Football rock

Football rock

Il calcio e la musica. Due mondi così lontani, mossi da diversi istinti, celebrati da diversi crismi e sacramenti, da una parte la pura competizione, dall’altra l’onesta ed essenziale voglia di trasmettere sensazioni. Eppure, in diversi casi, le strade del pallone e quelle del rock si sono incrociate regalandoci delle epopee memorabili, rendendo ancora più iconiche alcune band, legandole indissolubilmente a dei colori e ad un territorio.

Intraprendendo questo breve itinerario ci sentiamo di escludere (ma neanche del tutto) gli Stati Uniti d’America per ragione culturali: il soccer non ha mai del tutto fatto breccia nel cuore degli statunitensi, seppur abbia compiuto passi da gigante.

Ancora poca cosa, però, per far sì da farci ricordare qualche mito del mondo della musica legato a quello del pallone. La Gran Bretagna si presta molto meglio per questioni di tradizione sia sportiva che musicale. Le due, fin dagli anni ’70 cominceranno a convivere più o meno pacificamente.

Impossibile non menzionare i Cockney Rejects, i “reietti” provenienti dal quartiere portuale di West Ham, gruppo punk estremo, figlio del rigurgito popolare avutosi in reazione alle politiche ultra-liberiste e classiste di Margaret Thatcher. Autori del famoso inno della squadra londinese “I’m forever blowing bubbles“, un ritornello scanzonato che esprime l’esistenza media tormentata dei tifosi di quelle latitudini:

“I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air,
They fly so high, nearly reach the sky,
Then like my dreams they fade and die.
Fortune’s always hiding,
I’ve looked everywhere,
I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air…”

I Cockney Rejects si esibiranno spesso per il popolo violet&blue, non tradendo mai la loro fama brutale di picchiatori (oltre a suonare erano anche parte della temutissima Inner City Firm, il gruppo hooligan del West Ham). Celebre divenne un loro concerto presso Birmingham, città dei rivali del Birmingham City. Come prevedibile, il tutto si tramutò in una mega rissa degna di un film di Danny Boyle.

Molti artisti britannici conciliano il loro operato con una sana e dichiarata passione calcistica maturata nel corso della giovinezza, oggi come allora. Paradigmatici gli esempi di Rod Stewart, devotissimo ai Celtic di Glasgow, Steve Harris, bassista degli Iron Maiden, tifoso accanito sempre del West Ham. Ultimamente sono venuto a conoscenza della fede di uno dei miti della mia infanzia, Robert Smith. Il front-man dei Cure ha sempre celato un debole per il Queens Park Rangers, squadra della sua infanzia, mentre Sergio Pizzorno, chitarrista dei Kasabian non ha mai nascosto il suo amore per il Leicester e per il Genoa, squadra tifata da suo nonno italiano. Nel ricordo dei fan della band vi è ancora il concerto tenuto per festeggiare la fantasmagorica Premier League vinta qualche anno fa.

Come non citare i fratelli Gallagher? Il successo planetario degli Oasis ha addirittura fatto da volano per la popolarità della loro squadra del cuore, il Manchester City, che negli anni 90 era ben lontana dalle vette toccate oggi grazie alla pioggia di petroldollari abbattutasi su di essa. Lo spirito working class della band di Manchester trasuda fede calcistica ciecamente riposta nella squadra che, all’epoca, rappresentava senza alcun dubbio il lato meno fortunato della città, costretta a bazzicare le serie minori, a differenza dello United di Ferguson che dominava in Inghilterra e nel mondo.

“In studio con i ragazzi c’era sempre il calcio” ha esclamato il produttore Owen Morris nel celebre documentario “Supersonic” che ricalca la carriera della band che ha segnato più di tutte gli anni 90. In un pausa dalle intense sessioni di registrazione del loro capolavoro, “What’s the story…morning glory?”, I cinque sono incollati allo schermo per assistere all’ultima giornata di Premier, dove la sorpresa Blackburn Rovers vinse il campionato a spese proprio dello United. Nel salotto degli studi di Rockfield scoppia un pandemonio…con il chitarrista Bonehead (unico membro del gruppo tifoso dei Red devils) vittima di sfottò e di un attacco con un estintore…

Uomini veri per musica vera con fedi calcistiche vere. Ad oggi molti personaggi dello showbiz vengono ritratti con indosso delle maglie di calcio, dove per pubblicità vengono raccontate storie alquanto improbabili. Non ce ne vorrà il mondo se, alla vista di Rihanna con una maglia della Juve, dovessimo ricollegare il tutto più all’ufficio marketing della Vecchia Signora che alla vera, genuina, sacra passione che tutti noi (rock star comprese) nutriamo per lo sport più bello del mondo.

Il nido di un uccellino senz’ali che non conosce il rock

Il nido di un uccellino senz’ali che non conosce il rock

“There’s no place like home”

Non mi piace assomigliare a un disco rotto che ripete sempre lo stesso ritornello, ma in questo periodo di limitazioni fisiche e morali (dovute al Covid-19) possiamo divertirci a lavorare sulle ipotesi, su cosa (e quando) accadrà, sui perché, ma soprattutto possiamo guardare lungometraggi come questo che qui di seguito verrà presentato malissimo da me medesimo.

ATTENZIONE: vi consiglio di non guardare i trailers o leggere altre trame, ne ho visionate molte che svelano troppo rovinando la visione di un film oscuramente brillante.

Spesso, quello che ci manca o ci soffoca – amore incluso – potrebbe mascherare qualcosa di diverso. Ed ecco a voi…

THE NEST – IL NIDO

ANNO: 2019

DURATA: 103 min

GENERE: Dramma/Thriller/Horror (ma sì, abbondiamo)

REGIA: Roberto De Feo

SCENEGGIATURA: Margherita Ferri, Roberto De Feo e Lucio Besana

PRODUZIONE: Italia

CAST PRINCIPALE: Francesca Cavallin, Justin Korovkin, Maurizio Lombardi, Ginevra Francesconi e Massimo Rigo

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

In piena notte un uomo prende suo figlio piccolo e scappa in auto, ma finisce rovinosamente fuori strada. Salto temporale: Samuel (Justin Korovkin) è un ragazzino costretto sulla sedia a rotelle, vive quasi da recluso in un’isolata casa nobiliare situata sul limitare di un grande bosco. L’enorme residenza viene gestita da Elena (Francesca Cavallin), la severa e marziale madre di Samuel che impone al figlio e alla servitù delle bizzarre regole da seguire. Ad accudire il ragazzino, oltre alla madre, c’è anche un bizzarro medico (un “parodistico” Maurizio Lombardi) dalla personalità sfuggente (come molti altri nel film). Tutto muta all’arrivo di Denise (Ginevra Francesconi), una ragazza adolescente che inizia a sgretolare il rapporto madre-figlio e la routine da Piccolo mondo antico di Samuel usando allo scopo anche la musica (il rock è sempre una grande scoperta di ribellione, spesso impregnata di sessualità).

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MAI COME QUESTA VOLTA MENO DEL MINIMO SINDADACALE)

(Ora mi tocca dirvi il meno possibile…)

The Nest (2019) è un film indipendente e sprezzantemente derivativo, una produzione completamente italiana che sfiora – per atmosfera e tecnica – un certo tipo di cinema internazionale (pare che sia in arrivo un remake anglosassone del film). Il regista Roberto De Feo è al suo esordio sulla lunga distanza e, ad esclusione di alcune indecisioni nei primissimi minuti, offre un contributo fondamentale alla riuscita del film insieme a una sceneggiatura attentissima ad ogni singola parola pronunciata dai personaggi nei dialoghi. Notevoli la location e gran parte del cast. Eccezionale il lavoro della costumista Cristina Audisio. Tutto è camuffato molto bene da dramma familiare mixato con l’horror gotico/psicologico classico, non tanto alla Freda o Margheriti ma piuttosto d’ispirazione inglese (il meraviglioso Suspense diretto da Jack Clayton nel 1961 potrebbe essere il paragone migliore per ambientazione e clima). Si tratta comunque di alcuni tra i più virtuosi archetipi del cinema thriller che il regista ha studiato e sa come usarli al meglio. Quindi l’atmosfera di genere c’è, è innegabile, ma i contenuti sono ben altri e lungi da me specificarli qui. Il film vi accompagnerà verso quelli che sono gli tessi dubbi e il medesimo senso di oppressione dei protagonisti, con la possibilità di aggiungere ulteriori ipotesi su ciò che sta accadendo o accadrà. Intelligente e didattico l’uso della musica nel film per come racconta un movimento, una transizione. Si passa dalla musica classica di Samuel, la sola permessa dalla madre, alla musica rock quasi contrabbandata da Denise. Ripeto, l’appeal è decisamente internazionale per un film di assoluto valore. E ricordate che per creare la giusta atmosfera il ritmo lento è spesso indispensabile, in questo caso tutt’altro che soporifero. In conclusione, al netto del finale semplice ma d’impatto, si tratta di un’opera che non è votata solo all’intrattenimento tipico di certi horror, in essa c’è anche qualcosa di più elevato dei brividi.

Curiosità: la residenza – Villa dei Laghi – è immersa nei boschi del Piemonte, precisamente all’interno del Parco Regionale La Mandria.

TRAILER ORIGINALE (FATE VOI)

Solo se non potete resistere… ma in questa occasione non sarò certo io a favorire la vostra insana curiosità. Però se proseguite nella lettura vi farò distrarre dai vostri intenti con un piccolo (breve) omaggio.

UN REGALO VIDEO PER RIMEDIARE ALLE MANCATE VISIONI (S)CONFINANTI, ALTERNATIVE O RANDOM

Se come faccio di solito vi riporto dei titoli “confinanti” qualcuno di voi potrebbe intuire il finale di The Nest prima del tempo. Non che sia particolarmente originale, sia chiaro, ma se l’effetto è quello che conta allora non è il caso anticipare alcunché. Ma per voi tre fortunati che siete arrivati fin qui ho un regalo che non vi descriverò (siate solo curiosi), per poterlo “scartare” avrete bisogno di soli 12 minuti. Commentate l’articolo se il video vi sarà piaciuto o se volete semplicemente minacciarmi di morte, magari per aver scritto di The Nest.