e selezioni. Lavora a Trento, ma è dovuto venire a Roma per la preselettiva, poi ha raggiunto Cosenza per un altro concorso ed infine è ritornato a Roma per queste due prove, prima di dover risalire nuovamente a Trento per lavoro.

Mentre mi racconta dei suoi viaggi, ripenso anche alle testimonianze raccolte qualche settimana prima, racconti che differiscono per le latitudini, ma non certo per i metodi. Quella volta erano stati i viaggi di una ragazza che in Sardegna aveva dovuto raggiungere Cagliari, prendere un aereo e poi svariati treni, o del siciliano che da Milano, dove lavorava, aveva preso il treno delle 5 per venire a fare le prove o della calabrese che da Catanzaro aveva dovuto fare diverse tappe per raggiungere Roma.

Sono le storie di questa generazione, in larga parte meridionale, impegnata in mille lavori e lavoretti, che si muove lungo la penisola, con poco preavviso, per partecipare a qualsiasi concorso. Una generazione che vede nel lavoro statale la sicurezza e la stabilità, antidoti contro ogni forma di precariato a cui è costretta.

Il tempo dei racconti dura poco, i cancelli si aprono, riusciamo solo ad augurarci buona fortuna. L’ingresso, come sempre è traumatico, quel poco di personalità tipica di qualsiasi ambiente urbano è completamente spazzata via. Cominciamo a passare tra metri e metri di nastro di delimitazione e insceniamo percorsi cervellotici come in aeroporto, mentre di fianco i responsabili della sicurezza ci richiamano alla serietà e all’ordine (temono infiltrazioni da un altro concorso). Passiamo un primo gate dove ci richiedono l’autorizzazione, raggiungiamo un padiglione dove ci consegnano una nuova mascherina e dove ci obbligano a posare tutti gli accessori che potrebbero essere d’intralcio ad un regolare svolgimento della prova. Anche qui siamo soggetti ad una serpentina snervante dove alla fine ad attenderci ci sono tre operatori muniti di metal detector è l’ultimo step per accedere ai padiglioni in cui svolgeremo la prova. È l’emblema del Non – Luogo, un’esercitazione celata ed inconsapevole alla burocrazia e alla spersonalizzazione.

Entrando nel padiglione di appartenenza mi ritrovo a dare le mie generalità ad un’ultima operatrice, la stessa mi darà un codice di accesso con cui poi potrò svolgere la prova. Superato quest’ultimo ostacolo i responsabili d’aula mi indirizzano al mio posto, mentre dall’alto e dai lati una voce ci scivola addosso raccomandando a tutti di usufruire dei servizi in questo momento perché in seguito non sarà più possibile. La cadenza è estenuante, si ripete spesso durante la lunga attesa.

Arriva, infine, il momento della prova, il silenzio è totale, l’agitazione e il panico di migliaia di persone è palpabile. Di tanto in tanto il rumore di qualche sedia spezza la monotonia, ma non c’è rumore che tenga, sono tutti intenti a sperare che la prossima risposta sia quella giusta e che con il suo punteggio possano raggiungere il tanto agognato esame orale, perché in fondo il concorso ci mette davanti alle nostre paure, a noi stessi e al nostro presente precario.

La cartolina

La cartolina

Barriere
Frontiere
Stazioni che segnano partenze
Ieri
Le nostre
Eravamo poveri, affamati, stremati
Con le valige di cartone e la foto di famiglia in tasca
Stazioni che segnano arrivi
Oggi
Quelli dei migranti, di chi non ha più nulla da perdere
Con il figlio in spalla e le scarpe rotte
Ieri e oggi
Storie che si incrociano sui binari
Storie di chi cerca un futuro migliore lontano da casa
Il passato che ritorna
Che ci ricorda ció che siamo stati
Che ci insegna ad accogliere
A superare barriere
A non vedere più frontiere
Irpinia, 2021

“Bastano una serie di note, tutto il resto” è jazzare!

“Bastano una serie di note, tutto il resto” è jazzare!

Fin dall’antichità l’essere umano ha avuto bisogno di raccontarsi delle storie per interpretare la propria esistenza e ciò che lo circonda. La natura, la vita e la morte si manifestano come un insieme di immagini prive di significato e le storie, i miti per la precisione, appaiono come uno strumento per ordinare la realtà, per spiegare le contraddizioni dell’essere e le leggi della natura, per individuare le regole del bene e del male. La parola “mito” deriva dal greco mythos e vuol dire, appunto “storia”, “racconto”. Al proprio interno il mito contiene una trama con dei personaggi e delle vicende che si susseguono. Oggi, come in passato, per comunicare messaggi di difficile comprensione, si utilizzano dei racconti il cui fine ultimo è quello di giungere a significati più profondi. Dapprima si coglierà solo il lato formale del racconto ma poi, con il passare del tempo, si potrà giungere ai significati più reconditi. L’essenza del mito è quella dunque di far cogliere, attraverso il coinvolgimento emotivo, i principi ultimi dell’universo mediante la narrazione.

I miti e le storie appartengo alla tradizione dell’umanità fin dalla notte dei tempi. Dai miti greci alla Bibbia, dalle favole di Esopo alle fiabe dei fratelli Grimm, ognuno di questi racconti ha cercato di dare un senso al mondo in cui viviamo. Da questa prospettiva, i film possono essere considerati dei miti contemporanei. Se ci sono delle pellicole che alla fine ci fanno riflettere e porre domande sull’esistenza, allora svolgono con precisione il loro compito di mito. In questo senso, Soul, l’ultimo film della Pixar, disponibile sulla piattaforma Disney+ dal 25 dicembre, assume i contorni del mito. A partire da una storia semplice, il film si interroga sulla domanda esistenziale per eccellenza: “Qual è il senso della vita?”.

Protagonista del film è Joe Gardner, insegnante di musica insoddisfatto in una scuola media di New York che sogna di diventare, senza successo, un grande musicista jazz. Nel giorno stesso in cui gli viene assicurato il tanto aspirato “posto fisso” come professore (e con tutti i vantaggi che ne derivano come assicurazione, assistenza medica, pensione), riesce finalmente a conquistare il suo sogno: suonare in quartetto jazz assieme a una delle più grandi musiciste viventi, Dorothea Williams. Il suo scopo sembra essersi realizzato. Joe è così euforico che presta poca attenzione a dove cammina e finisce per cadere in un tombino. Improvvisamente si ritrova su una lunga passerella nera che scorre incessantemente verso una luminosa e indefinita sfera bianca. L’anima di Joe si è staccata dal corpo e quella sfera è l’Altro Mondo. Il musicista non vuole morire proprio ora che ha realizzato il suo sogno più grande e corre disperato cercando di trovare una soluzione. Nel tentativo di fuggire, Joe finisce però nell’Ante Mondo (detto anche “Io Seminario”), il luogo dove le anime dei futuri nascituri vengono plasmate nella personalità e educate alla vita dai mentori, delle illustri personalità che hanno saputo vivere e che le formano trovando loro una passione che le accompagnerà durante la vita sulla Terra.

Joe viene scambiato per un mentore e gli viene assegnata “22”, un’anima ribelle rimasta nell’Ante Mondo per millenni la quale non riesce a trovare la propria “scintilla” – lo scopo che le permetterà di incarnarsi in una vita nel mondo –, nonostante abbia avuto mentori illustri come Jung, Copernico o Madre Teresa di Calcutta. Joe e 22 stringono allora un accordo: lui avrebbe aiutato 22 a trovare la propria scintilla per poterla usare per tornare sulla Terra e poter suonare con la band.

È palese l’ispirazione del regista Peter Dector al mito di Er, narrato da Platone nella Repubblica. Esso racconta di un soldato valoroso morto in battaglia, originario della Panfilia, Er appunto, figlio di Armenio. Dopo che il suo corpo fu portato sul rogo per essere arso come da tradizione, tornò in vita e si mise a raccontare quello che vide nell’Al di là. Una volta uscita dal corpo, la sua anima si incamminò insieme alle altre arrivando in un luogo divino dove si aprivano due voragini in terra e due in cielo. Al centro di esse si trovavano i giudici, i quali ordinavano ai giusti di salire a destra in cielo e agli ingiusti di scendere a sinistra nelle profondità della terra. Gli stessi giudici ordinarono a Er di assistere e di riferire agli uomini ciò che accade nell’Al di là. Gli ingiusti venivano puniti con una pena che corrispondeva a dieci volte il male commesso. I giusti venivano premiati mediante la stessa proporzione. Concluso il periodo prestabilito dei premi e delle punizioni, che corrispondeva a mille anni, le anime ritornavano, attraverso le altre due voragini, al punto di partenza, dove rimanevano per sette giorni. All’ottavo giorno erano costrette ad incamminarsi al cospetto della Necessità e delle sue figlie, le Moire: Lachesi rappresentava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro. A quel punto un banditore prese dalle ginocchia di Lachesi i vari modelli di vita in numero maggiore rispetto alle anime presenti – e li schierò a terra ordinatamente. Qui Platone capovolge un fondamento nel quale l’uomo greco ha sempre creduto: la vita non è più soggetta ad un fato necessario al quale non è possibile porre rimedio. Il destino dipende dall’uomo perché egli stesso può scegliere il demone che lo accompagnerà per tutta la vita (eudaimonia, “benessere”, vuol dire appunto “essere accompagnati da un buon demone”). Ma così come può scegliere un buon demone, può sceglierne anche uno malvagio. Ogni anima, quindi, era chiamata a scegliere il proprio destino secondo un ordine prestabilito. Solitamente, le anime che provenivano dal cielo effettuavano scelte avventate perché erano inesperte di sofferenza, scegliendo ad esempio vite di tiranni, attratte dall’apparente felicità. Le anime provenienti dal basso sceglievano con giudizio le loro vite successive, memori delle sofferenze patite. La maggior parte delle anime sceglieva, però, in base allo stile di vita precedente: per esempio, l’anima di Odisseo, dopo aver vissuto un’esistenza travagliata, preferì scegliere la vita di un uomo tranquillo qualsiasi. Dopo la scelta, ogni anima riceverà da Lachesi il proprio demone; Cloto confermerà la scelta del destino; Atropo lo renderà immutabile. Successivamente, tutte le anime sono costrette a bere l’acqua del fiume Amelete, così da dimenticare l’accaduto (Lethe in greco vuol dire “dimenticanza”).

Il film sembra ispirarsi anche alla “teoria della ghianda” dello psicanalista americano James Hillman. Riprendendo Platone, ne Il codice dell’anima egli sosteneva che ogni individuo viene al mondo con una forma unica e irrepetibile che ci contraddistingue, il daimon, che chiede di essere realizzata per portare felicità nella propria vita. Questa forma è la particolarità che ogni essere umano porta dentro di sé, caratterizzata da quei talenti, passioni e attitudini predeterminati dal demone interiore ma che dimentichiamo al momento della nascita. Come la ghianda sboccerà e diventerà una quercia poiché ne racchiude il potenziale, così ogni individuo è destinato a realizzare il destino racchiuso nel daimon.

La scintilla del film sembra essere dunque ciò che Hillman introduce nella teoria della ghianda, lo scopo per cui ogni essere umano sembra destinato a compiere. Ma Soul va al di là delle teorie psicanalitiche e ci insegna che scintilla non è lo scopo. La passione e il talento non determinano necessariamente quello che dobbiamo essere. Saper fare una cosa, come saper suonare il piano o essere un campione di calcio, non vuol dire che quella cosa ci faccia star bene. Molte volte il talento può trasformarsi in vera e propria ossessione, determinando il distacco dalla vita. La scintilla è dunque la presa di consapevolezza che la vita non va vissuta per uno scopo ma con uno scopo, ossia assaporarne ogni istante. Quando, nel corso della trama, 22 si incarnerà per sbaglio in un corpo, tutte le sue ansie e le paure di vivere spariranno. Sperimenterà quanto può essere gustoso assaporare un pezzo di pizza appena sfornato, parlare del più e del meno con il barbiere, ascoltare con passione una canzone, lasciarsi trasportare dai colori e dagli odori dell’autunno. La scintilla appare solo quando si è pronti a vivere. «Magari la mia scintilla è guardare il cielo blu o camminare. Sono davvero brava a camminare!» afferma 22. Questa è la scintilla: vivere. Questo significa jazzare!

La storia del prato sorto nel centro storico di Atripalda

La storia del prato sorto nel centro storico di Atripalda

Per molti, oserei dire per la quasi totalità di noi, questi 366 giorni appena trascorsi sono stati molto difficili e ci hanno messo di fronte a notevoli difficoltà. Un anno in cui abbiamo dovuto affrontare disgrazie d’ogni genere e districarci tra mille peripezie. Proprio per questo in ogni discorso, pensiero o semplice appunto che riguardava il 2020 gli abbiamo dato seguito con i più differenti dispregiativi. Un anno sfortunato, maledetto, sciagurato, strano, dannato. Ma per molti di noi questo è stato anche un anno “non vissuto”, in cui non è “cambiato niente”, quasi come se ci fosse stato un congelamento della vita. È mia intenzione in queste brevi parole affrontare proprio questa definizione, ma procediamo con ordine.

Nella memoria collettiva il ricordo di quanto avvenuto nei mesi scorsi e per questo mi servirò di questa freschezza ed elasticità collettiva per dimostrare quanto segue.

Erano i primi giorni di aprile e tutta l’Italia si stava lentamente riprendendo dal fortissimo crochet che dai primi di marzo ci aveva chiuso all’angolo e ci aveva costretto a familiarizzare con termini quali coronavirus, pandemia, lockdown e così via. Giorni in cui la paura dei singoli si era trasformata in coraggio collettivo. Avevamo riscoperto i primi spazi domestici a noi sconosciuti fino allora, i balconi, e avevamo passato gran parte delle nostre giornate lì, riscoprendoci cantanti, patrioti, ma soprattutto avevamo riscoperto la natura.

Così, mentre gran parte dell’azione antropica si stava ritirando sotto i colpi dei DPCM, la natura stava rinascendo proprio nel suo momento migliore dell’anno: la primavera. L’assenza di traffico e smog aveva portato a un notevole miglioramento della qualità dell’aria e gli stormi in cielo e gli alberi in fiore dimostravano un’altra energia rispetto al solito. Le nostre città hanno assistito a questo miracolo stagionale con estremo stupore. Lo stesso stupore aveva pervaso le strade di Atripalda, invasa com’era delle stesse sensazioni e dagli stessi umori.

Spettatori incolumi di tutti erano i pochi e timidi passanti, impegnati nello svolgimento delle piccole commissioni quotidiane. La città che fino a qualche giorno fa si era mostrata silente ed immutata, celava nei suoi angoli più coperti il frutto di un lavoro di trasformazione continuo e costante che la natura stessa stava operando in quei giorni.

Il cambiamento era avvenuto sotto gli occhi di tutti e sotto l’attenzione di nessuno, in maniera costante. Persino la pavimentazione del centro storico si era trasformata, tra i lisci sampietrini dei vicoli era cresciuta, prima timidamente, poi con maggior rigore l’erba, lasciando così al verde una delle rare vittorie in mezzo all’oceano di grigio che ci circonda quotidianamente. Al posto della strada, un piccolo prato, tra i palazzi e le auto, era rinato.

Per qualche giorno lo stupore dei passanti, compreso il sottoscritto non è stato poca cosa. Lo stesso stupore di quei giorni mi ha invaso mentre mi ritrovo qui davanti alla tastiera cercando di parlare del cambiamento. In molti, tra amici e conoscenti li ho sentiti ripetere che dell’anno trascorso la cosa peggiore è stato la condizione di congelamento in cui abbiamo vissuto e per settimane mi sono interrogato a riguardo. Ma proprio ripensando a questo piccolo avvenimento mi è stato possibile comprendere come anche nella realtà più immobile tale condizione è essa stessa apparente.

Il vicolo del centro storico dove per un breve periodo ha fatto la sua comparsa un inaspettato prato.

Così anche noi in questo anno appena trascorso siamo cambiati non poco e abbiamo vissuto moltissimi cambiamenti. Come per la nascita del prato urbano dovremmo imparare ad osservare e a leggere le nostre strade, le nostre piazze e le persone che le attraversano. Quello che questo 2020 ha fatto emergere è che le città sono ancora il motore di tutto, sia delle nostre disuguaglianze, ma anche delle innovazioni e delle trasformazioni che avvengono continuamente e che appunto avremmo dovuto imparare a leggere proprio grazie a quest’anno così difficile.

Dovremmo imparare ad osservare un po’ più spesso quello che ci circonda per sentirci almeno un po’ cambiati dal passato, non è un compito facile, ma nemmeno impossibile.

Topi ebrei e gatti nazisti

Topi ebrei e gatti nazisti

Narrazioni sull’Olocausto
Ognuno di noi scrive per un motivo, c’è chi scrive per raccontarsi, chi per far conoscere una passione e chi per ricordare eventi che hanno segnato la storia. Art Spiegelman, autore di fumetti che insieme ad Alan Moore e Frank Miller ha rivoluzionato il concetto di fumetto, che ci narra dell’esperienza del padre durante l’Olocausto nella sua opera : Maus.
Art Spiegelman è sia autore che co-protagonista della sua stessa opera, dove ripercorre gli anni della guerra attraveso gli occhi di Vladek Spiegelman, suo padre. Ma Maus non parla solo dell’Olocausto, narra anche del difficile rapporto che intercorre tra padre e figlio e della difficoltà ad accettare di essere un sopravvissuto. La particolarità di Maus è l’utilizzo di personaggi antropomorfi ed ogni razza caratterizzata per una specie animale: topi per disegnare gli ebrei, gatti per indicare i nazisti oltre ad altri animali per altre popolazioni.

Vladek Spiegelman

La maggior parte del fumetto, o graphic novel, si incentra sui ricordi di Vladek Spiegelman durante gli anni della seconda guerra mondiale in Polonia. La rivoluzione del concetto di fumetto apportata da Spiegelman è dovuta ad una narrazione cruda, un riproporsi di ricordi dolorosi e di eventi che si sperano mai si ripeteranno; ma non viene narrato e ricordato solo l’Olocausto, Spiegelman ci mostra anche il difficile rapporto che aveva con il padre Vladek.
L’autore ci mostra un uomo, o forse meglio dire un topo,sopravvissuto in parte agli orrori della guerra perpretati dai nazisti e che ha perso quasi tutto durante quegli anni. Sopravvissuto in parte poiché vive nei ricordi della moglie Anja e di come ha vissuto durante quegli anni, trasformandolo profondamente. Il padre paragona costantemente il presente con il passato, la memoria riscritta e il dolore rivissuto per creare Maus ad opera di Art Spiegelman; questa trasformazione porta Vladek ad essere definito dai suoi conoscenti e dal figlio stesso come “la caricatura razzista del vecchio ebreo spilorcio”. Vladek fisicamente è sopravvissuto alla guerra ma al suo interno è morto, pensa alla fine dei suoi giorni e alla moglie che non c’è più da anni. Ogni cosa che fa è in visione della morte, della sua fine. Ma nonostante ciò e grazie alla decisione del figlio di raccontare le sue esperienza, vive di nuovo con la moglie nei ricordi.

I gatti e i topi

Il tratto distintivo di Maus è di aver disegnato tutto in una sorta di metafora, trasformando ogni popolazione in una specie animale. Gli ebrei sono stati disegnati come topi, per ciò che hanno subito durante gli anni della seconda guerra mondiale. Cacciati e costretti a nascondersi in ogni posto possibile, nei ricordi di Vladek spesso questi bunker erano costruiti in spazi angusti e dalla dubbia igiene. Le varie testimonianze pervenute a noi, ci ricordano come i treni nazisti erano stracolmi di ebrei e ammassatti uno sopra l’altro proprio come topi, oltre ad essere utilizzati come materiale per esperimenti. Per “ovvie ragionie” i nazisti sono rappresentati come gatti, per la simile ferocia con cui i felini si avventano sui topi. I tedeschi durante l’Olocausto depredarono di qualsiasi ricchezza la popolazione ebrea ed arrivando ad annullare il pensiero stesso che essi fossero esseri umani, quest’ultima realtà confermata da Primo Levi con “Se questo è un uomo“.
Oltre a nazisti ed ebrei, vengono mostrati anche i polacchi sotto le sembianza di maiali. Questa decisione forse è stata presa dall’autore per gli atteggiamenti che i polacchi hanno avuto spesso nei confronti degli ebrei, pronti a vendere un giudeo ai nazisti appena potevano, denunciando e cercando per le città qualcuno da consegnare in cambio di favori e privilegi. Poche volte nelle tavole di Maus si è visto un atteggiamento “positivo” da parte dei polacchi, secondo la ricostruzione data dai ricordi del padre dell’autore; spesso il protagonista si è ritrovato tradito da chi pensava fosse un amico, situazione dettata anche dalla ricerca della speranza.

I soldi non fanno la felicità

Un altro elemento che viene messo in risalto nella storia, sono i soldi. Oggetti di valore, monete, marchi e qualsiasi ricchezza sono proposti sia nei ricordi di Vladek che nel presente durante la stesura della graphic.
Tutta la vita di Vladek gira intorno ai soldi, spesso utilizzati durante l’Olocausto per salvarsi. Ma i soldi, non fanno la felicità.
E per gli ebrei, ricchi o poveri, di certo non hanno fatto la felicità. Chi poteva e riusciva, perché non sempre, corrompeva un ufficiale o un soldato tedesco per allungarsi la vita fino a data da definirsi. Data da definire poiché anche il giorno dopo, potevi essere mandato nei forni o nella camera a gas. Nei ricordi di Vladek, ci viene mostrato come i soldi compravano anche l’amicizia e la fiducia e fintanto che pagavi, eri al sicuro.
Di come potevi essere ricco ma se non eri giovane, non ti salvavano da Auschwitz ed eri ammassato con tutti gli altri. Senza distinzione di classe.
Di come i traffici illeciti ti salvavano ma se scoperto, non faceva differenza se eri un topo, un gatto o un maiale.
I soldi non fanno la felicità ma in alcuni casi ti allungano la vita.

Overture
Oggi i fumetti non vengono ancora considerati come una cosa “seria”, come un medium che possa insegnare gli stessi valori o pensieri trasmessi da un libro. Oggi il fumetto è visto ancora come una lettura per bambini, un qualcosa che distrae e basta.
Ma il fumetto si è evoluto, grazie anche ad autori come Art Spiegelman, che ci racconta attraveso baloon, disegni e tutto ciò che compone questo medium una realtà che si spera che non si ripeta. Il fumetto è come un libro, può essere leggero, può essere duro, può essere romantico.
Perché quindi Maus? A mio parere è una di quelle opere che andrebbero consigliate durante gli anni del liceo, dove la mente è maleabilie e determinati insegnamenti possono essere appresi molto più facilmente.
Perché poi da adulti magari si evita di odiare chi è diverso da noi, diverso per la pelle, diverso per l’orientamento sessuale, diverso per la religione.
Perché in fin dei conti ognuno scrive per un motivo ben preciso e Art Spiegelman ha scritto per ricordare.