Qui ci vorrebbe un… dottor miracolo

Qui ci vorrebbe un… dottor miracolo

“Vi siete mai domandati come mai le scimmie, quando imitano gli umani, battano le mani e ridono a più non posso?”

Jean-Paul Malfatti

“Non vi sono miracoli, né eccezioni alle leggi di natura.”

Stephen Hawking

Aprite le gabbie, procuratevi una bella ragazza e un gorilla per i vostri esperimenti casalinghi, sgranate gli occhi, ammirate Lugosi e, soprattutto, preparatevi per la pizza (quella da mangiare con sprezzo del pericolo).

Contiene il film completo nella versione italiana, un trailer omaggio, una pizza giapponese e un breve audio su Bela Lugosi a cura di Carlo Lucarelli (consigliatissimo).

IL DOTTOR MIRACOLO

TITOLO ORIGINALE: Murders In The Rue Morgue
ANNO: 1932
DURATA: 72’
GENERE: Mistery
REGIA: Robert Florey
SOGGETTO: Edgar Allan Poe (racconto Murders In The Rue Morgue), Robert Florey (adattamento)
SCENEGGIATURA: Tom Reed e Dale Van Every, Ethel M. Kelly (non accreditato)
PRODUZIONE: Stati Uniti d’America
CAST PRINCIPALE: Bela Lugosi, Sidney Fox, Leon Ames, Bert Roach, Betty Ross Clarke, Brandon Hurst

TRAMA (GIUSTO IL MINIMO SINDACALE)

Parigi, metà Ottocento. In città arriva il circo e, insieme ai pagliacci, i leoni e tutto il resto, arriva anche il Dottor Miracolo. Quest’ultimo, un iconico Lugosi in versione mad doctor, inizia a giocare con sangue, donne e gorilla per dare origine al suo personale… miracolo.

APPROFONDIMENTI E CURIOSITÀ (MENO DEL MINIMO SINDACALE, GIUSTO PER GIRARCI INTORNO)

Perché cimentarsi con questa visione in bianco e nero datata 1932? Procedo in ordine sparso e nella mia comodissima versione a “lista”:

  • Il direttore della fotografia è Karl Freund, uno che all’epoca faceva la differenza. Un altro dei tanti maestri tedeschi fuggiti a Hollywood a insegnare il Cinema a quei buzzurri di americani pieni di soldi;
  • Bela Lugosi, seppur con il suo classico portamento caricaturale e teatrale, supera di gran lunga la sua precedente interpretazione in Dracula (1931, Tod Browning). E che sia chiara una cosa: Dracula il Vampiro (1958, Terence Fisher) della Hammer è un film di un altro livello, decisamente migliore rispetto allo storico film di Lugosi (senza offesa per la storia);
  • Il soggetto è tratto da un racconto di Edgar Alla Poe e, come capitava sempre, alla fine della narrazione originale ne è rimasta davvero poco (Roger Corman docet). Il racconto, pubblicato nel 1841, s’intitola The Murders in the Rue Morgue. È considerato la prima storia poliziesca in letteratura, ma solo se vogliamo sprofondare nell’oblio lo scrittore norvegese Mauritz Hansen e il suo romanzo del 1839, Mordet på Maskinbygger Roolfsen (L’assassinio del macchinista Roolfsen);
  • Decisamente interessanti la svolta sci-fi del film rispetto al bellissimo racconto originale e l’aspetto vagamente espressionista del girato. In pratica, il gorilla ubbidiente e la tecnica ricordano l’immortale Il gabinetto del dottor Caligari (1920, Robert Wiene). Come già detto, Freund faceva la differenza. Le bellissime atmosfere di questo lungometraggio sono merito suo;
  • Il Dottor Miracolo è uno scorcio interessante sulle produzioni dell’epoca, soprattutto quelle un po’ più ricche della Universal;
  • Curiostià: senza svelarvi troppo, il finale rocambolesco del film anticipa di un anno il film King Kong (1933, Merian C. Cooper, Ernest B. Schoedsack);
  • Il film è divertente nel suo essere una messe di idee “pazzesche” e un po’ naif. Approcciatelo senza temere che sia noioso.

VISIONE (S)CONFINANTE (STAVOLTA SOLO UNA)

PIZZA TIME, SOLO PER I PIÙ CORAGGIOSI: UN OLTRAGGIO ITALO-GIAPPONESE

FILM COMPLETO (NELLA VERSIONE ITALIANA)

LUGOSI RACCONTATO DA LUCARELLI. PAURA, EH?!

Per Amore

Per Amore

Si resta per amore
Per tutte le sue varianti
Nei paesi muti si resta per amore
Paesi muti, non silenziosi
Che pure il silenzio può essere poesia
Ma un paese muto non sospira neanche
Non dorme
Semplicemente non esiste
E allora solo l’amore può farti rimanere
Può farti credere che nei vicoli ci sia ancora un piccolo rumore da cogliere
Un fruscìo, un lamento, un gemito
Il paese muto ti parla
Devi avere buon orecchio
Devi essere predisposto
All’ascolto
E all’amore
Paesi muti
Irpinia 2022

Esistono motivi per restare laddove si è nati? E quali sono?

Esistono motivi per restare laddove si è nati? E quali sono?

Nonostante la digestione del cibo ingurgitato tra Pasqua e Pasquetta sia ancora difficoltosa, abbiamo deciso di ritornare in campo con una nuova tematica da affrontare nelle prossime settimane.

In questi giorni – in realtà in questi anni – spesso abbiamo discusso sui motivi per cui scappare dai piccoli centri in cui siamo nati. Tuttavia, non ci siamo quasi mai soffermati a riflettere su cosa potremmo fare per restare. Non siamo del tutto convinti, infatti, che le cause della fuga e gli eventuali motivi per restare coincidano.

E non siamo nemmeno convinti, infine, di aver fatto il massimo per creare nella nostra terra le condizioni ideali per fermarci – almeno fisicamente – laddove da piccoli giocavamo a pallone e sognavamo di diventare persone migliori.

Nelle prossime settimane, dunque, proveremo a mettere nero su bianco tutto quello che vorremmo affinché non andare via diventi una valida alternativa alla ormai “banale” fuga al Nord o addirittura all’estero.

La storia di una piccola cittadina e della sua aria

La storia di una piccola cittadina e della sua aria

«Lo senti, lo senti l’odore? Napalm figliolo, non c’è nient’altro al mondo che odora così! Mi piace l’odore del Napalm come aperitivo»

Tenente colonnello Kilgore – Apocalypse Now

Un vento freddo ha continuato a tirare in questi giorni in tutte le strade della città. Soffiando senza sosta e senza tregua, sulle bandiere tricolore, già sbiadite, rimaste esposte su qualche balcone dalla scorsa estate, tra le cime degli alberi ancora spogli, tra le strade strette e silenziose del centro storico, tra le vetrate malandate dei tanti palazzi cittadini. Continua a soffiare anche nelle infinite ed infinitesime piazze cittadine o nei grandi spazi aperti, anonimi come pochi, un tempo chiassosi e annoiati ritrovi di una gioventù che non c’è più e diventati sempre più un rifugio silenzioso di auto.

Un vento acre e pungente che si dirama nelle strade e nelle piazze di Atripalda, media cittadina, di una media provincia del Sud e ci prende tutti. Ci prende alla testa quando, rapidamente, risale le narici e quasi in contemporanea scende per la gola e ci lascia con un peso sul petto: respiriamo a fatica e ci costringe al silenzio o all’urlo disperato e ansimato. Due reazioni opposte, ma due reazioni di una stessa condizione.

Il vento di questi mesi, non è frutto di una questione atmosferica, non solo questo. In questi mesi il vento ha assunto un odore chiaro e definito e così Atripalda ha un suo nuovo odore, quello di una comunità frammentata, incattivita e priva di una qualsivoglia speranza.

Niente di originale per una cittadina, che ancora oggi, si nasconde dietro al suo passato perché incapace di lottare per un presente migliore e di costruire un futuro adeguato. E così ritornano aggettivi vecchi e che a tratti risuonano fastidiosi per chi vive tra mille difficoltà:

Atripalda, città del commercio, in mezzo alla recessione e alla crisi!

Atripalda, città della solidarietà, in mezzo alla calunnia e alla violenza verbale e sociale (di alcuni, divenuti tanti)!

Atripalda, città della cultura, dove la cultura deve essere un hobby che qualche giovane annoiato e frastornato dai fumi dell’alcool deve praticare negli anni scolastici a tempo perso, non certo un motivo di emancipazione lavorativa e vita!

Atripalda, città dei giovani, in mezzo a un fiume silenzioso che scorre in senso inverso al nostro fiume Sabato, (che a proposito, non se la passa tanto bene) e che ci consegna un’emigrazione spaventosa!

Mentre l’odore continua a spargersi nelle strade cittadine sempre più vuote, un luogo si riempie a dismisura nei giorni festivi della settimana: la piazza centrale. Vetrina di tanti fino a qualche anno fa sconosciuti ai radar geografici cittadini e che oggi si mettono in mostra, ricordandosi di far parte di una comunità che loro stessi hanno provveduto a frammentare e incattivire, ricordandosi di far parte di una città e dei suoi luoghi, fino a qualche mese fa sconosciuti. Incendiari in un conflitto, tutt’altro che a bassa intensità, dove si è tutti contro tutti.

E nel bel mezzo di questo vortice d’aria sempre più pungente, ci ritroviamo, in tanti, a fare i conti con un’esistenza sempre più difficoltosa. Cresciamo in spazi, fisici e simbolici, chiusi. Non esistono luoghi liberi dove incoraggiare l’aggregazione, non abbiamo la possibilità di creare occasioni di aggregazione senza percepire nell’aria (sempre lei) l’odore di qualche mefitico malessere, condito da quel tanto di malafede che vede nella voglia di far uscire in strada le persone un protagonismo che non ci interessa (e non ci compete). Sacrifichiamo le nostre esistenze individuali (è vero, nessuno ce lo chiede, ma lo facciamo per amore della nostra terra e di coloro che decidono di viverla) per restare e fare qualcosa. Non vogliamo andare via!

Ma quest’aria è troppo più forte di noi e si è già impossessata di tanti e ci troviamo sempre più fuori rotta.

Di questi tempi dovremmo lottare, tutti insieme, solidali gli uni con gli altri, contro una crisi economica (quasi ventennale) che ci ha reso tutti più poveri e disperati. Dovremmo lottare per portare avanti i valori e le ricchezze delle nostre diverse esistenze ed esperienze utili a battere nuove strade di rinascita culturale, sociale ed economica. Dovremmo lottare per ritornare in strada, tutti, e impegnarci direttamente per difendere i nostri spazi comuni dall’incuria e dall’abbandono, dimostrando che tutto questo lavoro può essere più efficace di qualsiasi telecamera. Dovremmo lottare per non lasciare più nessuno indietro, per far sentire tutte e tutti parte della Comunità, esaltando le differenze.

Dovremmo lottare per tanto, ma l’unica cosa che percepisco è sempre e solo quest’aria che continua a soffiare, anche dalle bocche di qualcuno.

Così mi ritrovo (costretto) a raccontare di Atripalda, una media cittadina, di una media provincia del Sud Italia di cui nessuno vuole sentir parlare.